Da Chieri a Ventimiglia, scout sulle vie dell’accoglienza

Esperienza – I ragazzi  e le ragazze del Clan Agesci “Chieri 1” con i loro educatori nei giorni del Triduo pasquale hanno prestato servizio presso il campo Roja della Croce Rossa a Ventimiglia: dalla preparazione dei pasti, alla consegna di abiti e viveri, all’animazione dei bambini

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Ci sono almeno altre due Lampedusa in Italia dove ogni giorno si consuma il fallimento della politica dell’Unione europea sull’accoglienza dei migranti. Sono Ventimiglia e Bardonecchia, entrambe città turistiche al confine con la Francia, che a fasi alterne, quando ci scappa il morto, (l’ultima vittima in ordine di tempo è la povera Beuty) vengono sbattute in prima pagina o in apertura dei telegiornali come è accaduto in questi giorni.

I ragazzi e le ragazze del Clan Agesci Chieri 1° con i loro educatori sono reduci da un Triduo pasquale «alternativo» trascorso al Campo Roja, di Ventimiglia, il centro di accoglienza migranti gestito dalla Croce Rossa, allestito presso uno scalo merci dismesso non lontano dal confine francese. «Partire nei giorni in cui si ricorda la Passione e la Morte di Gesù è stato un modo concreto per immergerci nella sofferenza dell’umanità che scappa da fame, guerre, persecuzioni e sbatte alle porte del nostro Paese con il miraggio della Francia o dei Paesi del Nord Europa che hanno la fama di offrire più opportunità» spiega Raffaele Casi, insegnante, capo scout del Clan Chieri 1° che ha accompagnato 19 rovers e scolte (giovani dai 16 ai 20 anni) a Ventimiglia da giovedì 29 a sabato 31 marzo. «I ragazzi ci hanno chiesto di vivere un’esperienza di servizio per capire da vicino la realtà dell’immigrazione: abbiamo deciso insieme di organizzare la route di Pasqua in un luogo dove potevano farsi un’idea ‘di prima mano’ senza i filtri, spesso contraddittori, dei mass media incontrando le persone che sbarcano nel nostro Paese e che tentano con ogni mezzo di varcare il confine francese spesso rischiando la vita, dopo viaggi lunghi mesi tra gli stenti». E così, nel giovedì della Settimana Santa, zaino in spalla, dopo aver preso contatti con il Masci di Ventimiglia (gli adulti scout che prestano servizio nel Campo Roja) il clan è salito sul treno alla volta di Ventimiglia tra curiosità, emozione e la consapevolezza di apprestarsi a vivere un’esperienza che lascerà il segno. «Abbiamo deciso di non prepararci troppo ma di capire ‘dal vivo’ cosa accade nel campo e soprattutto di incontrare le persone che vengono accolte e i volontari» aggiunge Raffaele. «Appena scesi alla stazione» prosegue Lucia, 17 anni «il nostro clan è stato accolto da Gianpaolo capo degli adulti scout del Masci che, oltre a coordinare i volontari che operano nel Campo, è un poliziotto che lavora alla Frontiera e conosce bene la situazione. Lungo la strada verso il Campo abbiamo incontrato la prima testimone che ci ha subito fatto capire le tensioni che avremo incontrato. La signora Delia è la titolare di un bar nei pressi del Campo Roja: ha deciso aprire le porte del suo locale a tutti e di vendere le consumazioni ai migranti a tariffe scontate. Il risultato è che i clienti ‘bianchi’ non entrano più nel bar e la titolare non riesce più a far quadrare il bilancio e rischia di chiudere».

La testimonianza di Delia, commenta Raffaele «sarà argomento di discussione tra i ragazzi su come ognuno di noi nel nostro quotidiano può scegliere di accorgersi dei bisogni di chi capita sulla nostra strada oppure ignorarli. Delia ha scelto di aprire il suo bar ai migranti a costo di venire emarginata dai suoi concittadini e pagare di persona. Non c’è bisogno di fare mestieri importanti per cambiare il mondo».

Poi l’incontro con don Rito Alvarez, colombiano, un parroco davvero «di frontiera» che fin dai primi arrivi ha soccorso i migranti scacciati dal confine francese  aprendo la sua chiesa e ora tenta  di ricucire la comunità divisa tra scettici e favorevoli all’accoglienza.

Gli scout arrivano al Campo della Croce Rossa e vengono divisi in due gruppi. Racconta Lucia: «alcuni di noi hanno dato una mano a preparare e a servire i pasti con e per i 300 ospiti: la maggior parte uomini soli, alcuni adolescenti, provengono dall’Africa subsahariana, dall’Afganistan e dal Pakistan; altri si sono occupati dell’animazione dei bambini (nel campo sostano alcune  famiglie) nella ludoteca allestita dalla Croce Rossa di Monaco».

Il secondo gruppo ha aiutato i volontari della Caritas nel centro accoglienza allestito alla stazione dove si consegnano abiti, kit per la pulizia personale e pacchi viveri non solo ai migranti ma anche a molti italiani in difficoltà senza fare differenze di provenienza.

Il resto dei giorni è trascorso scandito dagli orari del campo, organizzatissimo osservano i ragazzi con volontari attenti ai bisogni di tutti, tra incontri e scambi in inglese stentato, una partita a calcio «mista» scout-ospiti dove le distante  si sono azzerate. «Sono persone che hanno bisogno di relazioni, che parlano con gli occhi e con il sorriso che non dimenticherò» aggiunge Lucia «alcuni di loro ci hanno detto che erano stupiti che ci siano ragazzi come noi che desiderano aiutarli: il loro unico desiderio è passare il confine: la permanenza media nel campo infatti è di una settimana. Spesso chi tenta di andare in Francia di notte in autostrada o nelle gallerie ferroviarie viene fermato e ritorna nel campo fino al prossimo tentativo. Una situazione disperata. Molti di loro durante la permanenza nei campi in Sicilia hanno imparato un po’ di italiano ma  provenienze e religioni diverse non facilitano la comunicazione».

«Mentre al Campo Roja osservavo quelle persone, alcuni miei coetanei il cui futuro è legato alle politiche immigratorie dell’Europa, il mio pensiero è tornato ad un’altra esperienza altrettanto forte: lo scorso anno sono stata ad Auschwitz con il treno della Memoria» riflette Margherita, 18 anni «allora ho capito che, dopo quello che si consumava nel silenzio nel cuore dell’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale,  non possiamo più tacere di fronte alle ingiustizie e alle discriminazioni di oggi».

«Il  nostro compito tornati a Chieri» conclude Raffaele Casi «è cercare di aiutare la nostra comunità locale, i nostri amici, a guardare con occhi diversi i migranti che innanzi tutto sono persone come noi e provare ad accoglierli per quel che possiamo nella nostra vita quotidiana». Con questi pensieri i 19 scout hanno concluso la loro route alla Veglia di Pasqua nel Duomo di Chieri portandosi dentro le storie di chi domani tenterà ancora di camminare a piedi nudi lungo l’autostrada dei fiori rischiando di essere investito o di salire sul tetto di un treno sperando di non rimanere folgorato come altri sventurati compagni. Mentre in un altro confine, nelle montagne di Bardonecchia si attende con terrore il disgelo, temendo che sotto la neve sia rimasta sepolta la speranza di una vita nuova in Francia.

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