Chiude la scuola del dopo Covid

Il bilancio degli psicologi – Nostre interviste sull’onda lunga della pandemia, molte ferite aperte fra gli studenti, ma anche tanta voglia di voltare pagina

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L’anno scolastico 2022-2023 si è concluso. È stato il primo vissuto sostanzialmente con la pandemia alle spalle (il 5 maggio scorso l’Oms l’ha dichiarata finita, ma già dal 1° aprile 2022 in Italia terminava lo stato di emergenza): tutte le lezioni in presenza, niente mascherine, distanziamenti… Un anno «normale» dopo che dal febbraio 2020 tutto si era bloccato. Ma quanto quei mesi di Covid hanno pesato sui ragazzi ritornati nelle aule? Quali effetti emersi nel rientro tra i banchi, di nuovo a contatto con insegnanti e compagni? Quali e quanti strascichi nell’apprendimento? Ne abbiamo parlato con Nelly Tresso, psicologa e psicoterapeuta da che 40 anni segue adolescenti ed adulti all’ospedale Koelliker di Torino, e con Franca Petracca, psicoterapeuta specialista in Psicologia Clinica in ambito dell’età evolutiva e nell’adolescenza e sui disturbi dell’apprendimento, che da oltre 10 anni si occupa di psicologia scolastica e lavora presso un centro di formazione professionale a Rivoli e presso il I° Circolo didattico di Venaria (scuola primaria e medie).

Franca Petracca

«Quest’anno», spiega la dottoressa Petracca, «lo sportello di ascolto psicologico ha avuto maggiori richieste rispetto al pre-Covid. Aumentate le richieste di incontro da parte dei ragazzi e questo anzitutto per un riconoscersi ‘sguarniti’ rispetto alla esperienza sociale scolastica: non è stato infrequente sentirsi chiedere come riapprocciarsi ai compagni, come costruire amicizie, come gestire nuovamente relazioni in presenza dove c’è il contatto fisico, la condivisione degli spazi. Molti hanno cercato consiglio in particolare su questo aspetto sociale perché è stato fortemente condizionato proprio nel periodo adolescenziale che è un tempo complesso sul fronte delle relazioni».

 

«L’adolescenza – spiega Nelly Tresso – è una fase in cui ragazzi devono gestire la trasformazione del proprio corpo e gestirla in relazione con il mondo esterno. In questo passaggio molti si bloccano perché non si accettano, perché hanno paura del confronto e tendono a isolarsi. La pandemia per un certo verso è intervenuta ‘aiutandoli’ in questo blocco: non hanno dovuto essere loro a isolarsi e nemmeno hanno dovuto impegnarsi per superarlo. La pandemia li ha lasciati bloccati dietro uno schermo di fronte al quale, se non vuoi far vedere il viso colpito dall’acne, ci riesci senza fatica, dove puoi nascondere le emozioni… così il rientro senza mascherine ha portato molti a gestire un confronto con gli altri senza essersi allenati. Sono aumentati gli attacchi di panico, in alcuni casi c’è stato il rifiuto di tornare a scuola, si è manifestata insonnia, ansia. Questo però soprattutto nelle situazioni già problematiche prima della pandemia – che sono quelle su cui il Covid ha avuto effettivamente effetti rilevanti da un punto di vista patologico – per le altre c’è voluta soltanto un po’ di difficoltà a riprendere. Gli Hikikomori (gli adolescenti che si rifiutano di uscire dalla propria camera, di vedere gente ndr) c’erano già prima del Covid…».

psicologiNelly TressoConcorde la Petracca: «molti ragazzi sono arrivati allo sportello perché disorientati appunto nelle relazioni, ma poi con due o tre incontri avevano già riscoperto le proprie risorse positive e come reincanalare l’energia che caratterizza la loro età riprendendo studio e relazioni nella normalità. Altri che si portavano dietro lutti familiari vissuti in situazione di solitudine ed erano diventati più malinconici, con visioni più negative, parlandone di persona allo sportello sono riusciti a rielaborare la sofferenza e a recuperare serenità. Questo anno scolastico è stato così per tanti: un inizio più faticoso del precedente in cui erano ancora distanziati e mascherati, ma poi felici di riappropriarsi dei propri spazi, di potersi esprimere. Per questo quando si parla di sportelli di ascolto psicologico nelle scuole una riflessione che, anche a partire dalla pandemia, si dovrebbe fare è che ancora in molti casi vengono attivati non in simultanea con l’inizio delle lezioni, altri magari cambiano sede o sono poco segnalati. Invece sarebbe importante che rimanessero come punto di riferimento costante e liberato da eventuali pregiudizi che possono scoraggiare i ragazzi ad accedervi. Da parte degli insegnanti invece, dal mio osservatorio, devo dire che c’è stata una buona recezione delle problematiche e collaborazione che ha incoraggiato i ragazzi a farsi aiutare».

E i genitori degli studenti come hanno influito sul ritorno a scuola nella normalità? «Un elemento da considerare», prosegue la dottoressa Tresso, «è che molti ragazzi nel tempo della pandemia hanno percepito la paura che oggi molti adulti hanno. Una paura educativa, una paura di mettere dei limiti e che per loro ha spesso trasformato il Covid in un alibi… Questo non ha aiutato i ragazzi ad affrontarlo e poi a reinserirsi nelle classi, non li ha aiutati a gestire quell’istintualità adolescenziale che rischia – se non allenata ed educata – di sfociare poi in aggressività di fronte a chi invece esercita un’autorità. I casi di studenti che aggrediscono i professori sono casi che sarebbero stati problematici probabilmente anche senza Covid, ma il post pandemia li ha visti aumentare proprio perché questi ragazzi sono stati reimmessi – impreparati –  in un contesto di regole precise e dove ci si deve riabituare a un impegno costante, a essere valutati e senza vie di fuga…».

«Più casi di aggressività sicuramente», aggiunge la Petracca, «ma anche molta più ansia da prestazione. Agli sportelli è una delle fatiche che rispetto al pre-Covid è emersa di più – frutto anche di un senso di insicurezza che l’apprendimento on line ha generato – il disagio nel non sentirsi preparati e soprattutto in chi ha vissuto nel 2020 e nel 2021 i passaggi da un livello di istruzione al successivo, chi è entrato nelle elementari, chi ha iniziato le medie o le superiori in quegli anni si percepisce più fragile e quindi in certi casi più ansioso. Nei piccoli passati alla scuola elementare vediamo anche tanti problemi di concentrazione e di iperattività frutto di mesi trascorsi senza sfogo fisico, spesso davanti a computer e schermi. Aumentate le richieste di valutazioni di dislessia, disgrafia, di difficoltà dell’apprendimento».

«Computer e schermi, videogiochi e contatti umani sempre e solo on line, in casi predisposti a patologie psichiatriche», precisa la Tresso «hanno determinato una maggior fatica nel distinguere tra virtuale, dove ad esempio non ci sono conseguenze a forme di violenza, e reale e anche questo aspetto con il rientro nelle classi ha pesato e si è manifestato con varie forme di disagio, di difficoltà di relazione con i coetanei – presenti e reali – che ha fatto cadere alcuni ad esempio nell’abuso di alcol (sono emersi in quest’anno casi di ragazzini scoperti a bere prima di entrare in classe), poi sono aumentati i casi di chi si taglia… Ma non bisogna cadere nell’errore, come accennavo prima, di pensare che il Covid abbia rovinato per sempre la carriera scolastica o la vita dei giovani. Il patologizzare tutto non aiuta a superare quella che è stata una difficoltà, ma che in questo fine anno scolastico molti ragazzi considerano ormai una esperienza del passato».

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