Cinema in sala, le ragioni di una crisi

Escono pochi film di qualità – Cala il pubblico nelle sale cinematografiche e aumentano i costi di gestione, con bollette dell’energia elettrica sempre più salate. Gli operatori le inventano tutte per resistere, lo Stato distribuisce aiuti economici, ma la critica si interroga: esistono ancora film belli e importanti?

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La crescita del prezzo dell’energia elettrica, conseguenza dell’aumento del costo del gas al di là di ogni ragionevole previsione, colpisce in maniera drammatica tanto le famiglie quanto le imprese. Tra queste vanno annoverati certamente i cinematografi: basti pensare al consumo di elettricità per ogni proiezione, al ricambio dell’aria nella sala (fino a tre o quattro volte al giorno), al condizionamento o al riscaldamento dell’ambiente. Se a tutti questi oneri si aggiungono gli oneri di sistema, in particolare per i trasporti, è facile comprendere come il necessario equilibrio dei conti non sia agevolmente raggiungibile. Occorrerebbe allora attrarre ampie masse di spettatori, a loro volta già votati alla quadratura dei bilanci domestici e quindi ben lungi dal poter affrontare eventuali incrementi dei prezzi per godere dello spettacolo.

Alla luce di queste considerazioni, è facile comprendere le gravi preoccupazioni degli esercenti: nel caso di una multisala torinese, il costo del megawatt/ora dal giugno 2019 al giugno del 2022 è passato da 52 a 285 euro per raggiungere i 550 euro al mese di agosto; in sintesi, la bolletta media mensile è complessivamente salita da 6 mila a 24 mila euro. A fronte di una variazione come questa, dal primo semestre del 2019 allo stesso periodo del 2022 il box office ha segnato una diminuzione del 53 per cento. Non c’è da stare allegri e forte è il timore che la fruizione del cinema in sala possa divenire sempre più difficile fino ad azzerarsi. Il fenomeno è in atto da tempo e diversi interventi governativi hanno cercato di affrontarlo con risultati complessivamente modesti; la sopravvivenza delle sale è oggi dovuta soprattutto a misure di ristoro e ad iniziative degli stessi esercenti tipo la promozione, ad inizio stagione, dell’offerta dopo la pausa estiva degli spettacoli a prezzo scontato nei giorni festivi.

Molte sono le ragioni che ne stanno alla base, tanto di tipo comportamentale quanto di natura strutturale. Nell’analizzare l’argomento, Davide Milani («Rivista del Cinematografo», ottobre 2022) s’interroga sulle cause della perdita di spettatori anche rispetto al primo anno della pandemia (periodo delle sale chiuse) indicando come tali: gli strascichi della stessa malattia, il depauperamento generale determinato dalla riduzione delle occasioni di lavoro, l’ondata di caldo eccessivo e duraturo, la concorrenza delle piattaforme, l’insoddisfazione di visioni offerte da esercizi non sempre all’altezza delle esigenze del pubblico o alla già avvenuta riduzione delle sale (meno schermi, meno pubblico). L’insieme delle spiegazioni offre certamente parte della risposta ma non può essere esaustiva dal momento che confligge con esperienze di segno opposto quali: i successi di spettacoli popolari, consumati in ambienti assai meno confortevoli della maggior parte delle sale e a prezzi decisamente molto più elevati. Tali sono i concerti di celebri cantanti o gruppi di musicisti, o gli avvenimenti sportivi non solo calcistici (tennis ad esempio). Osservazioni di questo tipo, sembrano indicare una minore attrazione dello spettacolo cinema rispetto ad altre forme di intrattenimento: appaiono cioè definitivamente tramontati i tempi nei quali ci si rassegnava a code defaticanti per poter accedere alle sale dove veniva proposto il film considerato con ragione «di successo».

Nell’immediato dopo Seconda guerra mondiale, accantonata l’epoca dei «telefoni bianchi», cessata l’ingombrante censura politica del passato regime e riaperta la possibilità di fruire delle produzioni cinematografiche straniere (in particolare americane), lunghissime code di appassionati segnarono il vero e proprio trionfo di pellicole di svariata natura, eterogenee nel livello artistico e nei contenuti. Nei ricordi del sottoscritto, appassionato cinematografaro, e senza pretese di graduazione in ordine di data o di qualità, affiorano limpidi dalla memoria: «Biancaneve e i sette nani», le comiche di Stan Laurel e Oliver Hardy, «Roma città aperta», «La febbre dell’oro», «Ladri di biciclette», «Paisà»; i trionfi di «Sangue e arena», «Ombre rosse», «Quo vadis?», «Vacanze romane», «Ben Hur», «Il Cid», «Dies Irae», «Ordet», «Il posto delle fragole», «Settimo sigillo», «Via col vento», «Il Ponte sul fiume Kway», «Dottor Zivago», «La figlia di Ryan», oltre alla scoperta della commedia musicale nelle produzioni della Metro Goldwyn Mayer, i film indimenticabili dei fratelli Marx, la trasposizione del Neorealismo nella commedia all’italiana, nelle sue varie forme.

Al di là dell’ovvia considerazione che le alternative, fatta eccezione per le partite di calcio nel pomeriggio delle domeniche, non erano molte, né intervenivano sagre paesane che non andavano molto al di là dei luoghi nei quali erano nate, le sale cinematografiche, anche le più umili come quelle degli oratori parrocchiali, erano realtà aggreganti nelle quali convergevano comunanza di passione e coinvolgimento nelle tematiche o nelle storie proposte. Questo era di per sé un valore che proseguiva oltre l’evento specifico della proiezione, attraverso i colloqui e lo scambio di idee lungo i giorni seguenti e le discussioni sulla validità e la bellezza più o meno condivisa di quanto si era visto.

Non s’intende certo negare l’importanza del poter gustare, a casa propria, un film, utilizzando quanto la moderna tecnologia propone in forme diverse: ne fanno un utile uso persone che non hanno, per varie ragioni, possibilità di uscire di casa o semplicemente intendono fruire privatamente della possibilità di approfondire i contenuti di un’opera cinematografica vedendo e rivedendo la stessa. Lo stesso scrivente s’è costruito nel tempo una vera piccola cineteca raccogliendo film, soprattutto datati, rappresentanti pietre miliari nella storia del cinema, o semplicemente evocanti ricordi di gioventù o la maestria di registi e attori: si va così dalle opere di registi come Luis Bunuel, Teodor Dreyer o Ingmar Bergman, Charlie Chaplin, a John Ford, Raoul Walsh, Howard Hawks, William Wyler ad attori quali John Wayne, Errol Flynn, Walter Brennan, Gary Cooper, James Stewart, Clark Gable, Gregory Peck, Elizabeth Taylor, Lucille Ball, Lana Turner, Grace Kelly, Jean Simmons, Olivia De Havilland, Deborah Kerr, Carrol Baker, ecc.

La sala pubblica offre comunque la possibilità di una visione più soddisfacente ed esaustiva nel pregio dell’immagine fotografica su ampio schermo ed eventualmente in 3D, integrata dal suono stereofonico. Senza escludere l’importante opportunità di completare la visione con momenti collettivi di analisi e scambio di opinioni come avviene nella forma di cineforum.

Considerazioni, queste, che inducono a chiedersi se la crisi oggi vissuta dalle sale cinematografiche, al di là delle ragioni economiche e della concorrenza con altre nuove forme di proposta culturale o di evasione, non dipenda anche dal diminuito grado di attrattività dei film oggi offerti dalla produzione. Non è la prima volta che l’interrogativo chiede di essere affrontato. Come asserisce Davide Milani, nella sua acuta analisi, occorre superare un modo obsoleto di gestire non solo la produzione, ma la programmazione ed esercizio a favore di una visione nuova, al centro della quale stia il valore di quanto si propone allo spettatore, intendendo per tale non soltanto il livello artistico in senso assoluto, ma la capacità di essere armonico con ciò che egli si aspetta, motivo ultimo per il quale accetta di sottrarsi alle comodità della casa per recarsi a vedere un film.

Da un lato ci si chiede se nell’accingersi a produrre un film ci si interroga sulle preferenze e sulle attese delle varie componenti dell’utenza alla quale ci si rivolge e sui modi con i quali la si accerta. Dall’altro, il tema chiama in causa i criteri i quali è pensata e gestita la politica della cultura: con riferimento al nostro Paese, ad esempio, non si può non concordare con le parole del direttore Alberto Barbera quando, prima di aprire la Mostra di Venezia, ha sottolineato la necessità di gestire diversamente la politica di concessione dei contributi alla produzione di film rendendola più mirata e oculata verso l’intercettazione delle aspettative dell’utenza evitando che, nel caso del cinema italiano, esso si rarefaccia, come di fatto sta avvenendo, nella programmazione delle prime visioni, per «manifesta inadeguatezza». Non per nulla il numero elevato dei film prodotti con sostegno pubblico, nell’intento di aiutare l’esistenza del nostro cinema, giace in realtà dimenticato tra i reperti destinati a non vedere mai la luce, se non in qualche caso, per effetto di imposizione di trasmissione in canali televisivi secondari.

Anche ad una visione aperta alla cinematografia internazionale, il semplice amatore di cinema che si reca oggi ad uno spettacolo in programmazione e, nell’attesa dell’inizio del film, vede proiettata una serie, anche molto numerosa, di trailer riguardanti la programmazione futura delle sale collegate a quella in cui si trova. Se questo amatore provasse a chiedersi quante delle proposte che scorrono davanti ai suoi occhi attraggano uno spettatore normale senza particolarissimi interessi probabilmente non ne troverebbe molti.

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