Cinquant’anni dal golpe in Cile, l’impegno dei Vescovi per la difesa dei diritti umani

Settembre 1973 – Cinquant’anni fa in Cile si instaura una dittatura di militari di destra, con il generale Augusto Pinochet, preceduta da quasi tre anni di governo del presidente marxista Salvador Allende, democraticamente eletto, che persegue «una via democratica al socialismo»

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Cinquant’anni fa, nel settembre 1973, in Cile si instaura una dittatura di militari di destra, con il generale Augusto Pinochet, preceduta da quasi tre anni di governo di un presidente marxista Salvador Allende, democraticamente eletto, che persegue «una via democratica al socialismo». L’episcopato cileno – che da molti anni si distingueva  per le posizioni di avanguardia – coadiuvato da un nutrito gruppo di sacerdoti, religiosi e laici, svolge un deciso e difficile compito di difesa dei diritti umani contro un regime repressivo, brutale, che si definisce «cristiano».

Il 4 settembre 1970 Salvador Allende è eletto alla presidenza della Repubblica alla guida della coalizione «Unidad Popular» e dà il via alle riforme espropriando i grandi proprietari terrieri che, l’11 settembre 1973, appoggiano e foraggiano il colpo di stato dei militari che, nell’assalto al palazzo presidenziale della Moneda, uccidono Salvador Allende. Tutto il potere è preso da una giunta militare diquattro «capi» e guidata dal generale Augusto Pinochet, «capo supremo della Nazione» con un potere illimitato e a tempo indeterminato. Scatena la repressione: esecuzioni sommarie, arresti in massa, deportazioni, sciolto il Parlamento, cancellati i partiti politici, proibiti gli scioperi, imbavagliati stampa, università, cultura. La soppressione dei fondamentali diritti umani porta allo stato d’assedio permanente: i militari controllano le strade creano più di 100 campi di concentramento e 20 centri di tortura che uccidono 30 mila cittadini; imprigionano 5 mila democratici; fanno sparire 2.500 persone; 500 mila cileni sono esiliati, tra cui 50 mila uomini di cultura. Vietati associazioni e gruppi; fuori legge la centrale sindacale dei lavoratori; chiusi i circoli culturali e sportivi; espulsi 80 mila studenti dalle scuole; nelle università i rettori sono sostituiti da militari.

Milioni di bambini sono denutriti; un milione di lavoratori sono disoccupati.

Le miniere di rame sono privatizzate a favore delle multinazionali statunitensi collegate anche ad aziende italiane come Ceat e Fiat. Abolita la riforma agraria, le terre, distribuite da Allende ai contadini, sono riprese dai proprietari terrieri mentre i «campesinos» ricevono salari da fame e sono picchiati dalle squadracce fasciste pagate dai latifondisti. Le risorse nazionali – ferro, carbone, salnitro – sono sfruttati dai grossi monopoli. Dietro questa orrenda carneficina si staglia, con le mani lordate di sangue, l’americana Cia che da sempre tira le fila dei colpi di Stato militari e di destra in tutta l’America Latina.

La Conferenza episcopale cilena pubblica una dichiarazione che passa alla storia per il coraggio, l’obiettività, la dignità e l’accento umano. Qualche mese più tardi, di fronte agli eccessi e al prolungarsi della repressione, l’assemblea plenaria dell’episcopato alza la voce contro gli arresti e le detenzioni arbitrarie, la tortura, la persecuzione politica. Per parecchi anni i vescovi sollevano il problema dei «desaparecidos» dei quali è impossibile stabilire il numero. La Chiesa crea una serie di centri di aiuto: «Comité de Cooperación», «Vicaría de Solidaridad» – che sostituisce il meritevole ma fragile «Comitato per la pace» – e «Pastoral Obrera soccorrono migliaia di arrestati, processati e licenziati, i loro familiari, universitari e giovani perseguitati. La «Vicaría», alle dirette dipendenze dell’arcivescovo di Santiago, si distingue per l’organizzazione; la diversità dei servizi (giuridico, caritativo, sociale, pubblicitario); gli interventi per accertare la sorte e la loro difesa dei detenuti, efficaci in molti casi; l’informazione, grazie soprattutto alla rivista bimensile «Solidaridad», diffusa attraverso le parrocchie. La «Vicaría» dispone di uno schedario riservato contenente petizioni, denunce e richieste della popolazione. Una figura straordinaria è il cardinale salesiano Raúl Silva Enríquez, arcivescovo di Santiago del Cile e vero «padre della patria». Aveva studiato a Torino-Crocetta ed era stato ordinato sacerdote dal cardinale arcivescovo Maurilio Fossati. Con abilità ed energia crea occasioni di dialogo con il regime, sempre più duro e repressivo, a difesa dei cittadini. Alle opere la Chiesa affianca la parola: frequenti e significativi inviti alla riconciliazione, alla giustizia e al rispetto; nei messaggi del 1974 e del 1975 chiede il ripristino della democrazia. Il popolo cileno è sensibile all’atteggiamento coraggioso della Chiesa: la gioventù si riavvicina alla pratica religiosa; aumentano le vocazioni al sacerdozio; molti laici chiedono l’ammissione al diaconato e ai ministeri; si moltiplicano le comunità ecclesiali di base. La Chiesa paga salato l’impegno: dal 1976 il governo si irrigidisce, insulta e diffama la Chiesa; nega l’accesso ai canali di informazione. Il card. Silva Enríquez, molto stimato a livello internazionale, è spesso presentato come «ingiusto, pericoloso, vecchio fallito e amareggiato»; le università cattoliche incontrano sempre più gravi difficoltà. La sede della Conferenza episcopale è più volte assediata. Violenze sono commesse contro residenze vescovili, chiese, istituzioni cattoliche. Poi cominciano le espulsioni e gli assassini di missionari e sacerdoti stranieri per l’impegno pastorale.

Il 9 aprile 1975 il fallimento dell’economia induce il governo alle dimissioni. L’11 settembre 1980 un referendum approva, con il 67 per cento dei consensi, la Costituzione che sancisce la definitiva consacrazione del potere militare. Purtroppo è una scelta che il popolo cileno a ripetuto poche settimane fa. Una delle realizzazioni più coraggiose è il «Simposio sui diritti dell’uomo», durato parecchi giorni nel 1978 in centro a Santiago, con partecipazione internazionale, compreso un rappresentante  della Santa Sede. A fine dicembre 1982 l’episcopato auspica «La rinascita del Cile».

Il 1983 segna una svolta. Il 10 maggio iniziano le «giornate di protesta» che proseguono a ritmo serrato rallentando le attività, i mezzi di trasporto, barricate e scontri con la polizia, violenze. Il bilancio è pesante: in tre anni, 150 morti, in maggioranza giovani, adolescenti, bambini. I vescovi non contestano la legittimità dell’opposizione al governo né la forma pubblica che assume ma protestano contro la distruzione di vite umane. Le memorabili assemblee episcopali latinoamericane di Medellin in Colombia (1968) e di Puebla in Messico (1979), inaugurate da Paolo VI e Giovanni Paolo II e la dichiarazione «Al di là della protesta e della violenza» condannano l’ingiustizia e l’oppressione che generano in violenza; ribadiscono la scelta preferenziale per i poveri; chiedono la riconciliazione nella verità, nella libertà, nella giustizia e nell’amore, i capisaldi su cui poggia la «Pacem in terris» di Giovanni XXIII. La Chiesa, unita e preparata, con figure di grande rilievo, sostiene il popolo cileno nella durissima prova.

Pier Giuseppe Accornero

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