Cinquant’anni dal Referendum sul divorzio

12-14 maggio 1974 – Il referendum sul divorzio, cinquant’anni fa in Italia, fu una battaglia asprissima. Dalle urne esce un 40,9 per cento favorevole all’abrogazione e un 59,1% per la conservazione del divorzio, che a Torino raggiunge l’80 per cento. Gli interventi dei Vescovi italiani e dell’allora Arcivescovo di Torino card. Michele Pellegrino

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Il referendum, cinquant’anni fa in Italia, sul divorzio fu una battaglia asprissima.

Dal 1956 «La Stampa» suona la grancassa a favore del divorzio con articoli e lettere (solo) a favore. La legge 898 Baslini-Fortuna è approvata il 27 novembre 1969. La Consulta ne sanziona la costituzionalità. Nel consiglio di presidenza Cei (19-20 aprile 1966) si delineano due schieramenti: tra i «possibilisti» Michele Pellegrino (Torino) ed Enrico Bartoletti (Lucca); «intransigenti» Pietro Fiordelli (Prato), Antonio Poma (Bologna), Ernesto Ruffini (Palermo), Giuseppe Siri (Genova). Il presidente Giovanni Urbani (Venezia) dice di averne parlato «in alto loco. È un punto sul quale non si può transigere», occorre mobilitare Azione Cattolica e stampa cattolica. Per Ruffini è «una questione gravissima, fondamentale di morale cristiana. Se si apre la porta, non si sa poi come arrestarli». Giovanni Colombo (Milano) lamenta «la poca unità di pensiero fra i cattolici». Franco Costa (AC) ritiene utile «una dichiarazione della Cei». Urbani: «Anche se perdiamo la causa non saremo stati muti». Si decide il documento e la redazione è affidata a Costa. La «nota» del Consiglio di presidenza «Il matrimonio cristiano» (19-20 aprile 1966) impegna i cattolici in una «consapevole e ferma difesa della famiglia»; ai politici chiede: «Difendete la famiglia fondata sul matrimonio indissolubile ed evitate una grave lesione all’istituto familiare».

BATTAGLIA DURISSIMA – Altro intervento è «Il divorzio in Italia. Nota dell’episcopato» (15 aprile 1967). Inizia la corsa al referendum abrogativo: la scelta proposta agli elettori nella scheda è SÍ all’abrogazione e il divorzio è cancellato; NO, e il divorzio resta. Amintore Fanfani, segretario DC, e Luigi Gedda, fondatore-presidente dei Comitati Civici prendono il comando delle forze cattoliche e del Msi, favorevoli all’abrogazione. Dall’altra parte comunisti, liberali, radicali, repubblicani, socialisti. Una campagna durissima senza esclusione di colpi, che spacca il mondo cattolico. Giovanni Franzoni, abate benedettino di San Paolo fuori le mura e membro Cei, difende la libertà di voto dei cattolici al referendum «un bisturi necessario perché il matrimonio non può essere un sacramento per i non cattolici» ed è «sospeso a divinis e dimesso dallo stato clericale» dopo l’appoggio al PCI nelle elezioni del 1976. 92 uomini di cultura e giornalisti cattolici sono favorevoli al divorzio: Giuseppe Alberigo, Pierre Carniti, Emilio Gabaglio, Raniero La Valle, Sandro Magister, Ruggero Orfei, Arturo Parisi, Alessandro Passerin d’Entrèves, Pietro Pratesi, Giuseppe Reburdo, Pietro Scoppola, Francesco Traniello, Giancarlo Zizola. Carlo Carretto, ex presidente GIAC, suscita le ire de «L’Osservatore Romano» per una lettera a favore della legge.

PELLEGRINO. «NON È UNA GUERRA DI REIGIONE» – Il 21 febbraio 1974 il Consiglio permanente CEI pubblica la «notificazione»: «Il matrimonio è di sua natura indissolubile; la famiglia unita è necessaria al bene della società; il cristiano ha il dovere di proporre e difendere il suo modello di famiglia. In così grave circostanza nessuno può stupirsi se i pastori adempiono la loro missione di illuminare le coscienze e se i fedeli, difendono l’unità della famiglia e l’indissolubilità del matrimonio, servendosi dello strumento costituzionale del referendum e facendone un confronto civile e impegno permanente senza farne una “guerra di religione”». Pare che sia stato l’arcivescovo torinese Michele Pellegrino a suggerire l’inciso sulla «guerra di religione». Preoccupato per i problemi posti dai cattolici dissenzienti alla Chiesa locale il 13 marzo 1974 risponde, «secondo la responsabilità di vescovo alle istanze e alle situazioni della nostra diocesi», posizione che lo isola nella Chiesa italiana. Contrario alla legislazione divorzista, osserva: «Occorre salvare i valori fondamentali del matrimonio e della vita familiare, avendo di mira il bene comune. Ma sono comprensibili sensibilità diverse su una realtà varia e complessa. I risultati del referendum, qualunque siano, non potranno essere interpretati come la conta dei cattolici dal momento che la consultazione verte su valori condivisi anche da uomini di orientamento diverso. Poiché la piena comunione ecclesiale è un bene da difendere, le differenze di opinione non derivanti da un rifiuto dell’indissolubilità, ma da motivazioni storiche, non dovranno diventare causa di divisione. Data la natura civile e politica del referendum, richiamo fermamente il dovere delle comunità cristiane a non prendere iniziative che significhino l’assunzione di responsabilità diretta nei compiti che la legge sul referendum affida ai promotori. La famiglia ha bisogno di sostegni molto più profondi, più incisivi e più estesi. Chiedo a tutti i diocesani di intensificare le attività pastorali per il matrimonio e la famiglia».

«QUELLO CHE HO DETTO E QUELLO CHE NON HO DETTO – Poiché «la mia notificazione è stata oggetto, da vari organi di stampa, di distorsioni, mutilazioni e interpretazioni arbitrarie», il 18 aprile 1974 nella riunione dei vicari di zona, l’arcivescovo Pellegrino precisa «quello che ho detto, quello che non ho detto», deplora «il comportamento di alcuni giornali dichiaratamente divorzisti, vantano l’oggettività dell’informazione, che smentiscono con i fatti». I giornali dipingono il padre come «cripto-divorzista» che vorrebbe dirsi a favore della legge, ma non lo fa per opportunismo e come «divorzista» per aver consentito il dibattito tra i cattolici.

Dalle urne il 12-14 maggio 1974 esce un 40,9 per cento favorevole all’abrogazione, 59,1% per la conservazione del divorzio che a Torino raggiunge l’80 per cento, risultato non dissimile da quello delle città dove i vescovi si impegnano molto contro il divorzio. Paolo VI il 15 maggio esprime «stupore e dolore per quei non pochi cattolici che non hanno dato la doverosa solidarietà a sostegno della tesi giusta e buona dell’indissolubilità». L’assemblea generale CEI il 7 giugno 1974 sottolinea la «comunione ecclesiale» dopo le lacerazioni. Pellegrino ribadisce «Ecco il mio pensiero» nella giornata sacerdotale dell’11 giugno 1974, promossa da Consiglio Presbiterale, Vicari di zona, Collegio parroci e Gruppo preti torinesi: «Ho detto molto chiaramente che vi sono dei cattolici che, dopo aver maturato le loro con­vinzioni nell’ascolto dei vescovi, con pieno disinteresse e buona volontà ritengono – per il sovrapporsi di motivi di carattere diverso, religiosi, sociali, politici – di non poter aderire all’invito della Cei. A questi bisogna guardare con molto rispetto. Quei confessori che in una chiesa di Torino, dopo le confessioni, consegnavano ai penitenti volantini per dire come votare, sono andati fuori strada. Così quelli che hanno minacciato di non dare i Sacramenti a quelli che votavano “no”. Non credo che abbiano fatto bene quei preti che pubblicamente hanno preso posizione contro le direttive dei vescovi»

Pier Giuseppe Accornero

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