Nel Friuli, sconvolto cinquant’anni fa la sera di giovedì 6 maggio 1976, imprenditori e operai sono uniti: «Ricostruiamo le fabbriche prima delle case». «La nostra gente meravigliosa – spiega l’industriale Rino Snaidero – si è presentata in fabbrica poche ore dopo il terremoto. I posti di lavoro sono più importanti delle abitazioni». «Evitare discorsi e promesse: urgono aiuti concreti e immediati» scrive un giornale: «Friuli più forte del terremoto. La tenacia e la serenità d’animo di quelle genti, che hanno reagito con fermezza alla tragedia».
«Scriva che sono impressionato dallo spirito di questa gente – riferisce l’inviato del «Corriere della sera» – che non perde tempo a commiserarsi ma chiede solo i mezzi per ricostruire» dice il vicepresidente degli Stati Uniti, Nelson Rockefeller. «Il Giornale» di Indro Montanelli, l’11 maggio 1976 annota: «Un popolo che piacque a Quintino Sella, l’uomo della lesina. Allenati da millenni ad arrangiarsi, sì sono già rimboccate le maniche». «Il Giorno» due giorni prima titola: «Di chi è questa bambina?». Al cimitero di Gemona per il riconoscimento di centinaia di morti, nessuno risponde. Forse i genitori le sono vicini in altre bare. A Forgaria: l’orologio del campanile è fermo sull’ora della morte: 12.02. «Cinquanta interminabili secondi – titola un altro quotidiano – e poi il lungo conto dei morti. Un quadro da grande guerra». E ancora «Corriere della Sera» riferisce il parere dei terremotati: «Non ci piace il mestiere del sinistrato».
Al «Regina coeli» di domenica 9 maggio Paolo VI: «Precipitano anche sopra di noi le disastrose notizie del terremoto del Friuli, come quelle d’una rovina comune. Sentiamoci uniti a quanti sono nella sventura, nel dolore, nell’indigenza, nella necessità. La nostra Carnia ci è più vicina, è il nostro prossimo, che piange. Piangiamo insieme! Scopriamo qualche bene, e non mediocre, sia anche nel male che ci colpisce. Il primo bene è la solidarietà; il dolore si fa comunitario, e nel nostro abituale disinteresse, e nelle nostre contese egoiste ci fa sperimentare uno sconosciuto amore. Ci sentiamo fratelli, diventiamo cristiani, comprendiamo gli altri, esprimiamo l’amore disinteressato, solidale e sociale. Parola degna per quella gente forte e buona, percossa dall’immane sciagura micidiale e devastatrice; e degna altresì del nostro popolo. Non vogliamo dire di più davanti ai lutti e alle rovine dalle dimensioni tragiche, che sembrano superare ogni misura e rifiutare ogni conforto. Ma niente disperazione! niente cecità del fato! la nostra incapacità a dare una spiegazione non annulla la nostra fiducia nella misteriosa ma sempre provvida e paterna presenza della bontà divina».
Una settimana dopo Papa Montini ragiona: «Domanderemo al Signore che ci conceda un cuore forte. La temperie della storia lo esige. Il rifiuto alla solidarietà nel dolore e nell’angustia altrui non è cristiano. La sensibilità per le sofferenze dei fratelli non è una debolezza: essa è una estensione umana che dobbiamo dire fortezza e progresso. Alludiamo al terremoto del Friuli, con l’ammirazione e la riconoscenza in nome di Cristo per la spontaneità, l’urgenza, l’efficienza, la molteplicità dei soccorsi offerti a quella gente forte, positiva silenziosa, che in tanta disgrazia meritava l’aiuto di tutti, e che nella sua durissima prova ha dimostrato virtù superiore. Cuori forti e pazienti, in chi è stato colpito dalla disgrazia; cuori forti e generosi, in chi subito si è messo al loro fianco per confortarli e rianimarli. Dio benedica». E il 12 maggio dice: «Vogliamo interpretare il vostro comune sentimento elevando ancora una volta il nostro pensiero trepidante, commosso, affettuoso ai fratelli del Friuli, che provati da nuovi, paurosi risvegli del fenomeno sismico. Vogliamo far sapere a quei carissimi figli – pazienti, coraggiosi, tenaci come la loro forte terra, tanto dolorosamente segnata dalle cicatrici della tremenda catastrofe – che siamo vicini a loro, che siamo con loro, non soltanto con la presenza e l’opera, ma col pensiero, con la solidarietà, con la preghiera. Preghiamo perché il Signore vi conforti in questo amarissimo momento».
E il 19 settembre, dopo le successive scosse dell’11 e del 15 settembre, per papa Montini «questi sono giorni non senza gravi amarezze, che non devono soltanto affliggere i nostri animi, ma devono renderli più buoni. Questo flagello aggiunge alle rovine incalcolabili un timore, una paura che sembra non avere rimedio, e scuote in taluni perfino la nostra fiducia nella Provvidenza. Ma non sia scossa la fortezza della nostra fede». Ma una grande forza morale sostiene i friulani. Il terremoto ha sconvolto e distrutto i paesi, ma non ha abbattuto i friulani. C’è un’atavica abitudine alla sciagura, all’ineluttabile, alla calamità che non si può evitare. «Una regione – scrive un giornalista – che ha subito in media ogni cinquant’anni un’invasione, che ha sempre dovuto rimettere le semine, ricostruire le case, ripopolare le campagne, che ha sofferto Attila e i turchi, i barbari antichi e quelli più moderni; un popolo che è andato a lavorare per il mondo dalla transiberiana ai grattacieli di New York, che ha rimandato al paese il frutto dei suoi risparmi; un mondo così non poteva avvilirsi di fronte alla catastrofe che ha bombardato, con un sisma senza uguali, la fascia pedemontana e ha scosso Udine. Quello che ha colpito tutti sono state la dignità, la virilità del comportamento di tutti, anche di chi ha sofferto la perdita di un familiare o della casa faticosamente costruita. Come sempre, splendidamente, i friulani hanno cominciato a soccorrere le vittime e a rimettere a posto quel che si può, secondo un vecchio motto, significativo “di bessoi, da soli”».
Immediata la solidarietà collettiva. A Torino il «Fogolàr furlan» è preso d’assalto dai friulani residenti in città che cercano notizie dei parenti e degli amici. Poche ore e la palazzina è letteralmente sommersa dal materiale: pentole, materassi, coperte, tende, lettini da campo, latte in polvere, viveri, medicinali, generatori elettrici. Centinaia di giovani, perlopiù studenti, da tutto il Piemonte andarono in estate a fare volontariato nei «campi di lavoro». Tra essi anche dei sacerdoti come il prete operaio don Antonio Revelli. Un testimone lo vide e raccontò: «Faceva il muratore e il prete al tempo stesso». Il cardinale arcivescovo di Torino Michele Pellegrino il 15 agosto 1976 celebrò la Messa dell’Assunta a Gemona davanti a 4 mila terremotati: «Non dovete sentirvi soli. Continueremo al vostro fianco per darvi un po’ di speranza».
Pier Giuseppe Accornero



