«Fermiamo il massacro. Aiutiamo il Vietnam. Gli aerei americani bombardano a tappeto le popolose città del Nord-Vietnam provocando centinaia di morti e migliaia di feriti fra la popolazione civile in un Paese che da più di vent’anni subisce l’aggressione imperialista». Il volantino, negli anni Settanta del XX secolo, era distribuito agli operai della Fiat-Mirafiori che entravano o uscivano dal lavoro. Era firmato da: Federazione lavoratori metalmeccanici, Associazione nazionale Partigiani, Consigli di fabbrica, Pci, Psi e Acli.
Cinquant’anni fa il Vietnam è uno degli ultimi teatri di scontro fra i due blocchi. Al termine dell’occupazione coloniale francese, il Paese fu diviso in due all’altezza del 17° Parallelo: il Vietnam del Nord, comunista e sostenuto da Urss e Cina, con capitale Hanoi; e il Vietnam del Sud, con capitale Saigon, sotto il regime autoritario di Nguyễn Văn Thiệu appoggiato dagli Usa, che temevano un’ulteriore espansione del comunismo in Asia dopo la guerra (1950-53) che aveva diviso in due la Corea al 38° Parallelo. Negli anni Cinquanta i contrasti, a livello mondiale, tra Occidente capitalista e Oriente comunista si fanno sempre più accesi e in Vietnam la guerriglia comunista contro il Sud si intensifica con l’obiettivo di ricongiungere il Paese sotto il controllo di Hanoi.
Gli Stati Uniti inizialmente si limitano a inviare, in soccorso del Vietnam del Sud, armi, denaro e consiglieri armati. Ma all’inizio degli anni Sessanta il presidente John Fitzgerald Kennedy autorizza la partenza di un primo corpo di spedizione di 30 mila uomini, cui seguono decine di migliaia di altri militari sotto la presidenza di Lyndon Baines Johnson, arrivando nel 1967 a un totale di mezzo milione. Il territorio, caratterizzato da giungla e villaggi rurali, e la popolazione, motivata da un forte nazionalismo e organizzata in una guerriglia capillare dai partigiani comunisti (i Vietcong), rendono impossibile l’avanzata americana e costosissima in termini di vite umane, trasformando il conflitto in un tragico «pantano», come fu descritto nei dibattitti politici, giornalistici e storici.
Nonostante l’invio massiccio di truppe e nonostante i bombardamenti a tappeto sul Nord e l’impiego del napalm per distruggere vegetazione e abitazioni e individuare i Vietcong, l’esercito americano non viene a capo della guerriglia che anzi si rafforza. Intanto dai campus universitari degli Stati Uniti parte e si diffonde in Europa un vasto movimento di opposizione alla guerra, alimentato dai racconti dei giornalisti e dalle immagini crude delle troupe televisive sul terreno, al seguito dei combattenti.
Appena eletto nel 1969, sotto la pressione dell’opinione pubblica per i costi umani ed economici del conflitto, il presidente Richard Milhous Nixon decide di intavolare trattative di pace con Hanoi, che si concludono con il ritiro completo dei soldati americani. Tuttavia, contravvenendo agli impegni presi, il Vietnam del Nord non riconosce il Vietnam del Sud e nell’aprile 1975 i Vietcong e le truppe di Hanoi occupano il Sud con la capitale Saigon, ribattezzata Città Ho Chi Minh, e nel maggio 1976 il Vietnam è riunificato sotto la ferrea dittatura comunista. Analoga sorte subiscono la Cambogia e il Laos. Da notare che i regimi comunisti non mollano mai il potere.
La vittoria in Vietnam – affermano gli storici – è in certo senso il «canto del cigno» e l’anticamera della fine per il blocco comunista. Sempre più sopravanzato economicamente e tecnologicamente dall’Occidente, a dispetto del tentativo di Michail Sergeevič Gorbačëv nella seconda metà degli anni Ottanta, l’Unione Sovietica si dimostra sostanzialmente irriformabile. I movimenti nazionali antisovietici nei Paesi satelliti e in alcune Repubbliche dell’Urss portano all’indipendenza e il 1° gennaio 1992, al crollo dell’Unione Sovietica, con la conseguente fine del regime comunista che durava da 75 anni.
Uno degli osservatori più attenti e dei lettori più acuti della situazione in Vietnam – anche perché vi compì parecchi viaggi – fu il giornalista e scrittore vercellese di Tronzano, padre Piero Gheddo, missionario del Pime, autore di molteplici conferenze, articoli, studi e libri, dei quali forse il più famoso, scritto con padre Giacomo Girardi, è «Vietnam Cambogia non stiamo a guardare. Due popoli un solo dramma» del 1979. «Con la “liberazione” del 1975-76 – scrive – il dramma dei popoli indocinesi non è terminato. La guerra tra Vietnam e Cambogia, la fuga sempre più massiccia e tragica dei profughi dalle coste vietnamite scuote l’opinione pubblica mondiale». Il libro, e tutta l’opera di padre Gheddo, è «un atto di accusa alle deformazioni dei mezzi di informazione e la viltà degli intellettuali».
Sul Vietnam nel novembre 1973 si svolse a Torino – ne fummo testimoni – un importante congresso internazionale, organizzato da Pax Christi, nel quale si manifestano le diverse tendenze dei cattolici italiani. Mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea e presidente nazionale di Pax Christi, così ricorda la sua posizione intermedia tra l’eccessiva politicizzazione e il disimpegno: «In quel momento, in tempi di contrapposizione ideologica, occorreva accogliere quanto di buono c’era nelle due fazioni e soprattutto dimostrare al comunismo, che stava avviandosi verso la vittoria, che la Chiesa cattolica non si identificava con gli Usa e che non era “il cappellano degli Stati Uniti”. Questo per me era importante perché era l’unico modo per permettere alla Chiesa di mantenere la sua forza di lievito anche nel Vietnam unificato».
Al convegno partecipa padre Gheddo. Il cardinale Michele Pellegrino – già molto contestato e accusato di essere un “vescovo rosso e comunista” partecipa al congresso e – racconta Gheddo – «mise come condizione alla sua partecipazione che invitassero anche me: me l’ha rivelato più tardi. Andai a fare la mia relazione, dicendo ciò che pensavo, condannando chiaramente anche l’intervento americano e il regime di Thieu, ma senza tacere il carattere oppressivo della dittatura di Hanoi e rivalutando gli aspetti positivi della contestata Chiesa sudvietnamita. In sala ci fu molto dissenso. Alla fine dell’intervento, in una pausa del convegno, mi raggiunse padre David Maria Turoldo e mi spinse in un camerino: “Gheddo, tu sbagli, sei fuori strada. Tutti dicono il contrario di ciò che dici tu”. Non sapevo che farci: dicevo solo quello che avevo visto nei viaggi e nei soggiorni in Vietnam. E aggiunse: “Non capisci che il socialismo potrà fare degli sbagli, ma è il futuro del mondo”. A me diceva quelle cose, quando di regimi socialisti ne avevo visti tanti…».
Pier Giuseppe Accornero



