Cinquant’anni fa la legge sull’Obiezione di coscienza

15 dicembre 1972 – «Si può difendere la Patria senza imbracciare un’arma». Lo conferma con forza il cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna e presidente della CEI celebrando a Roma, con i prefetti, la festa del patrono Sant’Ambrogio e ricordando i 50 anni della legge «Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza»

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«Si può difendere la Patria senza imbracciare un’arma». Lo conferma con forza il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana celebrando a Roma con i prefetti la festa del patrono Sant’Ambrogio – era prefetto di Milano prima che, a fuor di popolo, venisse acclamato vescovo – e ricordando i 50 anni della legge n. 772 «Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza» (1972-15 dicembre-2022) e i 45 anni del servizio civile in Caritas italiana (1977-2022).

Dice Zuppi: «L’obiezione di coscienza ha permesso tanta coscienza, nelle persone e nelle comunità, un cammino che ha aiutato tante realtà a maturare e ha permesso di capire cosa significa essere operatori di pace e il prezzo che richiede. Oltre ad aprire uno spazio per l’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, la legge introduce per gli obiettori l’obbligo di “prestare servizio militare non armato o servizio sostitutivo civile” e quindi introduce il servizio civile. Ci vollero anni per raggiungere questo risultato, smontando una lunga tradizione che scorrettamente equiparava rifiuto del servizio militare e disimpegno verso la società».

Fior fiore di cattolici eccellenti si sono impegnatiMario Gozzini, che poi si candidò nel file del Pci (insieme ad altri cattolici e al pastore valdese Tullio Vinay), principale autore della legge 663 del 1986 che introduce la fondamentale riforma penitenziaria della flessibilità della pena. Fabrizio Fabbrini, pacifista amico di Giorgio La Pira, che nel 1965 rifiuta la divisa militare pochi giorni prima del  congedo, è processato e condannato. Padre Ernesto Balducci, religioso scolopio. Tra i cattolici brillano due preti. Don Primo Mazzolari, focoso cremonese, cappellano militare nella Grande Guerra convertito al pacifismo. Torna dal fronte stravolto: «La guerra è passata come un uragano sulla vita degli uomini, come una tempesta violenta, come una follia di odio e amore, come un fuoco nel quale si doveva fondere la vita nuova delle Nazioni». Quello che paga il più alto prezzo è don Lorenzo Carlo Domenico Milani, processato per una lettera ai cappellani militari nella quale difende l’obiezione di coscienza.

Lorenzo Milani nasce a Firenze il 27 maggio 1923 da colta famiglia borghese e da mamma di origine israelita. Nel 1930 la famiglia si trasferisce a Milano. Dopo la maturità classica, si dedica alla pittura: dice che lo aiuta a conoscere il Vangelo. La famiglia torna a Firenze e l’8 novembre 1943 Lorenzo entra in Semina­rio, il 13 luglio 1947 è ordinato prete dal cardinale arcivescovo Elia Angelo Dalla Costa e mandato viceparroco a San Donato di Calenzano (Firenze). Il 14 novembre 1954 è nominato priore-parroco di Sant’Andrea a Barbiana, paesino di montagna del Mugello: non c’è la strada, non c’è la lu­ce, non c’è l’acqua. Diventa arcivescovo di Firenze il friulano Ermene­gildo Florit, che mal si adatta allo scoppiettante ambiente toscano: lo si vedrà nella contestazione dell’Isolotto. Don Lorenzo scrive «Esperienze pastorali», libro colpito dai fulmini del Sant’Offizio.

La vicenda giudiziaria di don Milani nasce da una bega clericale. Il 12 febbraio 1965 su «La Nazio­ne», quotidiano di Firenze, compare un ordine del giorno dei cappellani militari toscani in congedo che condannano «l’obiezione di coscienza come espressione di viltà, insulto alla Patria e ai caduti ed estranea al comandamento cristiano dell’amore». Gli obiettori finivano in carcere perché la legge non consentiva il rifiuto del servi­zio militare per nessuna ragione. In una splendida e tagliente «Lettera ai cappellani militari» – stampata in mille copie, inviata a tutti i giornali ma pubblicata solo da «Rinascita», settimanale del Pci, il 6 marzo – sostiene: «Io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro»; difende il diritto a obiettare e a non obbedire acriticamente. Il card. Florit minaccia il priore di «sospenderlo a divinis».

Alcuni ex combattenti lo denunciano alla Procura di Firenze per apologia di reato. Non po­tendo partecipare al processo – perché grave­mente malato di tumore e ne morirà – don Lorenzo il 18 ottobre 1965 scrive una lettera ai giudici del Tribunale di Roma nella quale affronta temi cruciali: il ruolo della scuola nella for­mazione della coscienza dei cittadini; le leggi giuste e ingiuste; l’obiezione di coscienza; l’amore per le leggi. Il 15 febbraio 1966 si tiene il processo a don Milani e a Luca Pavolini, direttore di «Rinascita»: sono assolti dopo tre ore di camera di consiglio «perché il fatto non costituisce reato». Su ricorso del pubblico ministero, don Milano è condannato in appello il 28 ottobre 1968 ma la pena è estinta dalla morte. Le lettere ai cappellani militari e ai giudici sono pubblicate in «L’obbedienza non è più una virtù», un testo che furoreggia nella contestazione sessantottina e che influenza il movimento per la pace. I suoi ragazzi scrivono e pubblicano nel maggio 1967 «Lettera a una professoressa»: don Lorenzo muore un mese dopo, il 26 giugno 1967.

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