Cinquant’anni fa lo scudetto del Toro

16 maggio 1976 – La partita di calcio Torino – Cesena assegnò lo scudetto al Toro, dopo 27 anni dal precedente, l’ultimo vinto dal Grande Torino, scomparso tragicamente a Superga il 4 maggio 1949, insieme all’equipaggio e a tutti i passeggeri del volo che ritornava in città, dopo una partita amichevole a Lisbona

2267

Una buona fetta di gioventù (ma non si trattava solo di giovani) a Torino, domenica 16 maggio 1976, aveva affollato quello che allora si chiamava Stadio Comunale  e che oggi è conosciuto come  Stadio Olimpico Grande Torino. La partita di calcio Torino – Cesena, che poi finirà 1-1, avrebbe potuto assegnare, come di fatto avvenne, lo scudetto al Toro, dopo 27 anni dal precedente, l’ultimo vinto dal Grande Torino, scomparso tragicamente a Superga il 4 maggio 1949, insieme all’equipaggio e a tutti i passeggeri del volo che ritornava in città, dopo una partita amichevole a Lisbona.

L’attesa era tanta, passato tutto quel tempo, ed erano trascorsi quarantanove anni dalla prima vittoria tricolore del Toro (1926-27), uno scudetto revocato (e non assegnato alla seconda classificata) per una storia di corruzione mai effettivamente dimostrata (per la cronaca, i granata vinsero anche il campionato successivo). A quasi cento anni da allora sarebbe ora di rivedere una decisione molto contestata. Nel maggio ’76 nessuno avrebbe immaginato che cinquant’anni dopo (2026) non ci sarebbero state altre vittorie scudettate (l’anno successivo per un solo punto, non senza polemiche, il Torino arrivò secondo).

Ma non tutta la meglio gioventù torinese dell’epoca era allo stadio. Nella basilica di Maria Ausiliatrice, in contemporanea, un folto gruppo di ragazzi (molti meno che al Comunale, ma comunque qualche migliaia) si era radunato per sentire l’arcivescovo Pellegrino e frère Roger Schutz, il fondatore della comunità ecumenica di Taizé in Francia. Era uno degli incontri organizzati dal Ser.mi.g. che, in quegli anni, avevano richiamato (richiameranno) in città personalità di grande rilievo quali, ad esempio, il cardinale belga Suenens, Carlo Carretto, il vescovo brasiliano Helder Camara e madre Teresa di Calcutta (che incontrò i giovani torinesi nella parrocchia di san Gioacchino un mese dopo, il 17 giugno). Pellegrino e Schutz erano amici fin dai tempi del Concilio Vaticano II, al quale il religioso protestante francese partecipò come osservatore e anche vi prese parte Pellegrino, prima come “perito” e poi come “padre conciliare”, essendo nel frattempo diventato arcivescovo di Torino. Alla sua ordinazione episcopale, nella cattedrale di Fossano, sua diocesi di origine,  fu presente anche lo stesso Schutz: segnali  di un ecumenismo crescente.

La coincidenza degli avvenimenti del 16 maggio non fu certamente voluta, ma sottopose ad alcuni giovani tifosi la necessità di una scelta. Così racconta, tra il serio e il faceto, un adolescente di allora: “Sono tifoso del Toro fin da bambino. Sono cresciuto nel mito del Grande Torino e mio padre mi portava a vedere gli allenamenti al Filadelfia, lo stadio dove aveva giocato la squadra dei cinque scudetti consecutivi. Era un luogo che rappresentava, per noi tifosi, una sorta di tempio, anche se un po’ decadente. Del Toro del ’76 mi piaceva particolarmente il capitano Claudio Sala, perché costruiva il gioco che portava a far segnare gli altri. Oggi per me è ancora un idolo Paolo Pulici (Puliciclone), il bomber per eccellenza, che allena squadre di ragazzini. Mi piace perché con franchezza denuncia i mali che i genitori esagitati, pieni di rancore e di ambizione,  fanno ai piccoli figli calciatori, impedendo loro di giocare per il solo divertimento, caricandoli invece di competizione e di arrivismo. Poi Giorgio Ferrini, che mi ha sempre affascinato per la tragicità della sua figura: capitano per tanti anni, smise di giocare la stagione prima dello scudetto, sedendo poi in panchina col mitico Radix [l’allenatore Gigi Radice], morì improvvisamente a soli trentasette anni pochi mesi dopo. Ma quel 16 maggio non andai allo stadio. Per me erano stati mesi complessi, da poco era mancato, improvvisamente per problemi cardiaci, un amico poco più grande di me, Claudio Ianni; poi c’era stata la vicenda di un altro amico, Cesare Bisognin, seminarista malato di cancro, ordinato sacerdote poco prima di morire; infine il terremoto del Friuli, con la sua spietatezza … Il gruppo parrocchiale che frequentavo aveva deciso di andare a Maria Ausiliatrice e io mi aggregai: avevo bisogno di riferimenti forti. Non mi sono pentito di quella scelta, di aver respirato aria di comunità, di aver pregato insieme a tanti altri giovani, perché nella vita bisogna darsi delle priorità e cercarne un senso. Ne avevo bisogno,… ma ho il rimpianto di aver perso l’opportunità di vedere dal vivo il Toro vincere uno scudetto: quando mai mi ricapiterà ancora?”.

Lunedì 17, il giorno dopo, sempre a Torino, iniziò il primo processo al nucleo storico delle Brigate Rosse, che fu subito rinviato perché i brigatisti rifiutarono i difensori d’ufficio e anche li minacciarono di morte. Tra le difficoltà per formare sia il collegio difensivo, sia  la giuria popolare (le persone estratte a sorte si dichiararono per lo più malate), il processo si avviò solo nel marzo 1978, pochi giorni prima del rapimento di Moro e dell’uccisione della sua scorta. Nel frattempo, il presidente degli avvocati torinesi, Fulvio Croce, che per dovere e responsabilità si assunse il pesante onere di fare il difensore d’ufficio, fu assassinato il 28 aprile 1977. In quei mesi ci furono altre persone assassinate dai terroristi, in città e in varie zone del paese. Molti erano i motivi per essere disorientati in quegli anni, ma il sistema Italia (e anche il nostro giovane di allora) seppero conservare la bussola.

6

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome