Cinquant’anni fa l’Ostensione televisiva della Sindone

23 novembre 1973 – Nel salone degli Svizzeri di Palazzo Reale a Torino l’Arcivescovo card. Pellegrino guida la liturgia della Parola durante la quale la Sindone viene mostrata per la prima volta nella storia in diretta televisiva, collocata in posizione verticale. L’attesa era grande perché non la si vedeva da quarant’anni, dal 1933

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Ostensione televisiva della Sindone 1973 - foto Losana

Nominato arcivescovo di Torino il 18 settembre 1965, mons. Michele Pellegrino trova sul tavolo il problema Ostensione della Sindone. È uomo che medita, riflette, prega, agisce; è un intellettuale che si lascia convincere da ragioni solide e motivate. Inizialmente non appare un «ultrà» della Sindone: a 30 anni l’ha vista e ha detto Messa in Duomo nel 1933 durante l’Ostensione per l’Anno Santo straordinario. Ma si tiene lontano dai facili entusiasmi e dalle esagerazioni. Il 23 marzo 1969 nomina una commissione di esperti, «studiosi che non avessero neppure nel subconscio posizioni pro o contro la Sindone», precisa mons. Jose Cottino. La commissione effettua, nella cappella del Crocifisso di Palazzo Reale, una ricognizione sul tessuto nella notte del 16-17 giugno 1969 e nel 1976 presenta le conclusioni: deve studiare e proporre la migliore conservazione della Sindone. Presidente è mons. Pietro Caramello, vicepresidente mons. Jose Cottino, organizzatore delle ostensioni, televisiva del 1973 e popolare del 1978. Membri, tra gli altri, scienziati come Giovanni Battista Judica-Cordiglia, Enrico Medi e Luigi Gedda.

Cinquant’anni fa, la sera del 23 novembre 1973 l’ostensione televisiva. Nel salone degli Svizzeri di Palazzo Reale, il card. Pellegrino guida la liturgia della Parola durante la quale è mostrata la Sindone, collocata in posizione verticale. Ero presente anch’io e la vidi per la prima volta da vicino e ricordo bene. La trasmissione non fu un granché per un problema di luci e perché la tv era in bianco e nero (il colore arrivò nel 1977). L’attesa era grande perché non la si vedeva da quarant’anni, dal 1933.

La prudenza di Pellegrino non è freddezza o contrarietà: «Noi torinesi abbiamo il privilegio di custodire nella Sindone l’immagine viva del volto che ispira l’amore. È legittimo il desiderio di contemplare questa immagine che richiama con un’eloquenza insuperabile il mistero della salvezza. Se l’ostensione nella forma tradizionale porta con sé gravi inconvenienti, oggi siamo in grado di soddisfare la pietà di chi scorge in questa reliquia il segno più evidente e commovente dell’Amore crocifisso. Il mezzo ci è offerto dalla televisione, a cui ci siamo rivolti per realizzare il desiderio di milioni di credenti. Il nostro San Massimo ci invita a guardare con fede, adorazione e gratitudine a Cristo crocifisso. Per questo ci è di aiuto contemplare la sua immagine nel lenzuolo che avvolse il corpo del Salvatore. L’avvenimento sarà uno stimolo a rinnovarci e a renderci conformi all’immagine del Figlio di Dio».

Nella trasmissione del 23 novembre l’arcivescovo dice: «L’immagine del volto e del corpo di Cristo parla con grande eloquenza. Invito a fissare lo sguardo sul sangue che scorre dal corpo piagato del Redentore. La fede ci sollecita al pentimento, all’adorazione, all’amore colmo di gratitudine. Guardiamo a lui per cercare nella sua croce conforto e aiuto. Andiamo a lui confessandoci peccatori, responsabili anche noi delle sofferenze di cui scorgiamo un’immagine straordinariamente viva e commovente. Presentiamoci a Cristo con tutto il peso delle nostre sofferenze e delle sofferenze dei poveri, degli oppressi, dei malati, degli emarginati. Si può dubitare, come alcuni dubitano, che l’immagine sia veramente l’impronta lasciata dal corpo di Cristo, ma una cosa è certa: il volto di Cristo è impresso in quello dei fratelli che non hanno né volto né voce».

Paolo VI dal Vaticano legge un bellissimo messaggio: «Noi pure come fossimo presenti, fissiamo lo sguardo con la più attenta e devota ammirazione sulla Sindone. Sappiamo quanti studi si concentrano. Ricordiamo la viva impressione che si stampò nel nostro animo quando ne 1931 avemmo la fortuna di assistere a una proiezione della Sindone su uno schermo e il volto di Cristo ci apparve così vero, così profondo, così umano e divino, quale in nessuna altra immagine avevamo ammirato. Fu un momento d’incanto. Qualunque sia il giudizio degli studiosi su cotesta sorprendente e misteriosa reliquia, facciamo voti che conduca a un’assorta osservazione sensibile dei lineamenti del Salvatore. Pensiamo all’ansioso desiderio che la presenza di Gesù nel Vangelo suscitava di vederlo. Pensiamo alla faccia straziata e sfigurata di Cristo e al volto che nella trasfigurazione abbaglia i discepoli. Fortuna grande la nostra, se questa asserita superstite effigie della Sindone ci consente di contemplare i lineamenti di Gesù».

In una conferenza stampa il 22 novembre Pellegrino spiega: «La Sindone è un richiamo a guardare al Salvatore perché ha qualcosa da dire a tutti. Il volto e il corpo di Cristo ci richiama alle sofferenze di coloro nei quali ha voluto personificarsi e quasi incarnarsi. Vedo Cristo crocifisso nelle persone che soffrono l’oppressione, l’ingiustizia, la discriminazione, lo sfruttamento. Nei primi mesi del mio episcopato erano giunte numerose richieste per l’ostensione, ma non ho creduto di aderirvi principalmente per due motivi: l’enorme lavoro organizzativo e i rischi che al Lenzuolo comporta un’ostensione prolungata in un ambiente dall’aria inquinata come Torino. Invece l’ostensione-tv può arrivare a milioni di persone, malati, handicappati, anziani, coloro che non possono pagarsi il viaggio. La trasmissione può interessare tutti per il suo intrinseco valore culturale, storico, scientifico. A me non interessano il calcio e le canzonette, ma ammetto che la Rai trasmetta calcio e canzonette per il gusto dei telespettatori: siamo in una società pluralistica e non imponiamo a nessuno un atto di fede. Lo scopo è religioso: non vogliamo farne un oggetto di spettacolo né vogliamo dichiararne l’autenticità».

Nella festa di Cristo Re Pellegrino in Duomo apre l’Anno Santo (25 novembre) che è celebrato nel 1973-74 nelle diocesi e nel 1974-75 con i pellegrinaggi a Roma. Afferma Pellegrino: «Là, dietro quella vetrata, in una cappella ove la pietà dei torinesi si è espressa in una delle più belle creazioni artistiche, si conserva e si venera un cimelio che ci richiama, nel modo più vivo e commovente, Cristo che sparge il suo sangue per noi. All’alba di questo Anno Santo, all’indomani dell’ostensione, la Sindone ci chiama a realizzare i grandi obiettivi di questo tempo di grazia: il rinnovamento interiore nella conversione e la riconciliazione con Dio e con i fratelli. Dobbiamo comportarci in modo da riprodurre in noi il volto di Cristo che, contemplato nella Sindone, ci invita alla riconoscenza e all’amore. A che servirebbe venerare la Sindone se non ci sforzassimo di essere fedeli a questo impegno? Tutto ciò che è contro la giustizia – inganno, oppressione, sfruttamento, sperequazioni fra chi non cessa di accumulare e chi manca del necessario: nutrimento, abitazione, cura della salute, educazione dei figli – è un impedimento al Regno di Cristo». Pellegrino non decise l’ostensione popolare  perché fece già quella televisiva: «Io sono ormai vecchio e malato. Ci penserà il mio successore».

Pier Giuseppe Accornero

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