Cinque referendum nella nebbia

Votazioni – I sondaggi dicono che gli italiani ne sanno poco o niente. Ben cinque Referendum abrogativi si terranno domenica 12 giugno nella generale disinformazione sui quesiti, che hanno per argomento il funzionamento della Giustizia e della Magistratura. Li presentiamo in questo articolo

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Domenica 12 giugno saremo chiamati alle urne per decidere su cinque quesiti in materia di giustizia. Si tratta, come sempre accade in questo tipo di consultazioni, di referendum abrogativi: votando «Sì» viene abrogata, cioè eliminata, la norma in oggetto; votando «No» essa viene mantenuta in vita. I cinque quesiti riguardano: decreto Severino, su sospensione ed incandidabilità in caso di condanna penale; limitazione delle misure cautelari; separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri; valutazione dell’operato dei magistrati; modalità di elezione del Consiglio superiore della magistratura (Csm).

Come si vede, siamo dinanzi a temi molto diversi tra loro, questioni che da tempo aleggiano nell’eterno dibattito tra potere politico e giudiziario. Tematiche alle quali, in una certa misura, sta dando qualche risposta la riforma elaborata dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, proprio in queste settimane in transito nelle aule parlamentari.

I referendum sono stati voluti dalla Lega e dai Radicali che, la scorsa estate, hanno raccolto le firme necessarie. In origine i quesiti avrebbero dovuto essere otto, ma tre di essi – sulla responsabilità dei giudici, sulla cannabis e sul fine vita – sono stati bocciati dai giudici della Corte costituzionale.

Tornando all’attuale oggetto del contendere, proviamo ad esaminare più nel dettaglio il contenuto delle domande poste agli elettori per capire le ragioni del sì e del no, ma anche le conseguenze di un’eventuale abrogazione delle norme soggette al giudizio popolare.

SENATO, DIBATTITO E VOTO DI FIDUCIA SUL NUOVO GOVERNO
L’AULA

Legge SeverinoIl referendum punta all’abolizione del decreto emanato nel 2012 che porta il nome di Paola Severino, ministra della Giustizia nel governo guidato da Mario Monti, e che prevede la sospensione, l’incandidabilità e la decadenza dalle cariche pubbliche in caso di condanna penale.

In seguito a questa norma, molti amministratori comunali e regionali sono stati sospesi già in occasione del primo grado di giudizio. A questo proposito va sempre rammentato che nel nostro ordinamento una sentenza di condanna è definitiva solo dopo la pronuncia della Corte di Cassazione. L’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) ha più volte evidenziato che molti dei sindaci condannati in primo grado, e quindi sospesi per legge, sono stati poi assolti nei gradi successivi, dopo che il Consiglio comunale era stato comunque sciolto.

L’Anci da tempo chiede che venga eliminato l’automatismo della sospensione, consentendo al giudice una valutazione caso per caso. In tal senso vi è una proposta di modifica portata all’attenzione del Parlamento, per ora senza alcun esito.

In realtà quello della sospensione dall’incarico pubblico è solo un aspetto della legge. E neppure quello più importante. Nodi davvero cruciali sono piuttosto l’incandidabilità alle elezioni politiche, regionali e comunali, la decadenza dalle cariche elettive stesse e il divieto di assumere incarichi di governo in seguito a sentenza di condanna definitiva a pene superiori a due anni di reclusione. Oltre a Lega e Radicali, sono favorevoli ad abrogare il decreto Forza Italia, Italia Viva di Matteo Renzi ed Azione, il partito di Carlo Calenda. Contrari a cambiare l’assetto in vigore: Pd, M5S e Fratelli d’Italia.

Custodia cautelare – Si propone di ridurre le casistiche nelle quali può venir disposta la custodia cautelare e la carcerazione preventiva. Oggi il codice consente l’applicazione di questa misura quando si ravvisa un pericolo di fuga, un rischio di inquinamento delle prove e la possibilità di reiterazione del reato. Quest’ultima ipotesi verrebbe eliminata, al prezzo però di allentare le maglie per alcuni gravi reati, come quelli a carattere fiscale o lo stalking, dove – esperienza giudiziaria insegna – risulta molto probabile il ripetersi della condotta illecita. Per l’abrogazione si schierano: Forza Italia, Italia Viva ed Azione, sul fronte opposto Fratelli d’Italia, Democratici e Pentastellati.

Separazione delle carriere – Anche su questo tema la politica si divide allo stesso modo che per il quesito precedente, tranne Fratelli d’Italia che passa nel campo abrogazionista. In gioco c’è la separazione delle funzioni tra pubblici ministeri, coloro cioè che sostengono l’accusa, e magistrati, chiamati a giudicare. Attualmente, nell’arco della carriera di un magistrato sono consentiti quattro passaggi di funzione.

Chi intende abrogare questa norma sostiene che questi passaggi siano troppi col rischio di un’accentuata commistione di ruoli che poi può riverberarsi sull’effettiva imparzialità del giudizio. In pratica, secondo questa tesi, il magistrato giudicante non risulta mai davvero ‘terzo’ rispetto alle parti in causa, in quanto sia i pm che i giudici non solo appartengono al medesimo corpo giudiziario, ma possono cambiare troppo spesso di posizione.

In realtà la stessa riforma Cartabia interviene su questo aspetto, imponendo un’unica scelta nel corso della vita professionale del magistrato. Dopodiché si rimane nella posizione prescelta fino alla pensione.

Il fronte contrario all’eliminazione dell’attuale normativa, sottolinea che introdurre una differenziazione tanto rigida nello svolgimento delle funzioni può essere il primo passo per una completa separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri con l’assoggettamento di questi ultimi al ministero della Giustizia. Ossia al potere esecutivo e ai condizionamenti della politica. Una situazione presente in diversi Paesi europei, primo tra tutti la vicina Francia, dove la magistratura non di rado è ‘succube’ del Governo di turno.

Valutazione dei magistrati – Oggi è di stretta competenza del Csm, anche sulla base dei responsi provenienti dai Consigli giudiziari presenti in ogni distretto. I fautori dell’abrogazione delle regole attuali evidenziano che tutto avviene entro le mura del mondo giudiziario col rischio che in taluni giudizi, su cui influiscono promozioni e scatti di carriera, prevalgano logiche corporative. L’idea è allora quella di far intervenire nel giudizio anche figure esterne alla magistratura, come rappresentanti dell’Università e dell’Avvocatura.

Dicono no all’abrogazione Democratici e Pentastellati, mentre sono favorevoli le forze politiche di centro e di destra. Del tutto contraria a questa ipotesi l’Associazione nazionale magistrati (Anm), che vi intravede un’indebita ingerenza da parte di soggetti estranei alla specifica attività dei giudici.

Elezione del Consiglio superiore della magistratura (Csm) – L’obiettivo è di eliminare la raccolta di firme per la presentazione delle candidature per essere eletti nel Consiglio. Oggi ne servono da 25 a 50, a seconda delle dimensioni del distretto. Un meccanismo che rappresenta una barriera pressoché insormontabile per i candidati indipendenti, favorendo invece le correnti organizzate.

Questa modifica è stata pienamente accolta dalla riforma Cartabia e qualora il testo fosse approvato dal Parlamento prima della scadenza referendaria, ne deriverebbe l’immediata decadenza del quesito. Anche su questo tema, tra i partiti si registra la stessa divisione riscontrabile nel quesito precedente. Risulta peraltro curioso il fatto che Pd e M5S dopo aver dato il via libera al progetto Cartabia siano poi contrari all’abrogazione per via referendaria delle regole in vigore.

Questo, nel suo complesso, il panorama dei cinque referendum. A parte Lega e Radicali che hanno proposto i quesiti, il resto delle forze politiche non sembra, almeno per ora, appassionarsi troppo a questa consultazione. Emerge anche il fatto, rilevato da molti commentatori tra cui non pochi giuristi, che si tratti di cinque quesiti complessi, ai quali manca quell’immediatezza di giudizio, presente nel caso del divorzio o dell’energia nucleare, che permetteva ai cittadini di farsi un’idea sufficientemente precisa su come votare.

Qui tutto pare alquanto nebuloso con questioni giuridiche non disgiunte da un certo tecnicismo che le rende poco comprensibili al grande pubblico e, soprattutto –  questo il punto decisivo – difficilmente incasellabili in un semplice sì o no, come imposto, per sua natura, da un referendum. Incombe il rischio che la tornata referendaria, come già accaduto in passato in presenza di quesiti troppo specialistici, venga invalidata, considerando che per la sua validità è richiesta la partecipazione del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto.

Il crescente astensionismo, registrato negli ultimi tempi in qualsiasi appuntamento elettorale, non depone poi certo a favore di un massiccio afflusso alle urne. Al di là dell’esito di questa tornata, occorre in ogni caso che le forze politiche e il mondo giuridico svolgano una riflessione sull’utilizzo del referendum. Fornire massima vitalità ed efficacia a questo strumento di partecipazione popolare è infatti una delle sfide della nostra democrazia.

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