Come salvare la scuola dal disastro

Crolla il livello di istruzione. Fra 2 mesi la ripresa delle lezioni con mille interrogativi sul Covid e sul recupero delle lacune provocate dalla didattica a distanza

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Era facilmente prevedibile che l’irregolarità nella frequenza delle lezioni in seguito alla pandemia avrebbe prodotto gravi conseguenze sulla preparazione degli studenti. Non sorprende – se non per le dimensioni assai negative (per non dire catastrofiche) registrate in alcune zone del Sud – la criticità dello scenario comunicato nei giorni scorsi dall’Invalsi, l’Istituto che vigila sull’andamento del rendimento scolastico. Secondo questi dati siamo in presenza di una notevole regressione delle conoscenze e competenze degli studenti italiani. Se ci può consolare – mal comune mezzo gaudio -, fenomeni analoghi si registrano in tutto il mondo, specie in quello più povero: una vera ‘catastrofe generazionale’ a livello delle giovani generazioni le cui conseguenze pagheranno purtroppo, a caro prezzo nell’ingresso nel mondo del lavoro se non riusciranno a recuperare rapidamente i pezzi di sapere per ora andati smarriti.

Dallo scadimento abbastanza generalizzato si salvano soltanto gli scolari delle scuole primarie, in calo gli esiti nelle scuole medie mentre negli istituti superiori si può tranquillamente parlare di un vero e proprio tracollo, più contenuto nelle regioni settentrionali, più grave altrove. Gli insufficienti in italiano sono saliti dal 39 al 44% (al 60% nel Sud), in matematica è stata superata la soglia psicologica del 50% (il 70% nelle scuole meridionali). L’unico dato stabile riguarda la conoscenza della lingua inglese. Nel frattempo (complice l’irregolarità scolastica) oltre 540 mila ragazzi hanno abbandonato la scuola e vengono censiti nelle statistiche come «dispersi».

In tanta desolazione il Piemonte – pur in linea con la tendenza negativa a livello nazionale – resiste su livelli quasi accettabili: buone le elementari e quasi stabili le medie, in crisi le superiori ma senza la Caporetto fatta registrare altrove. Come sempre meglio i licei degli istituti tecnici e dei professionali.

Gli avversari della Didattica a distanza non hanno mancato di indicare in questa modalità di insegnamento la principale responsabile della situazione deficitaria attuale. E, in parte, questa valutazione è corretta. Ma una serena analisi non può limitarsi a individuare una sola ragione dell’attuale crisi. Certamente le scuole superiori – costrette più degli istituti scolastici di grado inferiore a seguire le lezioni da casa – hanno maggiormente risentito della mancanza della presenza dei docenti e hanno pagato dazio anche in quella particolare e utile forma di apprendimento alla pari che si verifica tra coetanei.

Se si approfondisce la questione oltre ai limiti della Didattica a distanza (pratica che ha trovato impreparati i docenti ma che pure ha salvato almeno formalmente lo svolgimento dell’anno scolastico), l’irregolarità della vita scolastica ha fatto venire impietosamente a galla tutte le fragilità sociali e scolastiche ben note che, anche in condizioni normali, influenzano il rendimento degli allievi. Si tratta di un insieme di fattori che vanno dallo scarso (o nullo) interesse di una parte delle famiglie circa gli esiti scolastici dei figli al contesto socio-ambientale nel quale esse vivono, dalla carenza di iniziative educative extrascolastiche (ad esempio i corsi gestiti da volontari per aiutare gli alunni in maggiore difficoltà) in grado di compensare le insufficienze alla convinzione assai pericolosamente diffusa che, tutto sommato, la «scuola non serve», meglio formarsi una preparazione da soli attraverso le risorse messe a disposizione della rete. Senza parlare, infine, delle difficoltà economiche che in qualche caso impediscono di acquistare i libri di testo e hanno sicuramente condizionato l’impiego dei dispositivi elettronici.

Le indagini dell’Invalsi documentano che i dati negativi in genere sono accompagnati da una o più di queste condizioni. Il suggerimento è che, se non si agisce anche a livello sociale ricreando un’atmosfera positiva verso la scuola, attivando un patto con famiglie e contesto territoriale (mondo del lavoro, ambienti ricreativo-sportivi, comunità religiose, ecc.) difficilmente i docenti da soli potranno invertire una rotta negativa che la pandemia ha soltanto messo impietosamente a nudo. Siamo in presenza di realtà spesso da noi un po’sottovalutate e invece molto studiate soprattutto nei Paesi anglosassoni che hanno attivato iniziative apposite per ridurre la povertà educativa, mentre da noi si scarica ogni responsabilità o sugli insegnanti o sulle famiglie. Una ricerca condotta dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo ha per la prima volta documentato in Italia come si possa migliorare anche le scuole strutturalmente più deboli (ved. il volume «E’ possibile un’altra scuola?», ed. Il Mulino)

In questo senso sono andate le prime iniziative del ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, che ha destinato una cospicua somma alle scuole per tenerle aperte, spesso in collaborazione con enti locali e gruppi attivi nella vita civica, con attività formative non troppo legate ai programmi anche nei mesi estivi. Lo scopo è quello di recuperare, prima di tutto, la ‘socialità’ tra i ragazzi, premessa – pensano in molti – perché con l’avvio del nuovo anno scolastica ci siano le condizioni per avviare il recupero delle lacune anche nelle singole discipline accumulate nei mesi passati davanti a un video a seguire le lezioni di insegnanti, a loro volta, non sempre particolarmente esperti nella gestione della Didattica a distanza.

Ma prima ancora di pensare a come recuperare il terreno perduto bisognerà tornare alla scuola in presenza e in piena sicurezza. Una sfida non da poco per quello che si può immaginare di fronte alla recrudescenza dei contagi. In tal senso stanno lavorando centralmente e territorialmente gli uffici scolastici e le singole scuole. La prima condizione posta dal Comitato Tecnico Scientifico – al quale il ministro si è rivolto per un parere quanto mai urgente – è quella della vaccinazione a tappeto degli insegnanti (in Piemonte ne mancano all’appello ancora circa 20 mila), del personale amministrativo e degli studenti sopra i 12 anni. E’ previsto che i docenti non ancora vaccinati possano godere di una corsia preferenziale per provvedere entro le prossime settimane. Nessuno, per ora, ha invocato l’obbligo di vaccinazione e il ministero ha soprattutto posto l’accento sul senso di responsabilità dei singoli docenti. Vedremo a breve l’esito di questo accorato e insistito invito.

Una seconda e non meno decisiva sfida sarà la capacità dei collegi dei docenti di predisporre piani di recupero per non lasciare scoperte le lacune maturate nei mesi della pandemia. La situazione nelle scuole è molto differenziata non solo tra sezione e sezione, ma all’interno delle stesse classi e sarà perciò necessario predisporre apposite iniziative personalizzate in modo da rispondere non genericamente alle carenze, ma in modo specifico in ragione delle esigenze dei diversi studenti. Si potrebbero dedicare – è l’ipotesi che circola in numerosi istituti – i primi mesi dell’anno al recupero per passare allo svolgimento del nuovo programma, secondo altri esperti si potrebbero creare nelle classi diversi gruppi da gestire ‘in parallelo’ così da non penalizzare quanti sono riusciti, nonostante le difficoltà (e spesso grazie all’aiuto dei genitori), a non accumulare ritardi.

Ma si parla anche di una terza possibilità ed è quella di ingaggiare educatori e studenti universitari per affiancare nelle situazioni più gravi gli allievi in maggiore difficoltà – per esempio quelli che non hanno potuto seguire in modo regolare le lezioni a distanza o i soggetti dal faticoso esercizio cognitivo – e creare, accanto alla didattica personalizzata anche interventi di tipo individuale almeno per un certo periodo. Un esperimento in tal senso è stato recentemente realizzato attraverso la convenzione tra l’Università e alcune scuole mediante la collaborazione dei tirocinanti dei corsi di laurea in Scienze dell’educazione e Scienze della formazione primaria con risultati assai soddisfacenti.

Di fronte all’ampiezza della crisi e il diffondersi a macchia d’olio dell’incultura giovanile (e purtroppo la sua compensazione con un uso spesso distorto delle risorse virtuali) bisognerà unire tutte le forze disponibili per arginare l’inquietante rischio di una generazione senza ossatura culturale. Non basta dare una mano di bianco per nascondere la realtà, promuovere tutti e semplificare l’esame di maturità.

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