Come si finisce a dormire sotto i portici

Storie di disperazione – Polemiche a Torino sull’elemosina ai mendicanti: ci guadagnano troppo? L’Arcivescovo Nosiglia invoca una società capace di esprimere «umanità». Nostra intervista a Cristina Avonto, presidente della Federazione Organismi per le Persone senza dimora. MESSAGGIO DELL’ARCIVESCOVO

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La torinese Cristina Avonto è presidente di fio.PSD (Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora), organismo che unisce sul suolo nazionale numerose associazioni cooperative e realtà del terzo settore. Psicologa, madre di due ragazze, presidente dal 1999 della cooperativa sociale Progetto Tenda di Torino, ha ricoperto diversi incarichi nel direttivo della federazione (vicepresidente, economo, consigliere), anche come delegata alla formazione. L’abbiamo intervistata a margine delle polemiche dei giorni scorsi sui clochard accampati sotto i portici del centro di Torino. Nella pagina a fronte pubblichiamo l’intervento diffuso il 28 gennaio dall’Arcivescovo Nosiglia per ragionare sul senso dell’elemosina e sui percorsi della solidarietà.

Chi sono oggi le persone senza dimora, che chiedono l’elemosina?

L’Arcivescovo Nosiglia con il suo intervento ha inquadrato, più di ogni altra voce, l’effettiva situazione dei senza dimora. Rispetto ad essi, dobbiamo innanzi tutto ricordare che si tratta di persone in condizioni di estremo disagio. Disagio economico, perdita della casa, del lavoro, ma soprattutto forte disagio di stigma sociale, problematiche correlate anche alla salute mentale, all’alcool dipendenza e alla tossicodipendenza. Le persone senza dimora hanno una multipla problematicità. Non c’è mai un solo problema che le ha portate a vivere sulla strada. Capita di incontrare padri di famiglia che non potevano più mantenere i propri congiunti e per questo li hanno lasciati, per vergogna. Per loro era troppo doloroso non poter essere più padre, marito. Sono situazioni drammatiche, che solo con una presa in carico e un percorso difficile di aiuto e accompagnamento possiamo pensare di ricucire e raddrizzare, anche riportando a casa le persone che si sono perse e lasciate andare. Nel corso della pandemia la situazione dei senza dimora si è ulteriormente aggravata: oggi tra i soggetti fragili e vulnerabili ci sono anche le donne, per esempio le badanti (che alla morte dell’anziano assistito possono perdere tutto e finire in mezzo ad una strada) oppure le donne separate con figli a carico, travolte dalla povertà, cui non riescono a reagire.

Quanti sono i senza fissa dimora in Italia?

L’ultima rivelazione nazionale compiuta nel 2014 dalla nostra Federazione insieme a Istat e Caritas italiana ne aveva contati circa 50 mila. Oggi stiamo iniziando una nuova indagine con il Ministero e con tutti i soggetti pubblici e privati che si occupano del problema, ma già sappiamo che i numeri sono cresciuti: prima del Covid stimavamo un aumento del 20%; ora, con la crisi sanitaria ed economica, possiamo immaginare che il dato sia cresciuto fino al 30-40%. C’erano situazioni «borderline» che sono scivolate o stanno scivolando nella condizione dei senza dimora. Nell’anno della pandemia coloro che vivevano di piccoli lavoretti, di espedienti, magari dando una mano in lavori di fatica, nei mercati, o anche chi viveva di elemosina, si è visto chiudere ogni minima prospettiva di reddito.

Quale età hanno i senza dimora? Quale nazionalità?

Oltre all’aumento delle donne, la principale novità, anche a Torino, è l’aumento dei giovani. Nelle strade incontriamo giovani senza speranza, con crisi famigliari alle spalle e abbandono scolastico. Ci imbattiamo in donne sole, anch’esse spesso provenienti da situazioni di conflitto famigliare. Sono fenomeni nuovi rispetto al passato, anche se la percentuale più alta di senza dimora resta collocabile tra gli uomini di età compresa tra i 35 e i 65 anni. Vi sono anche persone più anziane, che solo in parte i Servizi Sociali riescono a prendere in carico. La percentuale di italiani e cittadini stranieri è praticamente uguale, un 50% che definisce la vulnerabilità diffusa in tutti gli strati sociali, senza differenze.

Quali strategie per il reinserimento sociale dei senza fissa dimora?

Fino a dieci anni il tema dei senza dimora era poco considerato a livello nazionale: tutto era demandato all’azione locale dei Comuni e questo è stato un grande problema Il volontariato sociale, laico e religioso, la San Vincenzo, le parrocchie, le Caritas, il terzo settore è sensibile, ma le istituzioni erano meno presenti. A partire dal 2010 la nostra Federazione ha svolto un lavoro enorme in collaborazione con tutti i soggetti istituzionali e privati: sono state formulate politiche nazionali, leggi, risorse, iniziative dedicate alle persone senza dimora. Si è compreso che per affrontare l’emergenza dei senza dimora non è sufficiente aprire mense, dormitori, centri diurni. È necessario elaborare progetti individuali di reinserimento: i senza dimora devono essere accompagnati al recupero di una vita dignitosa. Per far questo occorre trovare loro un luogo accogliente, una casa o una comunità. Particolarmente efficaci sono i progetti di «cohousing sociale», nei quali le persone in via di recupero non vengono affiancati solo dagli operatori sociali ma trovano vicini di casa in grado di interagire e supportarli, facendo breccia nella solitudine. È una visione diversa del Welfare, che parte dalla condivisione oltre che dall’assistenza e dalla gestione dell’emergenza. Un primo passo verso il ritorno alla normalità è spesso il coinvolgimento delle persone in piccoli servizi, piccoli lavori: tornano a sentirsi utili e lentamente si possono risollevarsi.

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