Come un chicco di frumento

Commento alle Letture della V Domenica di Quaresima (17 marzo) – Vangelo Giovanni 12,20-33

115

Il tempo di questa Quaresima stringe e l’evangelista Giovanni ci conduce rapidamente ai giorni della Pasqua di Morte e Risurrezione di Gesù. Anche nel brano di oggi l’evangelista non perde occasione per fornirci una profonda rivelazione di Gesù e questo lo fa non davanti agli scribi e ai farisei bensì davanti a quei giudei provenienti dal mondo greco pagano e convertiti, per usare un termine tecnico «proseliti».

I Greci cercano la sapienza ci dirà san Paolo nella lettera ai Corinzi e questo li spinge a chiedere agli apostoli di «vedere» Gesù. Il vedere nel senso biblico del termine non intende solamente lo sguardo della vista ma anche e soprattutto la comprensione, l’intendere con l’intelletto: in una parola il «sapere» così caro a tutto lo sviluppo filosofico del pensiero Greco. Di fronte a questa legittimo e serio desiderio di conoscere e di comprendere le cose di Dio, Gesù annuncia l’ora della sua glorificazione e non lo fa con un linguaggio filosofico ma lo fa con una immagine, una delle immagini più significative di tutto il Vangelo: l’immagine del chicco di grano. Questa espressione ricorre un’unica volta nel Vangelo e ricorre in concomitanza con l’annuncio e l’evento della Passione.

Il chicco di grano se, dentro la terra non muore rimane solo, non porta frutto. In questa espressione ad un tempo delicatissima e potentissima è racchiusa la vicenda umano- divina di Gesù. Il tempo della semina nel buio della terra è il lungo inverno del rifiuto del maestro, del rifiuto della sua proposta di vita e di speranza, assomiglia un pochino al lungo inverno di questo mondo dove sembra che non riesca a maturare alcun frutto se non il frutto dell’egoismo, della violenza, dell’ingiustizia in ogni ordine e grado della società. Gesù però riferisce a sè stesso l’immagine del chicco di grano poiché nel suo corpo sperimenta il rifiuto, la Passione e la Morte ma da questo rifiuto, dal seme che è la sua Passione e la sua Morte si produce per il mondo un frutto senza precedenti nella storia dell’umanità: il frutto del dare la vita per i propri amici e di un amore come questo del quale non ne esiste uno più grande. L’evangelista Giovanni, però,  non si accontenta e riporta l’immagine del seme che muore anche ai discepoli nelle seguenti espressioni: chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita la in questo mondo la conserverà per la vita eterna.

Per i discepoli odiare la vita in questo mondo vuol dire non conformarsi alla mentalità di questo secolo del si salvi chi può o peggio del «mors tua vita mea» cioè che dove c’è l’annullamento dell’altro c’è il mio trionfo. Proprio in questi giorni assistiamo anche in natura al risveglio di quel seme messo nella terra in inverno e anche la Parola di Gesù soprattutto in questa domenica ci invoglia a far finire l’inverno rigido della vita secondo la sapienza del mondo per far fiorire la primavera del Vangelo dove non abitano solo deboli e ingenui ma esseri umani che si appassionano all’unica cosa necessaria quella dell’amore oltre ogni misura. In questo modo, concluderà Gesù nel discorso con i suoi interlocutori si rivela il «giudizio» su questo mondo. Un giudizio non di condanna perché Dio non si rimangia le parole rispetto al discorso con Nicodemo ma con la Croce di Gesù offre un nuovo punto di vista anzi si assiste alla creazione di una nuova stagione, l’unica stagione necessaria la primavera del dono di sè e dell’amore senza riserve. Dio ci salvi dai lunghi inverni dell’egoismo e dell’autoaffermazione.

padre Andrea MARCHINI

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome