Compie 30 anni la Giornata Mondiale del Malato

Istituita da Giovanni Paolo II – «La morte va accolta, non somministrata» ed è disumano «accelerarla per anziani e malati». Alla vigilia della 30ª Giornata Mondiale del Malato Papa Francesco ricorda che eutanasia e suicidio assistito «sono inaccettabili: la vita è un diritto, non la morte»

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«La morte va accolta, non somministrata» ed è disumano «accelerarla per anziani e malati». Alla vigilia della festa della Madonna di Lourdes e della 30ª Giornata mondiale del malato, istituita nel 1992 da Giovanni Paolo II, e alla vigilia del dibattito in Parlamento sulla legge del «fine vita», Papa Francesco ringrazia i progressi della medicina nelle «cure palliative» e ricorda che eutanasia e suicidio assistito «sono inaccettabili: la vita è un diritto, non la morte».

Eutanasia crimine contro la vita. Inguaribile non significa incurabile – Le cure palliative aiutano a vivere l’ultimo tratto di strada «nella maniera più umana possibile» ma non dobbiamo «confondere questo aiuto con derive inaccettabili che portano a uccidere; dobbiamo accompagnare alla morte, non provocare la morte o aiutare forme di suicidio; va privilegiato il diritto alla cura per tutti affinché i più deboli, anziani e malati, non siano mai scartati». Francesco cita il Papa emerito Benedetto XVI che dice di sé stesso: «Sono davanti alla porta oscura della morte». Aggiunge: «Tutti siamo in cammino verso quella porta». La  cultura del benessere  rimuove la morte ma la pandemia la rimette in evidenza: «Tanti hanno perduto persone care senza poter stare loro vicino, e questo ha reso la morte ancora più dura». Racconta dell’infermiera «che accudiva una nonna morente per il Covid. “Vorrei salutare i miei prima di andarmene”. E lei la collega con il telefonino».

La fede aiuta ad affrontare la paura della morte – «Si cerca in tutti i modi di allontanare il pensiero della nostra finitudine, illudendosi di togliere alla morte il suo potere e scacciare il timore. La fede cristiana non è un modo per esorcizzare la paura della morte, piuttosto ci aiuta ad affrontarla. Dalla risurrezione di Cristo viene la vera luce che illumina il mistero della morte: solo con la fede possiamo affacciarci sull’abisso della morte senza essere sopraffatti dalla paura. Pensare alla morte illuminata dal mistero di Cristo aiuta a guardare con occhi nuovi la vita». Aggiunge:  «Non ho mai visto, dietro un carro funebre, un camion di traslochi! Ci andremo soli, senza niente nelle tasche del sudario, perché il sudario non ha tasche. Non ha senso accumulare se un giorno moriremo. Ciò che dobbiamo accumulare è la carità, la capacità di condividere, di non restare indifferenti davanti ai bisogni degli altri. Che senso ha litigare se un giorno moriremo? Così tante questioni si ridimensionano».

Ugualmente immorale è l’accanimento terapeutico. Il Pontefice ricorda la saggezza cristiana della frase: «Lascialo morire in pace». Auspica di fare l’ultimo tratto di strada «nella maniera più umana possibile. Non dobbiamo confondere questo aiuto con derive inaccettabili che portano a uccidere. Dobbiamo accompagnare alla morte, non provocare la morte o aiutare il suicidio. Va sempre privilegiato il diritto alla cura per tutti, affinché i più deboli, anziani e malati, non siano scartati. È inumano accelerare la morte degli anziani con meno mezzi: si danno meno medicine rispetto a quelle di cui avrebbero bisogno: questo è disumano e non cristiano, è spingerli verso la morte. Gli anziani vanno curati come un tesoro dell’umanità».

Il magistero della Chiesa sull’eutanasia in 2000 anni. La Chiesa ha sempre difeso la vita umana dal concepimento alla morte naturale, con particolare attenzione alle fasi fragili dell’esistenza. Dice Francesco: «Il no a eutanasia e accanimento terapeutico è un sì alla dignità e ai diritti della persona: inguaribile non vuol dire incurabile». La parola greca «eutanasia» significa «buona morte, morte senza sofferenze». Scopo del medico è fare in modo che gli ultimi istanti non siano dolorosi. Questo non discordava e non discorda dal giuramento di Ippocrate: «Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna darò un medicinale abortivo». Oggi non ha più il significato originario ma intende un’azione che procura anticipatamente la morte di un malato per alleviarne le sofferenze. Il «Catechismo della Chiesa cattolica» (1992) afferma: «L’eutanasia volontaria, qualunque siano le forme e i motivi, costituisce un omicidio. È gravemente contraria alla dignità della persona e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore» (2324).

Il progresso tecnologico suscita nuove domande etiche. Lo sviluppo della medicina migliora la salute e protrae la vita in termini impensabili. Il 24 novembre 1957 Pio XII  ad anestesisti e rianimatori ribadisce la non liceità dell’eutanasia; afferma che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici disponibili e che, in certi casi, è lecito astenersene: è il primo accenno all’«accanimento terapeutico», cioè «è moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando l’impiego non corrisponde alla “proporzionalità delle cure”». Nell’enciclica «Mater et magistra» (1961) Giovanni XXIII sottolinea: «La vita umana è sacra: fin dal suo affiorare impegna direttamente l’azione creatrice di Dio» e nella «Pacem in terris» (1963) indica tra «i diritti di ogni essere umano quello connesso al dovere di conservarsi in vita».

La «Gaudium et spes» (1965) del Concilio Vaticano II pone l’eutanasia tra le violazioni del rispetto della persona e di «tutto ciò che è contro la vita, come ogni specie di omicidio, genocidio, aborto, eutanasia, suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona, come mutilazioni, torture al corpo e alla mente, costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come condizioni di vita subumana, incarcerazioni arbitrarie, deportazioni, schiavitù, prostituzione, mercato delle donne e dei giovani, ignominiose condizioni di lavoro per cui i lavoratori sono trattati come strumenti di guadagno e non come persone libere e responsabili» (n. 27). Paolo VI nel 1974 accosta il fine vita alle questioni razziali. Al Comitato speciale delle Nazioni Unite per il razzismo («apartheid») sottolinea l’uguaglianza di tutti gli esseri umani e la necessità di proteggere i diritti delle minoranze, «i diritti dei malati inguaribili e di coloro che vivono ai margini della società e sono senza voce».

Nell’enciclica «Evangelium vitae» (1995) Giovanni Paolo II osserva: l’eutanasia, «mascherata e strisciante o attuata apertamente e legalizzata, è sempre più diffusa. Per una presunta pietà verso il dolore del paziente, viene giustificata con una ragione utilitaristica, per evitare spese improduttive troppo gravose. Si propone la soppressione di neonati malformati, handicappati gravi, inabili, anziani, specie non autosufficienti, malati terminali. Si fa sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, procurandola in anticipo e ponendo fine “dolcemente” alla vita propria o altrui. Ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità è assurdo e disumano. Siamo di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della cultura di morte».

Cura dell’amore e dell’accompagnamento in Benedetto XVI – Ha ancora senso l’esistenza di un essere umano in condizioni precarie, perché anziano e malato? Perché difendere la vita, non accettando l’eutanasia come una liberazione? Con queste domande – spiega Papa Ratzinger nel 2007 – «deve misurarsi chi è chiamato ad accompagnare gli anziani ammalati, quando non hanno più possibilità di guarigione. La mentalità efficientista tende a emarginare questi sofferenti, quasi fossero un “peso” e “un problema” per la società. Chi ha il senso della dignità umana sa che vanno rispettati e sostenuti. È giusto che si ricorra, quando necessario, alle cure palliative: non possono guarire ma possono lenire le pene della malattia. Accanto alle  cure cliniche, occorre una concreta capacità di amare, perché i malati hanno bisogno di comprensione, conforto, incoraggiamento e accompagnamento».

Papa Francesco è sulla stessa linea di pensiero e insegnamento – Ai partecipanti da convegno dell’Associazione medici cattolici italiani (2014) dice: «Il pensiero dominante, segnato dalla “cultura dello scarto”, propone una falsa compassione che ritiene un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece che  accoglierlo come dono, usare vite umane come cavie di laboratorio. La compassione evangelica accompagna nel momento del bisogno. Il “Buon Samaritano” ha compassione, si avvicina e offre aiuto concreto». In un messaggio del 2017 Bergoglio afferma: «Non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia». E il «Catechismo» afferma: «L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole procurare la morte: si accetta di non poterla impedire».

Nella lettera «Samaritanus bonus» (22 settembre 2020) la Congregazione per la dottrina della fede asserisce: «Inguaribile non è mai sinonimo di incurabile»: chi è affetto da malattia terminale come chi nasce con una previsione limitata di sopravvivenza ha diritto a essere accolto, curato, circondato di affetto». La Chiesa è contraria all’accanimento terapeutico, ma ribadisce come «insegnamento definitivo»: «L’eutanasia è un crimine contro la vita umana».

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