Con Napoleone Torino nell’orbita della Francia

Analisi – «Liberté, égalité, fraternité: i franseis an carosa e nuiatri a pé; Libertà, uguaglianza, fratellanza: i francesi in carrozza e noi a piedi» bisbigliano sarcastici i torinesi alle spalle dei «liberatori» che spadroneggiano in città. Sono gli anni dell’occupazione  (1798-1814) quando il Piemonte diventa una provincia francese. Una fetta di storia che non si può ignorare nei 200 anni della morte di Napoleone Buonaparte

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«Liberté, égalité, fraternité: i franseis an carosa e nuiatri a pé; Libertà, uguaglianza, fratellanza: i francesi in carrozza e noi a piedi» bisbigliano sarcastici i torinesi alle spalle dei «liberatori» che spadroneggiano in città. Sono gli anni dell’occupazione  (1798-1814) quando il Piemonte diventa una provincia francese. Una fetta di storia che non si può ignorare nei 200 anni della morte di Napoleone Buonaparte (1821-5 maggio 2021).

I rivoluzionari attaccano il Regno di Sardegna ma l’esercito francese è sconfitto sulle montagne cuneesi piemontesi nel 1794. Il giovane generale Napoleone cambia strategia: non passa più dalle montagne, dove i piemontesi sono imbattibili, ma dalla Repubblica di Genova. Nella «campagna d’Italia» piemontesi e austriaci sono sconfitti a Loano, Montenotte, Cosseria e Mondovì. Con l’armistizio (Cherasco, 28 aprile 1796) il Regno di Sardegna cede Nizza, l’Alta Savoia, le fortezze di Ceva, Cuneo e Tortona; si impegna a restare neutrale e a permettere il passaggio degli eserciti francesi. Per la miseria provocata dalla guerra, si susseguono ribellioni, aizzate dagli «infiltrati» francesi. Alla morte di Vittorio Amedeo III (16 ottobre 1796) succede Carlo Emanuele IV che i francesi il 9 dicembre 1798 costringono all’esilio in Sardegna. Con Napoleone impegnato nella «campagna d’Egitto» tornano gli austriaci e il 26 maggio 1799 riprendono Torino. Ma Bonaparte il 14 giugno 1800 li sconfigge a Marengo e 21 settembre 1802 il Piemonte è annesso alla Francia: 95 mila subalpini sono arruolati e molti cadono nelle gelide lande russe. Crollato definitivamente Napoleone a Waterloo, il Congresso di Vienna (1814-15) ristabilisce l’ordine, i Savoia rientrano e si ingrandiscono con la Liguria.

Racconta lo scrittore Carlo Bossi: «La città non è mai stata tanto triste. Nelle piazze, nelle strade, ai passeggi non si vedono che francesi e nessun nazionale prende parte alle feste». Cinque giorni dopo la caduta della monarchia sabauda, il governo provvisorio, guidato dal generale Barthélemy-Catherine Joubert, fa erigere in piazza Castello – ribattezzata «Place nationale» – l’«albero della libertà»: attorno i torinesi (si presume prezzolati) declamano prose e poesie contro il passato regime, cantano la «Marsigliese», ballano e bruciano stemmi ed emblemi dei nobili: è la «rigenerazione della Patria».

Dodici anni di modernizzazione del sistema e della vita. Il Codice civile napoleonico abolisce le distinzioni e i privilegi nobiliari, la primogenitura e i vinco­li ereditari; estende i diritti e la tolleranza religiosa; elimina le corporazioni; favorisce il commercio e la centralizzazione; abolisce dazi e barriere do­ganali; promuove la Camera di commercio, la Borsa e il Tribunale commerciale; accresce i poteri del sindaco a spese del Consiglio cittadino e allarga le competenze dell’amministrazione comunale a ordine pubblico, sanità, l’assistenza. Nella politica religiosa, Napoleone usa il pugno di ferro. Solo a Torino chiude 29 monasteri e conventi, confisca le proprietà – obiettivo, questo, di rivoluzioni, riformatori, liberali – e le vende ai privati per fare cassa. Cancella le confraternite; riduce da 17 a 8 le parrocchie cittadine ed esercita un rigido controllo su quelle ri­maste. La presenza e il ruolo della Chiesa sono fortemente ridimensionati.

Sul piano culturale attua il coor­dinamento della ricerca e dell’istruzione; no­mina rettore dell’Università l’ex ambasciatore Prospero Balbo, uno dei personaggi più prestigiosi. Le sue competenze riguardano non solo i 9 corsi uni­versitari – medicina, chirurgia, veterinaria, scienze, matematica, diritto, lettere e studi classici, arte, musica – ma anche i collegi, le scuole elementari, l’Osservatorio astronomico, i musei, le biblioteche. L’Accademia delle Scienze diventa un vivace centro di dibattito scientifico, filosofico e sto­rico, aperto al sapere europeo.

I piemontesi rimpiangono i tempi in cui chi comandava non fingeva di credere ai principi ugualitari. Toccano subito con mano la vera natura dei «liberatori»: nuove imposte, anche quella su porte e finestre che guardano verso 1e vie e i giardini; ghigliottina; miseria; fame persino negli ospedali; briganti che rapinano quello che lasciano i francesi. Più di 500 torinesi finiscono i loro giorni in piazza Carlina, dove i francesi hanno montato la modernissima ghigliottina. Per lo più persone ostili ma innocue: difensori del clero, nostalgici dei Savoia, ragazzotti renitenti alla leva. Basta poco per incorrere nella pena di morte: parole contro il governo repubblicano-napoleonico, elogi ai vecchi padroni sabaudi. Progettata nella seconda metà del Seicento, piazza Carlo Emanuele Il diventa mercato del vino e durante l’occupazione francese, ribattezzata «Place de la Liberté», vi si eseguono le esecuzioni capitali. La ghigliottina soppianta la vecchia forca, chiamata «beata». «Ma va ‘n s’la beata, va sulla forca» sfottono i cittadini. La prima testa a cadere è quella della «bela caplera», un’adultera che aveva ammazzato il marito. Cacciati i francesi, la piazza torna Carlo Emanuele Il (Carlina).

A fomentare il malcontento c’è anche la questione urbanistica: ai francesi Torino appare antiquata e congestionata. Stilano l’elenco delle strutture da abbattere: oltre ai bastioni dell’antica cinta muraria e la torre civica con il toro mugghiante, c’è anche Palazzo Madama, e questo è davvero troppo per i torinesi. Ma il decreto di abbattimento stralcia Palazzo Madama che si salva. I francesi tracciano i grandi viali di circonvallazione e Napoleone pone fine all’indecoroso ponte di Porta di Po, per quattro secoli unico attraversamento del fiume, tra piazza Vittorio Veneto e la chiesa della Gran Madre. Secondo lo storico e scrittore Alessandro Barbero: «Napoleone sulle ceneri della liberté ha creato un regime dispotico, poliziesco e militarista. Ha garantito l’uguaglianza davanti alla legge, la mobilità sociale, la meritocrazia». E secondo lo scrittore Ernesto Ferrero «quella di Napoleone è una moderna strategia di comunicazione concentrata in poche battute fulminanti».

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