Cop28, verso l’addio alle fonti fossili

Crisi climatica – L’accordo di Dubai prevede una “fuoriuscita” lenta, con obiettivo emissione zero entro il 2050. Un timido passo avanti, ma gli ambientalisti chiedevano una “eliminazione graduale”

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Con qualche ora di ritardo per concordare un testo che, seppure frutto di un compromesso, potesse essere approvato, nella mattinata di mercoledì 13 dicembre si è conclusa a Dubai la Cop28. Al termine della Conferenza è possibile soffermarsi su qualche considerazione generale, sui risultati, e su alcuni elementi problematici.

I lobbisti

È vero che, in un certo senso, si era nella ‘tana del lupo’, nella terra del petrolio, ma un dato appare significativo di un cambiamento di scenario rispetto alle precedenti conferenze. Negli Emirati erano presenti quasi 2.500 lobbisti, esponenti del modo della produzione e del commercio dei combustibili fossili, in straordinaria crescita rispetto ai circa 600 della Cop27 dello scorso anno in Egitto, che erano già il 25 per cento in più rispetto all’edizione precedente di Glasgow. È essenziale che al tavolo si siedano anche i rappresentanti del mondo petrolifero per ragionare di un vero cambiamento, ma è necessario che tale presenza sia così folta? L’impressione è che la Conferenza stia assumendo anche connotati di tipo commerciale, che stia virando come occasione per fare affari.

Il rischio ulteriore è che una simile presenza, superiore a quella degli ambientalisti, sia, e possa diventare sempre più, condizionante per gli esiti delle Cop. Un esponente di Oil Change International ha paradossalmente affermato che non inviterebbe mai dei fabbricanti di armi a una conferenza di pace, e i leader indigeni hanno inscenato una piccola protesta nella quale chiedevano di «cacciare i grandi inquinatori dalla Conferenza».

Il dissenso

Un altro record della Cop28 è il numero degli intervenuti: oltre 90.000, il doppo della precedente edizione. Ma in tale numero si cela un altro primato, negativo: quello dei manifestanti. Ci si deve dimenticare delle immagini di Glasgow, con cortei, fiumi colorati di bandiere, interventi appassionati, proteste per chiedere la giustizia climatica e l’addio ai combustibili fossili, azioni per limitare il riscaldamento della Terra, scelte politiche adeguate.

A Dubai è sembrato che il dissenso fosse sparito, sono rimasti gli abbigliamenti colorati indossati dai pochi attivisti come forma di contestazione. Le varie tipologie di pressione su chi può decidere le sorti della crisi sono state di fatto vietate, come a Sharm El-Sheikh, oppure andavano approvate con largo anticipo e con regole precise, quali l’assenza di bandiere e il divieto di citare precisi stati.

Le ragioni della scarsa partecipazione degli ambientalisti sono da ricercare in tali misure e nella figura del presidente, l’emiro dai due ruoli, nonché dai costi proibitivi del viaggio e, soprattutto, del soggiorno (alloggi carissimi); per non parlare dei controlli minuziosi e delle attese per entrare nella gigantesca ex struttura dell’Expo che ha ospitato la Conferenza. Le manifestazioni sono state poche, brevi ed episodiche: le cronache hanno parlato di una ventina di persone per volta che lanciavano qualche slogan. Gli altri sono rimasti a casa anche come forma di boicottaggio.

La presenza italiana

Alcuni commentatori hanno sottolineato una certa debolezza della presenza europea alla Conferenza e, in particolare, la scarsa incisività della nostra delegazione capeggiata dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica che, a differenza di molti suoi colleghi, non ha partecipato alla plenaria finale nella quale è stata approvata per acclamazione la risoluzione conclusiva.

Va posto poi in risalto il crollo del nostro Paese nella classifica delle performance climatiche, presentata a Dubai, e che ci vede perdere 15 posizioni, passando dal posto 29 al 44, su 63 stati presi complessivamente in esame, responsabili per oltre il 90 per cento delle emissioni globali. È quanto emerge dal Rapporto annuale di Germanwatch, Can e NewClimate Institute, realizzato in collaborazione con Legambiente per l’Italia, e che valuta i risultati delle politiche volte ad affrontare la crisi climatica. Le ragioni sarebbero dovute al rallentamento nella riduzione delle emissioni e a una politica complessiva giudicata inadeguata a fronteggiare l’emergenza.

I risultati

«La fuoriuscita (transition away) dall’uso dei combustibili fossili per la produzione di energia, in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere lo zero netto entro il 2050, in linea con la scienza…». Questo è probabilmente il passaggio più significativo del documento conclusivo. È la prima volta che si riporta esplicitamente l’espressione «combustibili fossili», ma la dicitura «fuoriuscita» (in inglese suona «transazione fuori»), è più blanda rispetto a quella indicata dagli ambientalisti e dai paesi più sensibili, i quali avevano proposto «eliminare in modo graduale». In ogni caso è come un richiamo molto importante che può segnare l’inizio della fine dei combustibili fossili.

Si tratta di un appello e non di indicazioni vincolanti per i governi, anche se manifesta la necessità di agire in fretta per raggiungere l’obiettivo di limitare l’incremento della temperatura media del pianeta entro il grado e mezzo rispetto al periodo pre-industriale.

Tra le misure da adottare sono indicate la necessità di triplicare la produzione di energia da fonti rinnovabili, raddoppiare la media globale del tasso annuo di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030, nonché di accelerare gli sforzi per diminuire l’uso del carbone utilizzato senza abbattimento delle emissioni. Altri impegni sono la riduzione delle emissioni derivanti dal trasporto stradale e la graduale eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili.

La speranza è che gli appelli diventino politiche e azioni concrete.

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