Corso Giulio Cesare ha paura

Allarme criminalità – Dal parroco uscente di Maria Regina della Pace in Barriera di Milano (corso Giulio Cesare/corso Palermo) l’ennesima denuncia: «la situazione continua a peggiorare, chi può sta abbandonando il quartiere»

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È stata un’estate di fuoco nel quadrilatero attorno alla parrocchia Maria Regina della Pace in Barriera di Milano, tra corso Giulio Cesare e corso Palermo, non solo per il caldo: diversi i tentativi di furto in chiesa e nei locali parrocchiali con minacce; persone tossicodipendenti sono state trovate collassate a causa della droga sulle strade roventi di agosto; la sporcizia dilaga attorno alle isole ecologiche e ovunque, insieme alla paura a girare per la zona, in particolare la sera. Una fotografia che non è cambiata a settembre.

È l’ennesima, e anche tra le ultime denunce, di don Stefano Votta, parroco uscente della Pace che sabato 23 settembre saluta la comunità parrocchiale che ha guidato dall’ottobre 2018 insieme ai viceparroci, prima don Giuliano Naso e poi don Alexandru Rachiteanu, al collaboratore parrocchiale don Luca Ramello e al diacono Roberto Longo. La parrocchia sarà affidata alle cure pastorali della Fraternità del Sermig, che già da tempo guida la comunità di San Gioacchino, e che domenica 1° ottobre farà l’ingresso parrocchiale.

Don Stefano Votta – foto A. Pellegrini (La Voce e il Tempo)

«Lascio un quartiere, che dal punto di vista della sicurezza e del degrado, è di gran lunga peggiore rispetto al mio arrivo», sottolinea don Votta, «in particolare dopo la pandemia la situazione è precipitata: ora è oggettivamente difficile vivere tranquilli in questa parte di quartiere».

Sono numerose le famiglie, in particolare con bambini o ragazzi adolescenti, che per motivi legati alla sicurezza si sono trasferite altrove. Come annunciato lo scorso luglio su questo giornale, due scuole dell’infanzia paritarie parrocchiali (la Thaon di Revel della parrocchia Maria Regina della Pace e quella di Maria Speranza Nostra) hanno chiuso i battenti per il drastico calo di iscrizioni. Diverse associazioni e centri di aggregazione se ne sono andati.

«I problemi del quartiere», evidenzia don Votta, «nascono da persone, sempre più numerose, che vivono in maniera clandestina il proprio rapporto con il territorio e che non vengono aiutate ad uscire dal tunnel in cui si trovano. Sono amareggiato nel constatare come i poveri siano vittime dei ricchi e della cultura dello scarto denunciata costantemente da Papa Francesco: lo spaccio senza freni e la delinquenza sono frutto di una povertà repressa, perché la città che sta bene guarda dall’altra parte».

Dopo gli infiniti tavoli sulla sicurezza in Barriera di Milano, coordinati dalle istituzioni, e le visite nella parrocchia della Pace e nel quartiere del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e del sindaco Stefano Lo Russo, nulla è cambiato.

«C’è stato certamente un potenziamento delle forze dell’ordine sul territorio, e ci sono stati arresti», racconta don Votta, «che però non hanno portato ad un’inversione di rotta: gli spacciatori si spostano da una via all’altra e poi tornano e ogni giorno se ne aggiungono di nuovi: la situazione è arrivata agli estremi in cui è oggi perché non sono state offerte possibilità a queste persone che continuano a vivere qui senza un futuro, passando da un’azione criminale all’altra».

La parrocchia è diventata un «ospedale da campo»: è imponente, infatti, la rete di volontari della Caritas che sostiene oltre 300 famiglie. Positiva in particolare la figura della «mamma di quartiere», frutto del progetto «Comunità al lavoro» finanziato da Caritas Italiana con fondi Cei 8xmille grazie all’impegno della Caritas Diocesana di Torino. Si tratta di un’operatrice di origine magrebina, Houda, che per 15 ore alla settimana ha il compito di entrare in relazione in particolare con le donne straniere favorendo il servizio dei volontari della parrocchia, ma soprattutto il processo di integrazione.

La comunità parrocchiale ha anche inventato le «Adozioni di vicinanza»: alcune famiglie per 4 mesi all’anno adottano altre famiglie in difficoltà con un reddito Isee inferiore ai 3 mila euro. «Ogni anno aiutiamo fino a 10 famiglie», spiega don Votta, «con circa 300 euro al mese per ciascuna». Ci sono poi i progetti per la formazione al lavoro che hanno portato alcuni giovani a raggiungere l’autonomia lavorativa. La parrocchia accoglie, inoltre, persone detenute per lavori socialmente utili, in sinergia con la Caritas Diocesana, come opera di riscatto sociale. Capillare l’investimento sulle nuove generazioni attraverso l’oratorio, testimonianza di come sia possibile vivere bene insieme nelle diversità.

«Tutto questo però», constata il parroco uscente della Pace, «costituisce un cerotto su un’emorragia, perché ci troviamo di fronte ad una vera e propria emergenza: esprimo forte preoccupazione perché non vedo interesse da parte delle istituzioni a superare l’emergenza attraverso soluzioni di largo respiro, oltre al presidio delle forze dell’ordine».

Don Votta ricerca la fonte dei problemi a monte, richiamando le parole che l’Arcivescovo Repole ha rivolto alla presentazione del Festival dell’Accoglienza organizzato dalla Pastorale Migranti (intervento): «siamo disposti», ha detto mons. Repole, «a educare i nostri giovani al cambiamento del loro stile di vita, che disinneschi le migrazioni coatte, non libere? Se non siamo disposti a questo, stiamo facendo della retorica».

«Una riflessione», sottolinea don Votta, «che ci spinge, guardando anche alla drammatica emergenza dei continui sbarchi a Lampedusa, da una parte ad un maggior sostegno all’Africa per evitare le partenze non volute e poi ad un’accoglienza capace di dare a tutti un futuro alternativo a quello della violenza e della delinquenza: in parrocchia abbiamo seguito passo passo una persona migrante di origine nigeriana che ora ha raggiunto l’autonomia. Si tratta di una sola persona, non possiamo fare di più, occorrono scelte in grado di dare futuro. Al momento siamo lasciati soli, in trincea».

Don Votta, che si appresta a salutare la comunità, guarda poi agli aspetti virtuosi del territorio: «il quartiere regge grazie al tessuto sociale formato da persone che si danno da fare a tutto campo: la vela non si spezza perché la rete è solida». Una rete che trova al centro la parrocchia come «fontana del villaggio», punto di speranza. I sacerdoti sono stupiti dalle manifestazioni di affetto che tutta la comunità e il quartiere sta donando nei giorni dell’avvicendamento: «la fraternità del Sermig», conclude don Votta, «saprà continuare a seminare per portare vita dove regnano morte e distruzione, sono molto contento che siano loro a proseguire il cammino qui in Barriera».

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