Cracovia, beatificati 9 martiri salesiani assassinati dai nazisti

Beatificazione – Sabato 6 giugno, vigilia del Corpus Domini, sono stati proclamati beati 11 preti martiri uccisi «in odium fidei». Nel santuario di San Giovanni Paolo II a Cracovia sono stati beatificati 9 salesiani assassinati dai nazisti nella Seconda guerra mondiale: da ragazzo Karol Wojtyla assistette all’arresto di alcuni di loro e rimase segnato dalla loro testimonianza

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Sabato 6 giugno 2026, vigilia del Corpus Domini, diventano beati 11 preti martiri uccisi «in odium fidei». Nel santuario di San Giovanni Paolo II a Cracovia sono beatificati 9 salesiani assassinati dai nazisti nella Seconda guerra mondiale: da ragazzo Karol Wojtyla assistette all’arresto di alcuni di loro e rimase segnato dalla loro testimonianza. E a Brno, nella Repubblica Ceca, vengono beatificati due sacerdoti imprigionati e uccisi nel 1951-52 nella persecuzione anticristiana del regime comunista.

I 9 sacerdoti salesiani uccisi nei campi di concentramento di Auschwitz e Dachau nel 1941-42 sono: Jan Świerc, Ignacy Antonowicz, Karol Golda, Włodzimierz Szembek, Franciszek Harazim, Ludwik Mroczek, Ignacy Dobiasz, Kazimierz Wojciechowski e Franciszek Miśka. Leone XIV ha approvato il decreto sul martirio il 24 ottobre 2025. A Cracovia il cardinale prefetto Marcello Semeraro del dicastero dei Santi presiede la Messa di beatificazione. Erano coinvolti in attività pastorali ed educative: con il conflitto mondiale l’arresto solo perché erano sacerdoti cattolici. Non avevano partecipato ad attività politiche o militari ma il regime nazista considerava il loro ministero una minaccia. Nei campi di concentramento i 9 rimasero fedeli alla vocazione, resistendo alla fame, alle umiliazioni e alla tortura, sostenendo i compagni di prigionia, pregando e testimoniando la loro fede.

La beatificazione nel santuario di San Giovanni Paolo II di Cracovia ha un profondo significato storico e spirituale. Il giovane Karol Wojtyła, che visse a Cracovia durante la guerra, fu testimone dell’arresto di 6 dei 9 salesiani che i nazisti deportarono nel campo di Dachau: quella esperienza – rammentano gli storici – segnò la vita del futuro Papa, fu uno degli eventi che influenzò la sua scelta di diventare sacerdote. «Credo che la sua vocazione sacerdotale sia nata anche dal loro martirio» afferma il cardinale metropolita di Cracovia Grzegorz Ryś: «Il giovane Wojtyła sperimentò in quei frangenti cosa significhi la mancanza di sacerdoti e quale grande perdita per la comunità della Chiesa sia privare i fedeli dei loro pastori. La  beatificazione è un riconoscimento pubblico della loro dedizione a Dio, che si è rivelata più forte della violenza, della paura e della morte. Nella realtà dell’odio totalitario, sono rimasti fedeli a Cristo, alla Chiesa e alla loro vocazione salesiana».

Resiste alla menzogna la fede dei preti martiri Jan Bula e Václav Drbola – Il loro martirio fu una decisione politica per screditare i sacerdoti e la Chiesa: Václav Drbola morì nel 1951 e Jan Bula l’anno successivo. Ciò che infastidiva il regime comunista dei due presbiteri cechi – che saranno elevati agli altari a Brno dal cardinale Michael Czerny, prefetto del dicastero per lo Sviluppo umano – «era la loro identità sacerdotale e la fiducia che la gente riponeva in loro e che permetteva loro di formare le coscienze». Già nel 1951 «Radio Vaticana» definì i due sacerdoti «vittime di false accuse e manipolazioni». Ma la loro testimonianza rimane attuale, afferma la postulatrice Maria Cristina Bresciani. Václav Drbola e Jan Bula nascono e vivono in paesi della diocesi di Brno e fin da piccoli vogliono diventare sacerdoti. Drbola è ordinato nel 1938, Bula nel 1945. Vivono la formazione in Seminario a cavallo tra grandi rivoluzioni e i passaggi dall’occupazione nazista al regime comunista.

Jan Bula fu costretto ai lavori forzati in una fabbrica di ceramica – Erano sacerdoti molto zelanti nel ministero pastorale e nella formazione dei giovani; facevano attività culturali legate all’associazionismo cattolico ed erano molto impegnati. Ricorda la postulatrice: «Erano ben consapevoli del clima politico e della difficoltà di portare avanti il ministero. Nel febbraio 1948 il regime comunista prese il potere, limitò fortemente la libertà, cercò di destabilizzare il clero e i fedeli, controllò sempre più la Chiesa». Nonostante queste vessazioni don Bula ha il coraggio di leggere la lettera nella quale i vescovi informano e mettono in guardia i fedeli dalle infiltrazioni dei comunisti nella Chiesa. Influisce in maniera decisiva a interrompere l’attività dei due sacerdoti l’incontro con il sedicente capitano Ladislav Malý, figura ambigua e viscida, che disse loro che l’arcivescovo primate di Praga Josef Beran – perseguitato dai nazisti e poi dai comunisti – sarebbe fuggito all’estero ma aveva bisogno dell’assistenza di un sacerdote. I due preti intuiscono che è tutto falso e sono arrestati.

In carcere i comunisti stessi uccidono nel 1951 tre funzionari comunisti e accusano i due sacerdoti di complicità: per don Drbola e per don Bula non ci fu possibilità di appello per la condanna a morte che venne loro comminata, nonostante la loro innocenza. Don Drbola è giustiziato il 3 agosto 1951, don Bula il 20 maggio 1952.

«Sostanzialmente subirono un processo-farsa – spiega la postulatrice – e il regime architettò tutto per emettere condanne esemplari, per intimidire la popolazione e condizionare la vita dei fedeli. I due sacerdoti subirono anche delle torture. Un testimone ricorda che, nonostante le atrocità subite, Jan Bula continuava a pregare e a incoraggiare gli altri detenuti ad andare avanti e ad avere speranza». Tutte invenzioni? Niente affatto: «Sono state ritrovate delle lettere che don Bula poté scrivere il giorno prima della morte». In quella alla sorella e al cognato scrive: «Credo nella sua bontà e nella giustizia di Dio, credete anche voi e fermamente. La mia più grande consolazione consiste nell’aver servito Dio fino alla fine. L’uomo non ama mai Dio a sufficienza, di quest’unica cosa bisogna pentirsi». Conclude la postulatrice: «Fin da subito la loro vita e la loro testimonianza di fede hanno avuto un’eco e una risonanza notevoli: erano considerati martiri a tutti gli effetti».

Pier Giuseppe Accornero

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