Cresce la paura anche in Benin, «attacchi e morti nelle chiese»

Intervista – Parla don Servais Yantoukoua N’Tia, il prete africano che studiò Teologia presso il Seminario Maggiore di Torino

121

Anche il Benin, modello di convivenza tra le religioni, ora ha paura degli agguati del terrorismo. Le diocesi del nord-ovest del Paese hanno dovuto chiudere le parrocchie al confine con il Burkina Faso. Ne parliamo con don Servais Yantoukoua N’Tia, sacerdote della Diocesi di Natitingou, formatosi presso il Seminario Maggiore di Torino. Negli anni degli studi prestò servizio in alcune parrocchie torinesi. La parrocchia Sant’Anna, nel quartiere Campidoglio ha avviato diversi progetti di cooperazione missionaria che continua a portare avanti. In queste settimane don Servais è tornato a Torino per incontrare parrocchiani, sacerdoti e amici con cui è in contatto. Domenica 24 luglio ha presieduto la Messa delle 11 nella parrocchia Sant’Anna.

Don Servais, il Covid nel mondo ha ripreso a galoppare. Com’è la situazione in Benin?

In questo momento per quanto riguarda il Covid-19 c’è un po’ più di serenità, il peggio ormai è alle spalle. Nel 2020 fummo travolti, la pandemia ci trovò impreparati, non avevamo farmaci, ospedali e centri in grado di accogliere e curare le persone affette dal virus. Sono poi arrivati i vaccini, ma con molta confusione: prima quello cinese, che si è rilevato inefficace, poi AstraZeneca, poi Pfizer. All’inizio dell’emergenza ho costruito artigianalmente distributori automatici di acqua e sapone che ho portato in alcuni villaggi per favorire l’igiene delle mani. Le notizie che giungevano dall’Occidente hanno indotto molta paura in tutto il Paese per cui nei villaggi, ancorati alle credenze tradizionali, si sono trovate soluzioni «casalinghe» per combattere il virus, come tisane e infusi di vario genere. Un capo villaggio, addirittura, aveva imposto di bere olio di motore. Devo però dire che la vera emergenza sanitaria in Africa continua ad essere la malaria: colpisce i bambini, in particolare fino a 5 anni, gli anziani e i fragili. I dati dell’Oms ci dicono che in Africa ogni anno muoiono di malaria fra i 50 e i 60 milioni di persone.

Quali gli effetti della guerra in Ucraina sui Paesi africani…

Le conseguenze sono arrivate in Paesi africani già piagati da tanti altri problemi. Il Benin dipende al 100% dal grano ucraino. Prima del conflitto il Paese acquistava il petrolio e il gas ad un prezzo relativamente basso. Con la speculazione i costi solo lievitati alle stelle. Il potere d’acquisto si è abbassato rispetto al costo della vita. Lo notiamo dall’aumento del prezzo del pane e di tutti i prodotti che vengono importati dall’estero. Il Governo ha tentato di mettere in campo misure per contrastare l’inflazione a favore delle fasce deboli, ma nulla si è concretizzato. Dunque la Chiesa locale resta in prima linea per portare aiuti.

Nell’Africa sub-sahariana si sta espandendo il terrorismo islamico. Anche in Benin?

In Benin non eravamo abituati ad episodi di violenza e attentati. Il nostro Stato è da sempre simbolo di una pacifica convivenza tra etnie e religioni diverse. Ora, invece, abbiamo paura. Tutto il Nord al confine con il Burkina Faso non è sicuro: bande armate fino ai denti fanno irruzione nei villaggi e distruggono tutto, facendo strage di civili. In particolare entrano nelle chiese durante le funzioni religiose e sparano all’impazzata. Dall’inizio dell’anno contiamo centinaia di morti. È coinvolta anche la zona turistica di Porga dove si estende il Parco nazionale di Pendjari, meta per il «safari», che ha dovuto chiudere: sono tutti scappati. Si parla di estremismo islamico, ma penso che le radici siano politiche più che religiose, in quanto il fenomeno è scoppiato in concomitanza con la crisi politica in Mali, dove si sono registrate tensioni tra la Giunta militare e la Francia. Il Mali è ricco di giacimenti di coltan utilizzato per alcuni componenti degli smartphone, quindi gli interessi in campo sono notevoli. A pagare le conseguenze è la povera gente che già deve affrontare le difficoltà della vita. La Diocesi di Natitingou ha dovuto chiudere alcune chiese e parrocchie nei villaggi di confine in cui al momento non viene celebrata la Messa per motivi di sicurezza.

Diverse comunità della Diocesi torinese hanno avviato un legame di fraternità con il Benin, quali sono i progetti di cooperazione e sviluppo?

C’è un segno significativo. Nella parrocchia in cui fino al 31 agosto sono parroco, Toucountouna, a Nord-ovest del Benin, nei mesi scorsi abbiamo inaugurato e benedetto una bellissima cappella intitolata a San Michele, finanziata dai coniugi Bertoldini, genitori di don Stefano, parroco a Santa Maria Madre della Chiesa a Settimo Torinese, che già in passato avevano sostenuto la costruzione di un centro di accoglienza per bambini e ragazzi nella zona di Pam, nella savana, intitolato al figlio Sergio, scomparso per una malattia. Questa cappella sorge a fianco alla moschea, separate da pochi metri: un segno forte che esprime bene il cammino e il dialogo che c’è fra cristiani e musulmani. Alla benedizione della piccola chiesa sono intervenuti tutti i fedeli musulmani del villaggio e di quelli limitrofi. Sempre nella regione di Pam, a inizio dicembre, è stata inaugurata una casa che accoglie 52 bambini orfani o in condizione di grave disagio per dare loro un futuro, in particolare attraverso l’istruzione. La Casa è stata intitolata al diacono Sergio Di Lullo, già collaboratore pastorale nella parrocchia Sant’Anna di Torino, di cui il prossimo 10 agosto ricorrono i 10 anni dalla morte. A Boukoumbé, lo scorso ottobre, è stato avviato un centro che accoglie 32 bambine e ragazze dai 6 ai 14 anni con problemi in famiglia a cause delle tradizioni, infatti già a 6-7 anni spesso le bambine diventano spose e sono private della possibilità di studiare. Il Centro è stato realizzato dall’associazione torinese «Insieme per Vincere Amici di Cinzia». In particolare le bambine possono praticare gli sport che desiderano, fra cui anche il calcio; indossano le divise inviate dalla Scuola Calcio dell’oratorio torinese Sant’Anna. Infine ci sono 17 fra ragazzi e ragazze che vivono con me in parrocchia o in altri centri a cui ho offerto la possibilità di proseguire gli studi nelle scuole superiori. Facendo i conti sono «padre» di oltre centro fra bambini e ragazzi.

Dal prossimo settembre il Vescovo di Natitingou, mons. Antoine Sabi Bio, le ha affidato la missione di avviare una nuova parrocchia nella zona di Pam Pam…

Oltre a costruire la chiesa e la canonica in mezzo alla savana il mio compito è quello di portare l’annuncio del Vangelo nelle periferie del mondo, dove esistono villaggi neanche segnati sulle carte geografiche. Lì sono presenti religioni tradizionali che a volte, con le proprie credenze ancestrali, ostacolano lo sviluppo. La parrocchia sarà intitolata a San Giuseppe Lavoratore: la formazione professionale per i giovani, l’istruzione e il lavoro sono le uniche «armi» per dare un futuro a queste terre.

Don Servais, porta avanti il ministero sacerdotale in luoghi dove le difficoltà sono insormontabili, qual è il segreto?

La speranza del Signore Risorto, della vita oltre la morte che deve spingerci a dare vita: le difficoltà sono enormi, spesso io e noi sacerdoti non ce la facciamo, ma proprio in quel momento arriva la Provvidenza che si è manifestata anche attraverso le comunità della Diocesi torinese, che da tempo ci sostengono, attraverso un forte legame di fraternità e preghiera. Il segreto è comprendere appieno che siamo «tutti fratelli», come Papa Francesco ha sottolineato nella sua enciclica «Fratelli tutti»: l’unica strada per costruire una pace autentica e una convivenza fra i popoli che è sempre possibile.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome