L’Amazzonia sta precipitando al punto di non ritorno. Lo denunciano due fonti diverse ma ugualmente importanti e credibili.
L’appello di Avaaz e le minacce ai popoli indigeni
La prima è «Avaaz» (in molte lingue significa «voce»), 70 milioni di membri, promuove campagne per far valere la voce dei cittadini nelle stanze della politica: «Gli assalti incessanti spingono vaste aree della foresta al collasso trasformandole in aride savane. La bomba climatica che brucerà il Pianeta è ormai sul punto di esplodere» e noi europei lo stiamo sperimentando in questa estate torrida. «La foresta non può difendersi da sola, sono i popoli indigeni a farlo. Costruiscono barricate per fermare l’incessante invasione dei bulldozer delle industrie del legname e del petrolio. Non è un caso che i loro territori siano i più sani, rigogliosi e protetti». È il peggior attacco degli ultimi 40 anni. Nonostante le promesse del presidente Lula, i politici brasiliani «spingono per un pacchetto di leggi che esporrebbe gli angoli più preziosi della foresta pluviale all’estrazione mineraria e petrolifera. Il nuovo presidente colombiano Abelardo de la Espriella, esponente del movimento conservatore “Defensores de la Patria” ha promesso di smantellare i nuovi territori indigeni mettendo a rischio milioni di ettari di foresta».
Le strategie per la salvaguardia delle comunità indigene
Ecco perché 20 aree devono essere assolutamente protette: «Difendiamo i diritti delle comunità indigene e, quando i politici cercheranno di smantellare le tutele forestali, migliaia di persone si mobiliteranno. In gioco c’è l’esistenza stessa dell’Amazzonia, che versa in condizioni sempre più disastrose. La nuova ondata di presidenti di estrema destra in America Latina sferra attacchi feroci all’Amazzonia e i popoli indigeni che la difendono. Se dovessero averla vinta, non solo cresceranno disboscamento e trivellazioni, ma smantelleranno anche le tutele che hanno mantenuto in vita e protetto vaste aree». Si tratta di sostenere la resistenza indigena e portare i capi indigeni nei parlamenti, nei tribunali e ai vertici mondiali; si tratta di rigenerare foreste e fiumi; si tratta di decontaminare i corsi d’acqua e ridare vita alle terre martoriate.
L’impegno del torinese Comitato Roraima
L’altra fonte di allarme è il torinese «Comitato Roraima» (CO. RO.) da decenni attivo per l’Amazzonia con concreti progetti di liberazione, fratellanza umana e fraternità missionaria. Recentemente c’è stato un incontro con Valdenia Paulino e il marito Renato Lanfranchi, «impavidi difensori dei diritti umani in Brasile». Valdenia Aparecida Paulino, avvocato con master in Diritto sociale alla Pontificia Università di São Paulo, è un’attivista dei diritti umani; ha fatto una scelta di vita a favore degli afrobrasiliani, dei giovani sterminati nelle favelas e per la formazione dei movimenti popolari. Questo l’ha costretta ad abbandonare più volte il suo lavoro perché minacciata di morte dagli «squadroni della morte» e dalle forze di polizia corrotte. Da São Paulo nel 2008 è fuggita a Santa Rita nel Paraiba dove, con il marito psicologo Renato Lanfranchi, ha affiancato fratel Francesco D’Aiuto, missionario comboniano, nella realizzazione di diversi progetti umanitari. Poi negli Stati Uniti e in Inghilterra ha partecipato a programmi internazionali di protezione dei diritti umani. Tornata a São Paulo, è stata costretta a rifugiarsi nel 2019 nel Maranhão, operando con i Comboniani che portano avanti la «Justica nos trilhos, Giustizia sui binari», organizzazione che lavora al fianco delle comunità impattate negativamente dalla ferrovia Carajás.
Impatto ambientale ed estrattivo nello Stato del Maranhão
Nel Maranhão, il secondo Stato più povero del Brasile, opera la Vale, una delle più grandi multinazionali di ferro nel mondo. A Piquia de Baixo, nello Stato di Acailandia, passa una ferrovia, lunga 970 chilometri dallo Stato di Parà al porto di São Luis, percorsa da una media di 12 treni al giorno formati da 330 vagoni ciascuno, carichi di ferro, che viene esportato in Usa, Europa, Cina e Giappone. Da questi carichi di ferro e dalle fabbriche siderurgiche gli abitanti subiscono un forte inquinamento che provoca gravi malattie fino alla morte dei più fragili come i bambini, e danneggia l’ambiente, la terra e le acque. Per questo Valdenia e Renato collaborano per la salvezza delle persone e delle famiglie. A São Luis vorrebbero creare un’«Isola di protezione ambientale» per permettere a 12 comunità di continuare la vita di pescatori e agricoltori, sfuggendo ai predatori e all’inquinamento dovuto agli agrotossici sparsi dagli aerei. Per la sua azione di tutela dei diritti umani e il suo impegno anche a rischio dell’incolumità, Valdenia ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti e se ne parla come possibile candidata al Premio Nobel per la pace, lasciando di stucco quel fanfarone e imbroglione che siede alla Casa Bianca.
Testimonianze sulla lotta contro le ingiustizie sociali
Scrivono Carlo Miglietta ed Enzo Tuscano: «Minuta e di gentile aspetto, Valdenia è in realtà un concentrato di coraggio, di ardore e di determinazione. Vera “martire” moderna, ha provato la violenza di quel potere cui si oppone: più volte esiliata dalle città dove risiedeva, conduce spesso una vita di isolamento e solitudine per non coinvolgere i suoi famigliari, una cognata è stata sequestrata per ricattare lei. Ha raccontato innumerevoli episodi che hanno richiesto la sua denuncia e la sua difesa giuridica, dagli sfrattati dalle baraccopoli che vengono distrutte per creare insediamenti abitativi alla discarica dei rifiuti franata per le piogge sulla favela, inondandola di liquami, agli episodi di violenza, tortura e uccisione da parte della polizia contro ragazzi poveri o emarginati, alla corruzione dei potenti». E Valdenia ha confidato: «Provengo da una famiglia poverissima e ho potuto studiare grazie all’aiuto di altri. Ho maturato la fede grazie ai missionari che mi hanno insegnato che Dio non è sulle nuvole ma nel mio prossimo. La fedeltà alla nostra missione è possibile anche grazie alla solidarietà. Ci muoviamo su un filo: vivere o morire. La nostra forza viene dalla solidarietà concreta con la gente, per servire il Signore negli emarginati e negli esclusi».
Pier Giuseppe Accornero



