Cumiana 1944, cosa ci insegna oggi l’eccidio

3 aprile – Lo scorso 29 marzo si è svolta a Cumiana la commemorazione del massacro di 51 civili perpetrato il 3 aprile 1944 adalle SS italiane al comando di un ufficiale delle SS tedesche. È intervenuto come oratore ufficiale Matteo Ravera, sindaco di Boves dove, il 19 settembre 1943, è iniziata la resistenza in armi per l’indipendenza nazionale e la libertà. Pubblichiamo il testo del suo intervento

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Domenica 29 marzo si è svolta a Cumiana la commemorazione del massacro di 51 civili inermi perpetrato il 3 aprile 1944 a scopo terroristico, dalle SS italiane al comando di un ufficiale delle SS tedesche (il tenente Anton Renninger) a cui era presente un capitano italiano (volontario nelle «patriottiche» 10 mila SS italiane che hanno giurato fedeltà al Fuhrer). Il sindaco di Cumiana ha invitato come oratore ufficiale Matteo Ravera, sindaco della Città Martire di Boves dove, il 19 settembre 1943, è iniziata la resistenza in armi per l’indipendenza nazionale, la libertà ed il ripristino della democrazia. Un intervento di altissimo profilo morale (di cui pubblichiamo alcuni passaggi) che ha commosso il folto uditorio italo-tedesco: un importante riferimento per tutti coloro che ritengono la pace il bene supremo dell’umanità e l’obbiettivo strategico della Comunità europea nel quadro del Diritto internazionale che deve essere vincolante per tutti come in più occasioni affermato dal Presidente Sergio Mattarella (Marco Castagneri, Anpc Associazione nazionale partigiani cristiani.

Vi porto innanzitutto il saluto della Città di Boves e della nostra comunità. Essere qui oggi, per me, è un onore, ma anche una responsabilità. Perché quando si prende la parola in un luogo segnato da una tragedia come la vostra bisogna trovare parole giuste, sobrie, ma soprattutto sincere. Bisogna evitare la retorica, ma anche la freddezza. Perché qui siamo davanti a vite spezzate, a famiglie ferite, a una comunità colpita nel profondo.

Il 3 aprile 1944 a Cumiana furono uccisi 51 civili. Cinquantuno. È un numero che conosciamo, che ripetiamo, che leggiamo. Ma ogni volta dovremmo fermarci un istante e ricordare che quel numero non è una formula commemorativa: erano persone. Persone con un nome, una casa, un lavoro, degli affetti, delle abitudini, dei progetti. Persone trascinate dentro la violenza della storia e cancellate da una ferocia disumana.

Ed è proprio da qui che bisogna partire: dal rifiuto di ogni anestesia della memoria. Perché il rischio, col passare del tempo, è sempre quello. I fatti restano, ma si allontanano. Le date rimangono, ma diventano più fredde. Le commemorazioni si ripetono, ma a volte rischiano di perdere forza. E invece giornate come questa servono esattamente al contrario: a restituire carne, verità, peso umano a ciò che è accaduto.

Ricordare Cumiana non significa soltanto guardare indietro. Significa anche guardare dentro di noi. E significa guardare attorno a noi. Perché se c’è una cosa che la storia del Novecento ci ha insegnato, è che la civiltà non è mai conquistata una volta per tutte. Non basta dire “è successo allora”. Dobbiamo sempre chiederci perché è successo, come è potuto succedere, e soprattutto che cosa chiede a noi, oggi, quella memoria.

Quello che accadde qui non fu un incidente della guerra. Non fu un effetto collaterale. Fu una scelta precisa di terrore. Una rappresaglia contro civili inermi. Una dimostrazione brutale di potere fondata sul disprezzo della persona umana. E quando si arriva a questo punto, quando i civili diventano bersaglio, quando la paura diventa metodo, quando la violenza viene usata come linguaggio politico e militare, allora vuol dire che si è rotto qualcosa di essenziale: il limite di umanità senza il quale una società precipita nella barbarie.

Ecco perché la memoria di Cumiana non riguarda soltanto Cumiana. Riguarda tutti noi. Riguarda l’Italia. Riguarda l’Europa. Riguarda il presente. Perché, se siamo onesti, dobbiamo dirci che il mondo di oggi non ci autorizza affatto a sentirci tranquilli. In questi anni, in questi mesi, proprio oggi, mentre siamo qui a ricordare, ancora troppe guerre sono in corso, troppe vittime civili, troppe città ferite, troppi bambini travolti dalla violenza, troppi esseri umani ridotti a numeri, a flussi, a danni collaterali, a oggetti dentro una contabilità del dolore.

Cambiano i confini, cambiano i linguaggi, cambiano le tecnologie. Ma il punto resta drammaticamente lo stesso: quando l’uomo perde il senso del limite, quando l’altro non è più persona ma ostacolo, nemico, bersaglio, allora il male torna a farsi strada.

Ed è per questo che la memoria non può essere decorativa. Non serve a nutrire le ricorrenze. Serve a renderci più vigili. Più consapevoli. Più responsabili. Serve a ricordarci che la democrazia non vive da sola. Vive se viene nutrita. Vive se viene difesa. Vive se dentro le comunità restano forti alcuni anticorpi: il rispetto, la dignità, il rifiuto della violenza, il senso del limite, la verità storica, la capacità di riconoscere l’umanità dell’altro.

A me colpisce molto una cosa, ogni volta che ci si ritrova in occasioni come questa. Noi diciamo spesso che ricordiamo i morti. Ed è giusto. Ma in realtà, se la memoria è viva, noi non ricordiamo soltanto i morti. Ricordiamo anche una scelta di campo. Ricordiamo che in quel tempo oscuro ci fu chi stette dalla parte della libertà e della dignità umana, e chi invece scelse il terrore, la sopraffazione, la distruzione, l’annientamento. La memoria serve anche a questo: a non confondere mai i piani, a non relativizzare, a non annacquare. Perché la pace vera nasce dalla verità, non dalla nebbia. Nasce dal riconoscere i fatti, non dal metterli tutti sullo stesso piano.

E tuttavia, proprio qui si apre il tema più difficile e più alto. Perché la memoria vera può generare responsabilità. Può generare incontro. Può generare riconciliazione. La storia di Cumiana lo dimostra in modo straordinario. Da una ferita profondissima, da una vicenda che avrebbe potuto lasciare soltanto distanza e ostilità, è nato negli anni un cammino con la città tedesca di Erlangen. Un rapporto costruito non sull’oblio, non sulla rimozione, ma sulla verità, sul riconoscimento del dolore, sulla volontà di dire che la storia non può essere cambiata, ma il futuro sì. È un messaggio potente. Ed è un messaggio europeo nel senso più nobile del termine. Perché l’Europa, se ha un senso profondo, non è soltanto un insieme di regole, di trattati, di mercati, di istituzioni. L’Europa ha senso se sa essere un luogo in cui le ferite della storia non vengono negate, ma attraversate. Se sa essere un luogo in cui il dolore non viene cancellato, ma trasformato in coscienza civile, in amicizia possibile, in pace costruita con pazienza.

È un tema che, da sindaco di Boves, sento in modo particolarmente forte. Anche Boves è una comunità martire. Anche Boves porta addosso una ferita durissima. L’eccidio del 19 settembre 1943 e il successivo tra il dicembre 1943 e il gennaio 1944, le centinaia di case incendiate, le decine di vittime innocenti, il dolore di una popolazione colpita nel profondo.

Eppure, proprio da quella tragedia, negli anni, è nato un cammino. Un cammino di riconciliazione serio, faticoso, tutt’altro che scontato, che ha portato Boves a costruire un rapporto con Schondorf am Ammersee, la cittadina vicino a Monaco di Baviera dove è sepolto Joachim Peiper, il comandante tedesco responsabile dell’eccidio di Boves. Non è stato un gesto superficiale. Non è stata una cancellazione del passato. Non è stata una dimenticanza travestita da bontà. È stato, al contrario, un atto di maturità civile e morale. Prima il patto di amicizia nel 2015, poi il gemellaggio nel 2021. Un cammino nato dalla consapevolezza che la memoria, per essere davvero all’altezza del dolore vissuto, non deve imprigionare i popoli dentro il rancore eterno, ma deve diventare un ponte. Un ponte fondato sulla verità, sul rispetto, sulla consapevolezza storica, sulla volontà condivisa di dire: “quello che è accaduto non deve più accadere”.

Ed è questo, forse, il punto più difficile ma anche più bello da consegnare oggi, soprattutto ai giovani. Perché troppo spesso si pensa che la memoria sia soltanto custodia del passato. Non è così. La memoria è anche scelta del futuro. È il modo in cui una comunità decide che cosa vuole diventare dopo essere stata ferita. Cumiana e Boves ce lo insegnano. E credo che entrambe le nostre comunità possano dire con forza una cosa molto semplice ma molto importante: non abbiamo scelto la strada più facile. Abbiamo scelto la strada più giusta.

La strada più facile sarebbe stata quella di chiudersi. Di fermarsi al dolore. Di lasciare che la ferita diventasse soltanto separazione. La strada più giusta, invece, è stata quella di custodire la memoria e di lavorare insieme perché da quella memoria nascessero rapporti nuovi. Naturalmente questo non significa che tutto si risolva. Non significa che il dolore sparisca. Non significa che le responsabilità storiche si dissolvano. Significa però una cosa fondamentale: che l’ultima parola non deve essere lasciata all’odio.

E oggi, in un tempo in cui nel dibattito pubblico si urla molto e si ascolta poco, in cui spesso si semplifica tutto e si divide tutto in tifoserie, questo è un insegnamento prezioso. Perché la riconciliazione non è debolezza. Richiede memoria. Richiede verità. Richiede dignità. Richiede anche coraggio. Molto più coraggio di quello che serve per odiare.

E allora concludo il mio intervento con tre messaggi fondamentali.

Il primo: non dobbiamo dimenticare mai. Non per dovere burocratico, ma perché una comunità che dimentica le sue ferite più profonde perde una parte della sua coscienza.

Il secondo: non dobbiamo accontentarci di una memoria stanca. La memoria deve restare viva, concreta, capace di parlare al presente. Deve entrare nelle scuole, nelle famiglie, nelle istituzioni, nelle parole che usiamo ogni giorno. Perché il male non torna sempre con gli stessi simboli e le stesse divise; a volte torna in forme più sottili, nel disprezzo, nella disumanizzazione, nell’indifferenza, nell’idea che la violenza sia una scorciatoia accettabile.

Il terzo: dobbiamo avere il coraggio della pace. Non una pace generica, astratta, da convegno. Ma una pace seria, fondata sulla giustizia, sulla verità, sul riconoscimento delle responsabilità, sul rispetto delle vittime, sulla capacità di trasformare la memoria in un’alleanza tra comunità.

Perché fra Cumiana e Boves c’è un legame che va oltre la vicinanza geografica. È il legame di due comunità che hanno conosciuto la ferita della barbarie nazifascista, ma che non hanno lasciato alla barbarie l’ultima parola. Hanno scelto la memoria contro l’oblio, la dignità contro la paura, la pace contro l’odio.

Questo è il grande messaggio che Cumiana e Boves consegnano oggi all’Italia e all’Europa.

Matteo Ravera, Sindaco di Boves

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