L’abbraccio della pace nell’arena di Verona

Sabato 18 maggio – Un grido di pace con l’abbraccio a due testimoni del conflitto Israele-Palestina, che dal 7 ottobre hanno perso i propri cari ma non hanno perso la speranza di essere amici. È il gesto più significativo della visita che Papa Francesco ha fatto a Verona sabato 18 maggio per l’incontro «Arena di pace» che riunisce i movimenti popolari su migrazioni, ambiente, lavoro, economia, democrazia e disarmo

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Papa Francesco (S) mentre abbraccia Maoz Inon (C) e Aziz Sarah (D) in occasione dell'Incontro "Arena di Pace - Giustizia e Pace si baceranno", Verona, 18 maggio 2024. Pope Francis (L) hugging Maoz Inon (C) and Aziz Sarah (R) on the occasion of the meeting "Arena of Peace - Justice and Peace will kiss", in Verona, Italy, 18 May 2024. Maoz Inon's parents were killed by Hamas on 7 October, Palestinian Aziz Sarah's brother was killed by the Israeli army. ANSA/UFFICIO STAMPA VATICAN MEDIA +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++ NPK +++

Un grido di pace con l’abbraccio a due testimoni del conflitto Israele-Palestina, che dal 7 ottobre hanno perso i propri cari ma non hanno perso la speranza di essere amici. È il gesto più significativo della visita che Papa Francesco ha fatto a Verona sabato 18 maggio 2024 per l’incontro «Arena di pace» che riunisce i movimenti popolari su migrazioni, ambiente, lavoro, economia, democrazia e disarmo.

Sul palco l’israeliano Maoz Inon, al quale sono stati uccisi i genitori da Hamas il 7 ottobre, e il palestinese Aziz Sarah, al quale l’esercito israeliano ha ucciso il fratello. Hanno spezzato le catene dell’odio e sono diventati amici e collaboratori. Commenta il Pontefice: «Ambedue hanno perso i familiari, la famiglia si è rotta per questa guerra. A che serve la guerra? Crediamo che la pace sia la più grande impresa da realizzare. Non ci può essere pace senza un’economia di pace. Un’economia che non uccide. Un’economia di giustizia».

Il loro gesto e il discorso del Pontefice sono stati applauditi dai 12.500 in Arena. Papa Francesco li ha uniti in un solo abbraccio: «Davanti alle sofferenze di questi due fratelli, che è la sofferenza di due popoli, non si può dire nulla. Loro hanno avuto il coraggio di abbracciarsi. E questo non solo è coraggio, è testimonianza di volere la pace, ma anche è un progetto di futuro: abbracciarsi. Guardando l’abbraccio di questi due si prenda una decisione interiore, per fare qualcosa per far finire queste guerre. La pace non sarà mai frutto della diffidenza, dei muri, delle armi puntate gli uni contro gli altri».

Altro momento divenuto una costante nelle sue visite pastorali – è stato il pranzo con i detenuti e gli operatori del carcere di Montorio: «Dio perdona sempre e perdona tutto. Voglio dirvi che vi sono vicino, e rinnovo l’appello, specialmente a quanti possono agire in questo ambito, affinché si continui a lavorare per il miglioramento della vita carceraria». Ricordando i recenti suicidi, esorta «a non cedere allo sconforto. La vita è sempre degna di essere vissuta, e c’è sempre speranza per il futuro, anche quando tutto sembra spegnersi». Edoardo, detenuto di 22 anni,  davanti al Pontefice dice: «Esprimo un sogno: a detenuti e operatori e volontari potessimo costruire rapporti che abbiano profumo di famiglia e fratellanza».

Nella basilica di San Zeno manifesta: «C’è il rischio che il male diventi normale. È un rischio questo. Il male non è normale. Non deve essere normale. Nell’inferno sì, ma qui no. Il male non può essere normale e che facciamo l’abitudine delle cose brutte, e così diventiamo complici». Ai sacerdoti: «No al carrierismo e alla promozione di noi stessi». Evidenzia il rischio «di vivere anche l’apostolato nella logica della promozione di noi stessi e della ricerca del consenso, anche di fare carriera: è bruttissimo; invece che spendere la vita per il Vangelo e per un servizio gratuito alla Chiesa». Poi un monito ai preti sulla confessione: «Perdonate tutto! Quando la gente viene a confessarsi, non andate a inquisire. Non torturate i penitenti».

Sul sagrato invita bambini e ragazzi a «essere un segno di pace, insieme». «Abbiamo pensato oggi a quanti bambini e bambine sono costretti a lavorare? Lavoro di schiavo? Quel bambino che forse mai ha avuto un giocattolo. Va nelle discariche: ci sono tanti bambini così che non sanno giocare perché la vita li ha costretto a vivere così. I piccoli soffrono ed è colpa nostra. Siamo tutti responsabili».

E alla Messa conclusiva allo stadio Bentegodi, per l’evento «Arena di pace. Giustizia e pace si baceranno», ribadisce: «Tutti abbiamo bisogno dell’armonia, tutti abbiamo bisogno che lo Spirito ci dia armonia, nella nostra anima, nella famiglia, nella città, nella società, nel posto di lavoro. Il contrario dell’armonia è la guerra, è lottare uno contro l’altro».  Aggiunge: «La cultura fortemente marcata dall’individualismo rischia sempre di far sparire la dimensione della comunità, dei legami vitali che ci sostengono e ci fanno avanzare. E questa in termini politici è la radice delle dittature. E inevitabilmente produce delle conseguenze anche sul modo in cui si intende l’autorità. Chi ricopre un ruolo di responsabilità in un’istituzione politica, oppure in un’impresa o in una realtà di impegno sociale, rischia di sentirsi investito del compito di salvare gli altri come se fosse un eroe. Questo avvelena l’autorità. E questa è una delle cause della solitudine che tante persone in posizione di responsabilità confessano di sperimentare, come pure una delle ragioni per cui siamo testimoni di un crescente disimpegno».

Pier Giuseppe Accornero

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