Dal Piemonte mons. Marengo, il cardinale più giovane

Roma – Missionario della Consolata, in Mongolia dal 2003 è trai 20 nuovi porporati eletti il 27 agosto in San Pietro, con lui anche Arrigo Miglio, canavesano

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Cardinale Giorgio Marengo

C’era una nutrita «rappresentanza» torinese sabato 27 agosto in San Pietro a Roma per il Concistoro ordinario pubblico presieduto da Papa Francesco per la creazione di 20 nuovi cardinali, fra cui il torinese mons. Giorgio Marengo, missionario della Consolata, prefetto Apostolico di Ulaanbataar in Mongolia. Con i familiari, la mamma e la sorella di Marengo, è scesa a Roma una «rappresentanza» di amici, di scout, di parrocchiani di Sant’Alfonso Maria de Liguori, di religiosi e religiose missionari e missionarie della Consolata, oltre a mons. Cesare Nosiglia, che nel 2020 fu uno dei consacranti del vescovo Marengo. Preghiera e gioia sono lo «stile» missionario di chi con la nomina di Papa Francesco, a 48 anni di età, è divenuto il più giovane cardinale del mondo, in un Collegio cardinalizio che ora si compone di 226 membri (132 gli «elettori» con meno di 80 anni).

Padre Marengo è nato a Cuneo nel 1974, ma è torinese d’adozione (a Torino ha vissuto dagli anni ’80), ha frequentato il liceo classico Cavour, ha studiato Filosofia presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale e Teologia alla Gregoriana di Roma; nel 2006 ha conseguito la Licenza e il Dottorato in Missionologia. Emessa la professione religiosa nei Missionari della Consolata, è stato ordinato sacerdote il 26 maggio 2001 a Torino e dal 2003 opera in Mongolia. Il 2 aprile del 2020 la nomina a Prefetto apostolico di Ulaanbaatar e l’8 agosto dello stesso anno la consacrazione episcopale al Santuario della Consolata di Torino per le mani del card. Luis Tagle.

Al card. Marengo è stato assegnato il titolo di San Giuda Taddeo in Roma. Insieme agli altri 19 neo cardinali ha ricevuto dal Papa l’invito ad accogliere il «segreto del fuoco di Dio, che scende dal cielo rischiarandolo da un estremo all’altro e che cuoce lentamente il cibo delle famiglie povere, delle persone migranti, o senza una casa». «Gesù», ha proseguito il Papa, «vuole gettare anche oggi questo fuoco sulla terra; vuole accenderlo ancora sulle rive delle nostre storie quotidiane. Ci chiama per nome, ognuno di noi: non siamo un numero; ci guarda negli occhi, ognuno di noi, lasciamoci guardare negli occhi, e ci chiede: tu, nuovo Cardinale – e tutti voi, fratelli Cardinali –, posso contare su di te?». Un interrogativo che per il card. Marengo implica «la forza e l’affidamento di ogni missione e di ogni azione alla preghiera, all’ascolto umile della voce di Dio».

La preghiera alimenta quel fuoco che ancora Papa Francesco, rivolgendosi ai cardinali, ha voluto richiamare: «Poi c’è l’altro fuoco, quello di brace. Anche questo il Signore vuole comunicarci, perché come Lui, con mitezza, con fedeltà, con vicinanza e tenerezza – questo è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza – possiamo far gustare a molti la presenza di Gesù vivo in mezzo a noi». «Cari fratelli Cardinali, nella luce e nella forza di questo fuoco di brace cammina il Popolo santo e fedele, dal quale siamo stati tratti noi, da quel popolo di Dio, e al quale siamo stati inviati come ministri di Cristo Signore. Che cosa dice in particolare a me e a voi questo duplice fuoco di Gesù, il fuoco irruente e il fuoco mite? Mi pare che ci ricordi che un uomo di zelo apostolico è animato dal fuoco dello Spirito a prendersi cura coraggiosamente delle cose grandi come delle piccole (…) Un cardinale ama la Chiesa, sempre con il medesimo fuoco spirituale, sia trattando le grandi questioni sia occupandosi di quelle piccole; sia incontrando i grandi di questo mondo – deve farlo, tante volte –, sia i piccoli, che sono grandi davanti a Dio».

Quei «piccoli» numericamente che per il card. Marengo sono i cattolici mongoli – 1.400 su un territorio che spazia oltre il milione e mezzo di chilometri quadrati – con i quali ha condiviso la preparazione al Concistoro:  «in questi due mesi» – ha sottolineato Marengo – è stato significativo vivere il tempo di preparazione al cardinalato organizzando la prima Settimana pastorale della Chiesa mongola, ricordando il trentennale della Chiesa cattolica nel paese e attuando la consultazione del cammino sinodale. Sono state giornate di ascolto di tutta la comunità, di tutti i suoi membri, di grande coinvolgimento e di presa di coscienza – guardando al passato e al futuro del nostro cammino – che il filo rosso che unisce tutto è l’amore per Cristo, per il suo Vangelo e per la Chiesa, sua sposa, che adesso sta mettendo radici in questa terra e nel cuore di questo popolo».

Così la nomina a cardinale diventa un ulteriore stimolo e slancio per il percorso di fede di tutta una comunità che, prosegue, «all’inizio non sapeva nemmeno bene cosa significasse il termine ‘cardinale’, ma vorrei fosse recepito come un riconoscimento al cammino di tutti. Anche la stampa locale ne ha dato notizia: segno di un interesse importante per i rapporti tra lo stato e la Santa Sede, di un dialogo positivo che si sta costruendo. Dialogo che è il cuore della nostra presenza di cattolici in Mongolia».

Un dialogo e un riconoscimento di una presenza che fa della missione un annuncio di fraternità nel rispetto e nell’accoglienza profonda della cultura mongola che ha portato a Roma per il Concistoro una delegazione ufficiale, guidata dall’ex Presidente Enkhbayar, insieme al Vice Ministro degli Affari Esteri Munkhjin, al consigliere del Presidente Amartuvshin, che il 24 agosto sono stati ricevuti da Papa Francesco e gli hanno consegnato formalmente l’invito del presidente Khürelsükh a visitare la Mongolia.

In rappresentanza della Chiesa mongola hanno accompagnato il cardinale Marengo padre Peter Sanjaajav, uno dei due sacerdoti locali, e due catechiste: Rufina Chamingerel e Monica Odzaya. Giovani, segni di una Chiesa giovane che per tutta la giornata di sabato, hanno espresso incessantemente con sorrisi e parole di ringraziamento la gioia per l’attenzione manifestata dal Papa alla loro realtà attraverso la nomina del loro pastore.

E non è mancato il tributo d’onore dei buddisti attraverso il dono della «sciarpa blu», altro simbolo del profondo rispetto e di un cammino nel dialogo interreligioso che si è costruito negli anni.

Cosa cambierà dopo il Concistoro? «Io – dice Marengo – continuerò il mio servizio nella semplicità e nella umiltà come ora, la nomina di Papa Francesco mi ha fatto capire che vivere di fede è abbandono quotidiano alla volontà di Dio, come ha fatto Maria e per questo a lei affido la Mongolia e il cammino che ci attende». Un cammino che da Torino continuerà ad essere seguito e sostenuto nella preghiera perché, sottolineano gli amici, «quello che qualche anno fa scriveva sul Vangelo ‘sussurrato’, oggi è ancor di più uno stimolo per tutti noi anche qui, nella nostra realtà: ‘il sussurro si nutre di ascolto e di silenzio per fare spazio all’altro e queste sono le condizioni perché fiorisca il dialogo».

Mons. Miglio

Cardinale Arrigo Miglio

Dal Piemonte erano presenti a Roma anche numerosi fedeli – in particolare dalla diocesi di Ivrea, guidati dal Vescovo mons. Aldo Cerrato – per un altro cardinalato, quello di mons. Arrigo Miglio, nato a San Giorgio Canavese il 18 luglio 1942. Al card. Miglio è stato assegnato il titolo di San Clemente.

Miglio è stato ordinato presbitero il 23 settembre 1967, è stato docente di Sacra Scrittura presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Vice assistente nazionale degli Scout e Assistente Generale dell’Agesci – tanti gli scout che hanno festeggiato la sua nomina – Assistente Ecclesiastico dell’Istituto secolare delle Missionarie dell’Amore Infinito. Eletto alla sede vescovile di Iglesias il 25 marzo 1992, ha ricevuto la consacrazione episcopale il 25 aprile dello stesso anno. Il 20 febbraio 1999 è stato trasferito alla sede vescovile di Ivrea. Il 25 febbraio 2012 è stato nominato Arcivescovo Metropolita di Cagliari fino al 16 novembre 2019.

E anche dal card. Miglio nel giorno della sua elezione un richiamo alla fraternità: «Siamo oggi chiamati a cercare il bene comune dell’umanità. Siamo chiamati ad andare a fondo dell’identità della persona e della società. Una bella sfida all’imperversare dell’individualismo: una spinta a passare dall’io al noi, dall’esagerazioni dell’io alla necessità di pensare sempre nella prospettiva del noi».

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