Dal Poz, “Torino non tema di diventare internazionale”

Intervista – L’imprenditore torinese Alberto Dal Poz, vicepresidente dell’Unione industriali di Torino, interviene sul tema dell’attrattività del capoluogo piemontese per i giovani in risposta al dibattito dello scorso 16 gennaio tra l’Arcivescovo Repole, il sindaco Lo Russo e il presidente della Regione Cirio

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Come fermare la «fuga» dei giovani e rendere attrattiva Torino. La Voce e Il Tempo prosegue ad affrontare uno dei temi centrali emersi nel dibattito dello scorso 16 gennaio al Teatro San Giuseppe tra l’Arcivescovo Repole, il sindaco Lo Russo e il presidente della Regione Cirio.

Questa settimana ne parliamo con l’imprenditore torinese Alberto Dal Poz, 51 anni, vicepresidente dell’Unione Industriali di Torino, già presidente nazionale di Federmeccanica.

Alberto Dal Poz

Ingegner Dal Poz, dalla sua lunga esperienza di imprenditore iniziata quando era ancora studente al Politecnico, come Torino, città universitaria d’eccellenza, può fermare la «fuga» dei giovani?

In primo luogo una Città e una Regione che hanno atenei riconosciuti, a livello internazionale, come attrattivi per i giovani italiani e di tutto il mondo è certamente un fondamentale punto di partenza. È poi fisiologico che Torino, esattamente come le migliori Università del mondo, non possa trattenere nel proprio territorio tutti i giovani che forma. Quello che è fondamentale per il bene della città è però lavorare per creare una rete di giovani che continuino ad avere legami con gli atenei e la città in cui si sono formati anche quando lavoreranno all’estero, magari in posizioni apicali all’interno di aziende e organizzazioni. Una rete virtuosa che può portare investimenti e sinergie a beneficio dell’area torinese. Su questo punto consegno uno slogan che ho maturato nella mia esperienza: «Uniti e internazionali si può vincere», o meglio si hanno certamente più probabilità di vincere. Questo è un aspetto importante nell’ottica di rendere attrattivo un territorio. Ed è un elemento su cui è necessario far leva perché servirà sempre di più alla Torino di domani.

L’Arcivescovo Repole nel dibattito al Teatro San Giuseppe ha sottolineato come «priorità di azione sui giovani non vuol dire antagonismo con le altre generazioni, perché la condizione di sofferenza e di difficoltà di molti di loro deriva anche da situazioni familiari di esclusione». Come vede il tema della competitività tra le generazioni?

Come imprenditore posso affermare che in Italia abbiamo la fortuna di poter disporre, nell’ambito della forza lavoro, di categorie diverse dal punto di vista anagrafico ed esperienziale. Nelle nostre aziende, infatti, abbiamo i ventenni, i quarantenni e i sessantenni: in sostanza tre generazioni in cui ciascun lavoratore riesce a ricavare il proprio posto perché si fa forte delle proprie competenze. I più giovani sono, infatti, più veloci dal punto di vista delle competenze digitali e i più anziani hanno possesso del mestiere che è senza dubbio basato su decenni di esperienza e su trasformazioni profonde. Il fatto di avere in azienda lavoratori di età ed esperienze diverse è un grande valore. Si tratta di un’alleanza virtuosa tra le generazioni che certamente rafforza le imprese dell’area torinese a livello internazionale. Un territorio come il nostro, infatti, caratterizzato da un numero limitato ma ben definito di specializzazioni riconosciute a livello internazionale si fa sicuramente forza di questo dialogo e scambio intergenerazionale.

Quali consigli si sente di dare ai giovani che accolgono la sfida di avviare nuove startup? Secondo lei ci sono opportunità nell’area torinese?

Torino, senza dubbio, è uno dei centri nazionali e internazionali per la creazione di nuove imprese, grazie ad un mix tra le nuove competenze digitali e quelle tradizionali basate su un sapere ricevuto in eredità dalle generazioni precedenti. Su questo punto ricordo che a Torino è nato l’incubatore di imprese innovative del Politecnico I3P, che più volte è stato classificato come il miglior incubatore pubblico al mondo. Sul territorio sono nati poi altri incubatori.

Ma soprattutto negli ultimi decenni ho visto crescere sempre più la capacità di ascolto dei soggetti istituzionali e delle imprese nei confronti dei giovani imprenditori. La sfida che i giovanni hanno davanti non è più semplice di un tempo ma sicuramente oggi ci sono maggiori occasioni di accesso ad un mercato dei capitali che è più sensibile alle opportunità che le startup possono offrire. Naturalmente le startup devono presentarsi come attrattive esattamente come le imprese tradizionali nei confronti dei mercati.

In un Paese come l’Italia non caratterizzato dall’apertura verso l’impresa c’è infatti uno sforzo aggiuntivo da mettere in campo per convincere gli investitori internazionali.

Ci sono poi i giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti neet, che aumentano sempre di più nell’area torinese. Qual è secondo lei l’anello debole nel mondo della formazione e del lavoro che porta a questo fenomeno?

A tutti i livelli è sempre difficile assumere un giovane che ha appena terminato gli studi della scuola secondaria di secondo grado. Sono, quindi, urgenti da parte del Governo strumenti che facilitino l’inserimento dei ragazzi nel mondo del lavoro con tutte le tutele necessarie. Solo in questo modo si può dare un segnale di speranza ai ragazzi che vedono il lavoro come un miraggio; anche perché la domanda di occupazione c’è, non solo nelle imprese ma in generale.  In secondo luogo ritengo che dobbiamo far tesoro di esperienze virtuose che funzionano come quelle dei Centri di formazione professionale del mondo cattolico, penso ai Centri Cnos-Fap dei Salesiani, ma non solo.

Si tratta di modelli che possono essere replicati e trasformati in opportunità proprio per i ragazzi e i giovani che si sono arenati in una spirale negativa.

L’innovazione e l’intelligenza artificiale favoriranno sempre di più la nascita di nuovi lavori. C’è però anche chi teme che cancelleranno posti di lavoro. Come governare questo processo?

Non li definirei elementi di preoccupazione ma di attenzione critica. Come ogni trasformazione l’intelligenza artificiale ha delle criticità, è fondamentale dunque la conoscenza dei processi per non subirli. In analogia all’avvento dei robot nell’industria, se con l’Ia verranno soppiantati dei lavori ne nasceranno degli altri.

La scelta di Torino come sede del Centro Nazionale per l’Intelligenza artificiale rappresenta, se il progetto sarà portato a termine, un volano iniziale importante per il nostro territorio in questo campo. Si parte, infatti, da un ambito altamente istituzionale in cui è possibile formarsi. Quello che è certo, e ineluttabile, è che gli equilibri cambieranno, ma se saremo «uniti e internazionali» ce la faremo perché avremo occasioni di confronto maggiore.

L’Arcivescovo Repole prima di Natale ha sottolineato come Torino, a tutti i livelli, «senta il bisogno di parole chiare sui progetti del gruppo Stellantis sulla città: ‘rilancio o ridimensionamento?’». Pensa che nell’ottica dell’attrattività di Torino per i giovani costituisca un tassello importante conoscere la strategia industriale sull’area metropolitana a partire dai grandi gruppi?

Torino continuerà ad essere una realtà industriale importante a livello internazionale. Detto questo è chiaro che come imprenditori di questo territorio è necessario offrire il meglio che abbiamo per convincere gli investitori nazionali a venire a Torino e gli investitori nostrani a restare qui. Per le piccole aziende è auspicabile la strada di unirsi per diventare imprese più solide e aumentare l’attrattività sia degli investitori che dei giovani che scelgono di restare a Torino a lavorare. Questo sarà un passaggio ineludibile.

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