Dalle mine alla pace, “ero l’uomo della guerra”

Intervista – Vito Alfieri Fontana, per vent’anni ex fabbricante di armi nell’azienda di famiglia, poi operatore umanitario e sminatore nei Balcani. L’incontro sabato 18 novembre al Sermig per la presentazione del suo libro

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Due vite a confronto. Come in uno specchio. Prima e dopo, passato e presente. In mezzo, la coscienza di un uomo. Una voce silenziosa che si interroga ogni giorno di più e alla fine impara ad urlare. Per una scelta diversa. Un orizzonte di pace contro i facili guadagni della guerra.

E’ la metamorfosi di Vito Alfieri Fontana, raccontata nel libro «Ero l’uomo della guerra», scritto insieme al giornalista Antonio Sanfrancesco e presentato sabato scorso al Sermig di Torino. Il volume, appena pubblicato da Laterza, raccoglie per la prima volta la testimonianza di un ex fabbricante di armi che, dopo aver progettato e venduto per oltre vent’anni due milioni e mezzo di mine antiuomo nell’azienda di famiglia, decide di cambiare vita e diventa operatore umanitario. La trasformazione avviene nei primi anni Novanta, in parallelo con l’avvio della campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, guidata in Italia anche da Gino Strada. Il primo impegno di Fontana è ad Oslo, nel 1997, come consulente della campagna accanto all’attivista statunitense Jody Williams, che per questo riceverà il Nobel per la pace. Due anni dopo con l’ong Intersos inizia il suo impegno di sminatore nei Balcani, per permettere alle popolazioni appena uscite dalla guerra un ritorno alla normalità.

Un cambiamento radicale, quello di Vito Alfieri Fontana, ingegnere pugliese che oggi ha 73 anni e da appena un mese è diventato nonno di Giovanni. Dal suo tono pacato, mentre ci apre lo scrigno dei ricordi, emerge ancora la sofferenza di una conversione complessa, faticosa, non priva di insidie ed ostacoli. In cambio una vita nuova, nel segno della speranza e della ricostruzione.

Ingegner Fontana, è lacerante riavvolgere il nastro?

Sì, la mia prima vita l’ho quasi cancellata. Emergono di tanto in tanto dei flash, ma sono sprazzi. Sporadici. Come se quegli anni non li avessi mai vissuti, non mi appartenessero più. Della seconda vita, invece, ricordo ogni cosa. Prima avevo tanti dubbi. La conversione mi ha reso diverso. Un altro. L’uomo del passato era più cattivo perché più insicuro, quello di oggi è più determinato. La coscienza mi ha portato a compiere una scelta giusta. Pensare a quello che ho fatto, costruire strumenti bellici, mi pesa. Non è cancellare con la gomma un tratto di matita. Le persone che a causa delle mine hanno perso le gambe, cosa potrebbero dirmi? Non serve il perdono dei buoni, serve fare qualcosa. Per questo sono passato «dall’altra parte della barricata». Perché un campo minato è come una guerra cristallizzata e, una volta sminato, lo si restituisce alla pace.

Per leggere l’intervista integrale acquista La Voce e il Tempo del 26 novembre 2023 nelle edicole di Torino.

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