Dante, i Papi e la Chiesa

700 anni dalla morte – «Dante e le grandi questioni escatologiche» è il convegno internazionale organizzato a Roma il 25-26 novembre dal Pontificio Consiglio della cultura, presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi. L’occasione è il 700° della morte. Tre sessioni su tre grandi temi: visione divinamente ispirata, risurrezione delle anime e dei corpi alla fine dei tempi, angelologia

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«Dante e le grandi questioni escatologiche» è il convegno internazionale organizzato a Roma il 25-26 novembre da: Pontificio Consiglio della cultura, presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi; Università di Roma Tre; Pontificia Commissione dantesca; Fondazione per i beni e le attività culturali e artistiche della Chiesa; Fondazione Giancarlo Pallavicini. L’occasione è il 700° della morte. Tre sessioni su tre grandi temi: visione divinamente ispirata; risurrezione delle anime e dei corpi alla fine dei tempi; angelologia.

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Dante nasce a Firenze tra il 21 maggio e il 20 giugno 1265, primogenito di Alighiero di Bellincione degli Alighieri. Ha 9-10 anni quando incontra Beatrice, poi sposa di Simone dei Bardi. Nel 1285 sposa Gemma di Manetto Donati: hanno quattro figli. Scende in politica, dalla parte sbagliata. L’11 giugno 1289 partecipa alla battaglia di Campaldino: i guelfi sconfiggono i ghibellini, tra i quali Dante che fa parte del Consiglio del Capitano del popolo, del Consiglio dei Savi, del Consiglio dei Cento; è eletto tra i priori, massimo organismo del Comune. Nel settembre 1301 un Papa arrogante e intrigante come Bonifacio VIII (1294-1303) invia a Firenze Carlo di Valois per favorire i Neri guelfi e bandire i Bianchi ghibellini e Dante va a Roma con un’ambasceria del Comune da Bonifacio VIII.

Tutto inutile: il 1° novembre Carlo di Valois entra in Firenze e i Neri conquistano il potere. Dante è accusato di baratteria, concussione, opposizione al pontefice ed è condannato in contumacia a pagare 5.000 fiorini, a due anni di confino, all’interdizione a vita dai pubblici uffici. Non paga ed è condannato al rogo. Va in esilio: Forlì, Verona, Veneto, Lunigiana, Casentino, Lucca. Lontano da Firenze, scrive ultimo gruppo di «Rime», «De vulgari eloquentia», «Convivio», «Inferno». Dopo una puntata a Parigi nel 1309-10, scrive due «Epistole»: rimprovera i fiorentini per la resistenza a Enrico VII di Lussemburgo che esorta a scendere in Toscana: a Roma il 29 giugno 1312 è incoronato imperatore e in settembre assedia Firenze, che gli resiste fieramente. Nel 1310-13 si collocano «Purgatorio» e «Paradiso». Sempre fiero, Dante rifiuta l’amnistia e non paga la multa ed è condannato, con i figli, a morte, alla confisca e distruzione dei beni.

Nel 1313 è a Verona presso Cangrande della Scala. Nell’esilio due cose gli sono chiare: la sua fede e la sua coscienza come poeta. A Verona lo ospita e protegge Cangrande della Scala. Nel «Paradiso» dichiara che la città è stata «lo primo tuo refugio e ’l primo ostello». Nella piccola chiesa Sant’Elena il 20 gennaio 1320 il poeta tiene una «lectio pubblica» per spiegare l’emersione delle terre sulle acque, «Quaestio de aqua et terra», da cui spera fama, riconoscimenti e soldi. Non è così ma la chiesetta gli rimane nel cuore. San Zeno Maggiore, capolavoro del romanico lombardo gli ispira una scena importante del «Purgatorio». Una lettura interessante è «Dante. Viaggio attraverso la “Divina Commedia”» (Morcelliana) del teologo svizzero Hans Urs von Balthasar. Una lettura – secondo gli esperti – «che permette di evitare le secche di una spasmodica produzione editoriale che tende a mettere l’accento sulla sua attualità, emarginando il fondamentale rapporto tra l’uomo e il Creatore, al centro della sua opera». Nel 1318-21 a Ravenna è ospite di Guido Novello da Polenta e scrive l’ultima parte del «Paradiso»; partecipa a un’ambasceria inviata a Venezia dove si ammala; torna a Ravenna e il 13-14 settembre 1321 muore.

Tra le disavventure anche quella di finire all’«Indice». Innocenzo VIII (1484-1492) ordina l’esame dei libri da stampare, fissa pene spirituali e pecuniarie a chi contravviene, dispone la distruzione dei testi non pubblicabili, costituisce l’«Index librorum prohibitorum» che dal 1558 è stilato dalla Congregazione dell’Inquisizione: «Nessuno osi scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere, conservare qualsiasi dei libri scritti ed elencati in questo Indice». Ne fanno le spese la Bibbia nelle lingue volgari e autori illustri: «I commentarii» (sul Concilio di Basilea) di Enea Silvio Piccolomini, futuro Pio II; «De Monarchia» di Dante Alighieri perché difende Firenze dalle pretese di Bonifacio VIII; «De principatibus, Il principe» di Nicolò Macchiavelli; «Delle cinque piaghe della Santa Chiesa» di Antonio Rosmini Serbati, che nel 2007 è dichiarato beato.

I Papi si ravvedono ed esaltano la «Divina Commedia» – Questa ruota su principi cristianissimi: valore primario e libertà della persona; uguaglianza di tutti gli uomini; significato provvidenziale della storia, che sarà ripreso da Alessandro Manzoni. Con la fine del potere temporale (20 settembre 1870) con Pio IX (1846-1878), cambia radicalmente la prospettiva: il dantismo di Leone XIII (1878-1903) si traduce nella dottrina sociale della Chiesa, espressa nella «Rerum novarum» (1891): la dottrina politica dantesca è uno strumento di rinnovamento della Chiesa nell’incontro con la modernità. «In Praeclara Summorum» (1921) di Benedetto XV (1914-1922) fa parte di un gruppo di cinque encicliche-monografie su personaggi rilevanti nella storia della Chiesa. Nel VI centenario della morte (1321-1921), Benedetto XV ricorda il sommo poeta e il suo pensiero; si schiera contro chi lo celebra, come Benedetto Croce, separato dal Cristianesimo e lo presenta come campione del laicismo e del paganesimo.

Il profondo interesse della Chiesa per un’opera «universale» – Nel VII centenario della nascita (1265-1965) la lettera apostolica «Altissimi cantus» di Paolo VI (1963-1978) evidenzia il profondo interesse della Chiesa; sottolinea che la «Commedia» è «universale perché abbraccia cielo e terra, eternità e tempo e ha un fine trasformante in grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal peccato alla santità»; rileva nell’opera dantesca «l’ideale della pace» e la «conquista della libertà» che, affrancando l’uomo dal male, lo conduce a Dio. Nel 1985 Giovanni Paolo II (1978-2005) richiama il verbo «transumanare» che permette all’uomo e al divino di non annullarsi a vicenda. La «Deus caritas est» (2005), prima enciclica di Benedetto XVI (2005-2013) mette in luce «la novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto e un cuore umano». Papa Francesco, per cultura e convinzione, cita spesso Dante. Il 25 maro 2021 gli dedica la lettera apostolica «Candor lucis aeternae» sottolineandone attualità, perennità e profondità di fede: «Il cammino è realistico e possibile perché la misericordia di Dio offre sempre la possibilità di cambiare e  convertirsi. È il poeta della misericordia di Dio, è cantore e palatino della libertà umana». Bergoglio dà rilievo a tre donne: Maria, madre di Dio, emblema della carità; Beatrice, simbolo della speranza; Santa Lucia, immagine della fede. La «Stanza della Segnatura» in Vaticano dipinta da Raffaello (1508-1511) è il termometro del cambiamento di atteggiamento papale. Nella «Disputa del Santissimo Sacramento», sintesi della dottrina trinitaria, Dante appare tra Agostino e Tommaso d’Aquino, come teologo che annuncia la verità divina. Nel «Parnaso» sulla «via pulchritudinis», la bellezza parla anche a chi cristiano non è, ci sono Dante, Omero e Virgilio.

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