“Di fronte alla pazzia della guerra continuiamo a pregare il Rosario”

Piazza San Pietro – «Di fronte alla pazzia della guerra, continuiamo a pregare il rosario per la pace. E preghiamo per i responsabili delle nazioni perché non perdano il fiuto della gente, che vuole la pace e sa bene che le armi non la portano, mai». È l’appello che Papa Francesco rivolge al «Regina coeli» di domenica 8 maggio:

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Di fronte alla pazzia della guerra, continuiamo a pregare il rosario per la pace. E preghiamo per i responsabili delle nazioni perché non perdano il fiuto della gente, che vuole la pace e sa bene che le armi non la portano, mai». È l’appello che Papa Francesco rivolge al «Regina coeli» di domenica 8 maggio: «Alla Vergine affido l’ardente desiderio di pace di tante popolazioni che in varie parti del mondo soffrono l’insensata sciagura della guerra, e specie le sofferenze e le lacrime degli ucraini».

Alla plenaria del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, stigmatizza ancora la «crudele, insensata, teatro di barbarie» aggressione all’Ucraina: «Minaccia il mondo e interpella la coscienza di ogni cristiano e di ciascuna Chiesa»; ribadisce l’invito a un più solido dialogo ecumenico, memori della storia che ha insegnato che «ignorare le divisioni tra i cristiani significa tollerare l’inquinamento dei cuori che rende fertile il terreno per i conflitti». Prima della guerra, la pandemia ha destabilizzato il mondo, ha condizionato le attività ecumeniche, ma «è stata un’opportunità per rafforzare e rinnovare le relazioni tra i cristiani che appartengono all’unica famiglia cristiana. Oggi per un cristiano non è possibile andare da solo con la propria confessione. O andiamo insieme, tutte le confessioni, o non si cammina. Non c’è cammino di fede senza la compagnia dei fratelli e sorelle di altre Chiese. Soli, mai», anche se ci sono riprese «egocentriche». È convinto che «il Vangelo disarma i cuori prima degli eserciti» e auspica che il Giubileo del 2025, coincidendo con il 1700° del Concilio di Nicea, «abbia una forte dimensione ecumenica».

Francesco disse più volte a Kirill: «Diventiamo operatori di pace per l’Ucraina dilaniata dalla guerra» per cui spesso parla di «terza guerra mondiale a pezzetti, sparsa un po’ ovunque». Cosa possono fare le Chiese per contribuire allo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità? «O camminiamo insieme o rimarremo fermi. Non si può camminare da soli, perché lo Spirito Santo ha risvegliato questo senso dell’ecumenismo e della fratellanza». Esorta a preparare il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, momento di «riconciliazione per la Chiesa, che riaffermò la sua unità intorno alla professione di  fede». Invita il Pontificio Consiglio e le Conferenze episcopali «a cercare i modi per ascoltare anche le voci dei fratelli e delle sorelle di altre confessioni».

Se fosse vero che il Patriarca Kiril è l’agente segreto del KGB «Mihailov», il dialogo ecumenico crollerebbe, specie da parte protestante e ortodossa. Ha apertamente appoggiato e benedetto l’invasione dell’Ucraina e ora l’Unione Europea lo inserisce nel sesto pacchetto di sanzioni. Tra l’altro, Francesco nell’intervista al «Corriere della Sera» (2 maggio) l’aveva invitato a «non essere il chierichetto di Putin», a fermare la guerra. Fedelissimo di Putin, è a capo di una Chiesa di 150 milioni di fedeli, circa la metà del mondo ortodosso. «La Russia non ha mai attaccato nessuno, ha sempre difeso i confini» sono le sue ultime, incredibili affermazioni; accusa l’Occidente di avere una fede che annacqua la religione; spiega che l’aggressione a Kiev è «giusta» perché vanno puniti i modelli di vita peccaminosi e contrari alla tradizione cristiana. Con il suo sodale Putin, Kirill dimentica che il 22 gennaio 1917, in piena Rivoluzione bolscevica, l’Ucraina si proclamò indipendente. Perentorio è il gesuita Antonio Spadaro, direttore de «La Civiltà Cattolica: «Proietta il conflitto in uno scenario apocalittico: una guerra non solo politica, ma anche culturale. Ancora più grave è il riferimento alla lotta tra bene e male».

Kirill è il XVI Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, capo della Chiesa ortodossa russa. Vladimir Michajlovic Gundjaev, come Putin, è nato a San Pietroburgo il 20 novembre 1946: il nonno e il papà erano sacerdoti ortodossi, ferocemente perseguitati dai comunisti Lenin, Stalin, Kruscëv, Breznev. Da giovane, tecnico cartografo, partecipò a una spedizione nell’Estremo Oriente russo. Oltre 400 pope ortodossi russi lo hanno denunciato al Consiglio dei primati delle Chiese antiche orientali, la più alta corte dell’ortodossia, perché predica una dottrina che andrebbe condannata come eresia. L’8 maggio depone una corona di fiori alla tomba del Milite Ignoto e – riferisce il sito del Patriarcato – ricorda «l’eroismo delle nostre Forze Armate: è questa capacità di morire per gli ideali più alti – la fede, il popolo, la Patria – che rende invincibile il nostro Paese. Dobbiamo infondere in tutti patriottismo, fedeltà agli ideali, disponibilità a difendere la Patria perché diventi forte e invincibile». Sembra di essere tornati indietro di oltre un secolo quando i vescovi e i preti – italiani ed europei – benedivano i propri eserciti e pregavano che tornassero vittoriosi dalla Libia, dalla Grande Guerra, dall’Etiopia e dalla Spagna. Alessio II, Patriarca 1990-2009, non voleva la collaborazione con lo Stato; Kirill, Patriarca dal 2009, è un acceso sostenitore di Putin.

Il movimento ecumenico mondiale è molto preoccupato – In Francia i presidenti dell’episcopato cattolico mons. Éric de Moulins-Beaufort e della Federazione protestante pastore François Clavairoly si incontrano «per uno scambio di informazioni, una discussione sull’Ucraina» e consegnano due lettere di protesta a Kirill. Il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) esorta Kirill a «chiedere il cessate il fuoco. La tragica e brutale guerra in Ucraina, ha causato tante vittime innocenti, civili, donne e bambini; ha portato immense distruzioni; ha creato milioni di profughi; ha provocato disperazione e sofferenza».

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