Dialogo tra Santa Sede e Vietnam nel ricordo del torinese padre Ilario Costa

Vaticano – Il 25 marzo Papa Francesco ha nominato tre vescovi in Vietnam, dove la situazione per la Chiesa è sempre ardua: i vescovi di Hà Tinh, di Phât Diêm e del coadiutore di Cân Tho. Tra gli evangelizzatori del Vietnam c’è anche un torinese, originario di Pessinetto in Valle di Lanzo, religioso, missionario e Vescovo: padre Ilario Costa

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Il 25 marzo 2023 Papa Francesco ha nominato tre vescovi in Vietnam, dove la situazione per la Chiesa è sempre ardua: i vescovi di Hà Tinh, di Phât Diêm e del coadiutore di Cân Tho. Dal 22 aprile dello scorso anno – informa l’agenzia «Fides» – «i rapporti tra Vietnam e Santa Sede sono sulla buona strada»: il vicepremier Pham Binh Minh ha ricevuto mons. Miroslaw Wachowski, sottosegretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede. Le visite, i contatti e le riunioni del gruppo di lavoro rafforzano e soddisfano gli interessi delle due parti, creando buone condizioni per la comunità cattolica. Da Hanoi è partito anche un invito al cardinale segretario di Stato Pietro Parolin per visitare il Vietnam.

Dimenticando il passato e le persecuzioni inflitte ai cristiani dai comunisti, al potere da cinquant’anni, Hanoi afferma: «La legge vietnamita sulla religione rispetta le convenzioni internazionali e il Vietnam intende creare sempre condizioni favorevoli affinché le organizzazioni religiose svolgano le loro attività in conformità con la Costituzione e la legge, garantendo che tutti abbiano il diritto di esercitare liberamente il culto». Belle parole, ma lontane dalla realtà, a detta degli esperti.

L’annuncio del Vangelo non è mai stato facile nel lontanissimo Tonchino (oggi Vietnam) neppure trecento anni fa.

Tra gli evangelizzatori c’è anche un torinese, originario di Pessinetto in Valle di Lanzo, religioso, missionario e vescovo, «figlio di questa terra del quale dovete essere orgogliosi: egli dimostra quanto il Vangelo sia fecondo di frutti. Povero tra i poveri, perseguitato tra i perseguitati, vive la vocazione fedele al Signore e alla Chiesa» disse il 29 agosto 2019 l’allora Arcivescovo Cesare Nosiglia celebrando i 300 anni (1719-2019) dell’ordinazione di padre Ilario di Gesù. Martino Tommaso Costa nasce a Torino (parrocchia Sant’Eusebio, poi San Filippo) il 2 settembre 1696 da Giacomo e Maria Colletti. Il papà ha un negozio di ferramenta presso Porta Nuova e frequenta la congregazione degli artisti. La madre consacra il figlio al Signore. I genitori si erano sposati il 5 ottobre 1693 a San Martino di Mezzenile. Nella sacrestia della chiesa parrocchiale di Pessinetto c’è un quadro su tela, «del quale nessuno era in grado di darmi informazioni. Decisi di continuare la ricerca» racconta don Silvio Ruffino, parroco di Mezzenile, Pessinetto e Traves dopo essere stato missionario «fidei donum» in Brasile. Il quadro raffigura padre Ilario Costa di Gesù. «Abbiamo trovato l’atto di Battesimo nella parrocchia San Filippo e l’atto di matrimonio dei genitori nell’archivio di Mezzenile».

Trascorre l’infanzia in un clima sereno e religioso. Frequenta gli studi di Grammatica, Umanità e Retorica nel Collegio nuovo dei Nobili dei Gesuiti. In lui matura il desiderio della vita religiosa e missionaria negli Agostiniani scalzi perché hanno le missioni in Tonchino e perché fanno voto di «non ambire a cariche e dignità». Alla professione assume il nome di fra Ilario di Gesù. Prete nel 1719 domanda di andare missionario nel lontanissimo Tonchino. Il 1° novembre 1721 egli e un compagno partono per Bruxelles. Salpano da Ostenda ma devono rientrare a causa di una tempesta. Ripartono il 13 febbraio 1722. Un viaggio avventuroso: il passaggio del Capo di Buona Speranza, l’incendio a bordo nel «caldaro della pece», l’aggressione di «ladri indiani», l’arenamento dell’imbarcazione, una devastante tempesta. Arrivano a Cantone il 15 agosto. La persecuzione lo blocca per 13 mesi: impara il cinese, il tonchinese, la lingua annamita dell’Indocina. Nel 1726 padre Ilario deve assumere la cura pastorale di tutto il distretto e di altre terre rimaste senza assistenza religiosa, un territorio più vasto del Piemonte. Corre il rischio – se tradito «a scopo di sete di danaro» – di finire nelle mani dei «mandarini». Ma riesce a farsi rispettare e ascoltare da tutti.

Nel 1730 è «commissario e visitatore apostolico» del Tonchino occidentale; nel 1735 vescovo coadiutore del vicario apostolico del Tonchino orientale; nel 1744 «visitatore e commissario apostolico» nelle province occidentali e «delegato apostolico» nei regni di Cocincina, Ciampa, Siam e Cambogia. Per spostarsi sui fiumi noleggia una barca nei punti di approdo, operazione rischiosa perché può essere riconosciuto e catturato. Narra: «La persecuzione persevera: missionari e cristiani devono essere molto cauti. È necessaria una barca grande a proprie spese e procurare il nutrimento agli uomini che remano. È necessario mantenere catechisti per istruire i cristiani; catechizzare i catecumeni perché assistano i moribondi e battezzino i fanciulli. Nei villaggi le funzioni si fanno di notte: all’imbrunire i cristiani si radunano e i catechisti li istruiscono e li dispongono alla confessione mentre il padre tutta la notte ascolta le confessioni. All’alba, confessati e comunicati, tornano a casa e il padre riparte in barca. Si va dai malati e dove c’è qualche cristiano che accolga il padre e i fedeli. Se i cristiani sono pochi si radunano di notte sulla barca, si confessano e comunicano. Si dorme di giorno mentre la barca va da un posto all’altro, ma il moto ondoso e lo strepito dei rematori non lascia dormire. Per cibo pane, una scodella di riso cotto senza sale e asciutto; l’olio d’oliva e di noce non ho più visto di che colore siano. Il letto è uno strato di canne coperte da stuoie di paglia».

Una vita dura di pericoli e persecuzioni – Marcia a piedi scalzi, anche sotto la pioggia e su terreni paludosi. Scrive ai genitori: «Prego Dio di degnarsi di farmi spargere il sangue per Gesù Cristo e supplico le signorie loro ottenermi una sì grande grazia. Se piace a Dio servirsi di me in questa missione, prego di ottenermi gli aiuti necessari per l’adempimento del dovere». Uomo di tempra eccezionale, padroneggia situazioni difficili e dolori atroci. Nel 1754 cade malato con febbre e dolori. Si mette a letto esausto. Chiede l’Unzione degli infermi e spira serenamente il 31 marzo 1754. I testimoni parlano di volto luminoso fino a quando la salma, dopo 15 giorni, è chiusa nella bara. Ai funerali partecipano 12-15 mila persone.

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