Dichiarazione universale Diritti umani, il ruolo della Chiesa

Anniversario – A 70 anni dalla promulgazione della Dichiarazione universale dei Diritti Umani da parte della Nazioni Unite Pier Giuseppe Accornero ripercorre l’impegno della Chiesa cattolica nella storia a favore della dignità dell’uomo

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«Queste persone devono essere libere completamente e perpetuamente e devono essere lasciate andare senza estorsione o ricezione di denaro». Quasi 600 anni fa, il 13 gennaio 1435, Papa Eugenio IV condanna lo schiavismo praticato dagli spagnoli sui Guanci, popolazione indigena delle Isole Canarie. Lo fa con la bolla «Sicut dudum», completamente ignorata dagli spagnoli, che continuano a ridurre gli indigeni in schiavitù, sostenendo che non si tratta di uomini ma di creature non razionali.

Il documento papale di sei secoli fa può essere considerato una prima dichiarazione dei diritti umani. Inizialmente la Chiesa si impegna soprattutto contro la schiavitù. Un insegnamento da non dimenticare nel 70° della «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» promulgata a Parigi dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Il razzismo nega ogni diritto e dignità dell’uomo.

Cento anni dopo, dopo la scoperta dell’America, il 2 giugno 1537 Paolo III emette la bolla «Veritas ipsa» sulla dignità umana degli indiani, «veri uomini», e sui loro diritti di libertà e di godimento dei beni, dei quali non possono essere privati riducendoli in schiavitù. Queste bolle papali affermano il primato del «diritto» sul «potere» e il primato del diritto umano universale, legato alla dignità di ogni uomo e quindi anche degli indiani, «veri uomini», concetto già insegnato dai domenicani spagnoli Francisco de Vitoria, uno dei padri del diritto internazionale, e Bartolomé de Las Casas, che partecipò al secondo viaggio di Cristoforo Colombo. I Papi affermano la dignità umana anche nei non cristiani, nei non civilizzati, nei neri e negli indiani in quanto uomini, soggetti dei diritti e delle prerogative legate alla natura umana e confermati dalla loro vocazione alla salvezza. Questa presa di coscienza avviene gradualmente.

Nel maggio-giugno 1537 Paolo III con una serie di bolle condanna la condotta di coloro che fanno violenze contro gli indiani d’America sulla base del pregiudizio che vanno trattati come animali privi dì ragione: «Gli indiani, come tutte le altre popolazioni di cui in avvenire la cristianità potrà ancora avere conoscenza, non dovranno essere privati della libertà e dei beni, anche se non sono cristiani. Gli indiani e gli altri popoli che potranno ancora essere scoperti debbono essere convertiti soltanto mediante la Parola di Dio e l’esempio di una condotta buona e santa».

Leone XIII nella «Rerum novarum» (1891) riesce a trovare nell’antica visione del tomismo l’ispirazione e la forza per entrare in dialogo con la modernità. Pur difendendo con coraggio i diritti dei lavoratori, non riesce a liberarsi completamente da una visione statica della società, eredità di un certo tomismo.

I suoi successori parlano sempre più apertamente di diritti umani. Uno dei più attivi è Pio XI, ma con risultati contradditori. Sostiene: «L’uomo è un fine, non un mezzo; come tale, lungi dall’essere un oggetto o un elemento passivo della vita sociale, ne è invece e deve essere e deve rimanere il soggetto, il fondamento e il fine». Nel decreto del Sant’Offizio del 25 marzo 1928 fa condannare l’antisemitismo: «Poiché riprova tutti gli odi e tutte le animosità tra i popoli, la Santa Sede condanna in particolare l’odio contro il popolo già scelto da Dio, quell’odio che oggi si designa volgarmente antisemitismo». Ratti inserisce la condanna dell’antisemitismo proprio nel decreto che sopprime l’associazione «Amici di Israele». Il 1° aprile 1933, giorno di inizio del boicottaggio dei negozi ebraici in Germania, incarica il segretario di Stato, cardinale Eugenio Pacelli, di scrivere al nunzio a Berlino per chiedere se si può «dire o fare qualche cosa contro gli eccessi antisemitici». Nella «Brenneder Sorge» (1937) presenta la difesa dei diritti umani come un bastione da oppone alla prepotenza dello Stato nazista. Nella «Divini Redemptoris» (1937), contro il comunismo, offre i fondamenti dei diritti stessi.

Pio XII nel 1942, in piena seconda guerra mondiale, invita il mondo a formulare una «Carta dei diritti» che emanano dalla dignità della persona, sempre nella rigida cornice del diritto naturale. Pacelli prova grande amarezza quando vede fallire i suoi sforzi perché nella «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» del 1948 non è inserito alcun riferimento all’Assoluto o a Dio.

Giovanni XXIII esprime particolare apprezzamento per la «Dichiarazione» del 1948; la sua «Pacem in terris» (1963) è chiamata anche «Dichiarazione cattolica dei diritti umani»; apre un cammino – fatto proprio dal Concilio Vaticano II e dai Papi successivi – che gradualmente abbandona l’enfasi tomista sulla legge naturale e si situa s3empre più nella prospettiva dei diritti umani. Roncalli modifica radicalmente la preghiera «pro perfidis judaeis» del Venerdì Santo. Sulla scia dei Papi intervengono anche gli episcopati: dal 1891i documenti dei vescovi americani contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti; condanne del razzismo e del nazismo dell’episcopato tedesco tra il 1931 e il 1939; la lettera dell’episcopato sudafricano contro la segregazione razziale (1952).

«Tutti gli uomini sono nati liberi e uguali, in dignità e diritti ed, essendo dotati dalla natura di ragione e coscienza, devono comportarsi reciprocamente come fratelli» afferma il preambolo della «Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell’uomo» o «Dichiarazione di Bogotà», adottata dalla IX Conferenza internazionale degli Stati americani di Bogotà in Colombia nell’aprile 1948, otto mesi prima della «Dichiarazione universale»: in essa è evidente l’influsso della tradizione cattolica.

Ricorda il prof. Mario Chiavario, docente emerito a Giurisprudenza dell’Università di Torino: «Tra gli sviluppi della “Dichiarazione” del 1948 c’è la Convenzione europea dei diritti umani siglata a Roma nel 1950 e operante nel vasto ambito del Consiglio d’Europa: è l’unica ad avere come “garante” giurisdizionale ad hoc un’apposita “Corte” di Strasburgo, funzionante da quasi 60 anni. Anche la Corte europea di giustizia, con sede a Lussemburgo, che opera nell’ambito più ristretto dell’Unione Europea tende a occuparsi sempre più anche di diritti umani».

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