Dieci anni fa Mons. Novarese beato

12 maggio 2013 – Iniziano a Casale Monferrato le celebrazioni per il decennio della beatificazione di mons. Luigi Novarese (2013-12 maggio-2023), casalese-doc, fondatore nel secondo dopoguerra dei Volontari della sofferenza. Nella splendida cattedrale di Sant’Evasione il cardinale Arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI, presiede la Concelebrazione

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Mons. Luigi Novarese

Iniziano a Casale Monferrato le celebrazioni per il decennio della beatificazione di mons. Luigi Novarese (2013-12 maggio-2023), casalese-doc, fondatore nel secondo dopoguerra dei Volontari della sofferenza. Nella splendida cattedrale di Sant’Evasione il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, presiede la Concelebrazione.

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«Sono un giovane di Casale, mi chiamo Luigi Novarese. Ho una grave malattia. I medici dicono che devo morire, ma io non voglio morire. Voglio guarire. So che don Bosco amava i giovani. Vuole, per favore, don Rinaldi, pregare e far pregare affinché anch’io ottenga la guarigione?»

La risposta arriva subito: «Caro Luigi, i Salesiani e i ragazzi dell’Oratorio di Valdocco pregheranno per te. Iniziamo la novena oggi stesso. Iniziane una anche tu, pregando con coraggio e con fede».

Una prodigiosa guarigione, ottenuta per intercessione di Maria Ausiliatrice e di don Giovanni Bosco, gli cambia la vita. È la fine di aprile 1930, don Bosco era beato da un anno, il 2 giugno 1929. Dal sanatorio «Santa Corona» di Pietra Ligure il sedicenne Luigi Novarese, da 7 anni affetto da una dolorosissima tubercolosi ossea, spera in un miracolo: la mamma ha speso una fortuna per curarlo. Tutto inutile e i medici avevano sentenziato: ha pochi mesi di vita. Sabato 11 maggio 2013 nella basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, l’«apostolo dei malati» sarà proclamato beato in una celebrazione presieduta dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone.

Luigi Novarese nasce nella cascina Serniola di Casale Monferrato (Alessandria) il 29 luglio 1914 da Giusto Carlo e Teresa Sassone, ultimo di nove figli, tre stroncati dalla miseria in tenera età. Passano solo nove mesi e il papà muore per una polmonite trascurata lasciando a Teresa, vedova trentenne, il gravoso compito di mandare avanti una famiglia numerosa, povera e sfortunata. Mamma coraggio non risparmia fatiche e sacrifici per crescere i figli. Luigi a 9 nove anni è colpito da una coxite tubercolare alla gamba destra, una grave forma di tubercolosi ossea, che lo costringe a letto con il busto ingessato, complicata da ascessi purulenti che provocano una sofferenza atroce. Una malattia incurabile e invalidante.

La mamma vende le vigne e i terreni, poi la cascina per pagare le costose cure e gli inutili ricoveri da un ospedale all’altro. Don Filippo Rinaldi, nato a Lu Monferrato il 28 maggio 1856, terzo successore di don Bosco alla guida della Famiglia salesiana, risponde all’appello del sedicenne e lo invita a fare una novena. Un anno dopo il 17 maggio 1931 la guarigione di Luigi è completa, esce dall’ospedale e porta le stampelle nella chiesa parrocchiale Sacro Cuore di Gesù in corso Valentino a Casale, gestita dai salesiani. Racconta sul bollettino «Il Sacro Cuore di Gesù» nel luglio 1931: «Da quel momento posi tutta la fiducia in don Bosco, trascurai persino le prescrizioni mediche, per cui fui più volte rimproverato. Perché a poco a poco gli ascessi si chiusero, constatai sensibile e progressivo miglioramento, tanto che il 17 maggio 1931 uscii dall’ospedale completamente guarito. Ora cammino e passeggio lungamente senza dolore alcuno e ho potuto riprendere gli studi. Riconoscentissimo a don Bosco, depongo al suo altare le grucce usate per sette anni, implorando continua protezione su me, sulla famiglia e su quanti mi aiutarono».

Non resta che mantenere la promessa fatta alla Madonna di dedicare la vita agli ammalati. Sembra orientato a fare il medico, ma poi sente nascere la vocazione sacerdotale. Entra in Seminario a Casale e il vescovo Albino Pella gli assegna una borsa di studio per l’Almo Collegio Capranica di Roma. Il 17 dicembre 1938 è ordinato sacerdote a Roma in San Giovanni in Laterano, ma per tutta la vita resta incardinato a Casale. Licenza in Teologia all’Università Gregoriana, laurea in Diritto canonico, diploma di avvocato rotale. Mons. Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, lo chiama a lavorare in Segreteria di Stato e lo incarica di portare gli aiuti di Papa Pio XII ai vescovi del Nord e di rispondere alle moltissime lettere che arrivano al Papa e che cercano notizie dei soldati che combattono sui vari fronti di battaglia, dei prigionieri, dei dispersi e feriti.

Nel maggio 1943 fonda la Lega Sacerdotale Mariana; il 17 maggio 1947, coadiuvato da sorella Elvira Myriam Psorulla, fonda il Centro volontari della sofferenza e il 15 agosto 1952 i Fratelli e Sorelle degli ammalati. Vara innumerevoli iniziative per promuovere e sviluppare l’apostolato del malato: pubblicazioni, trasmissioni radiofoniche, pellegrinaggi, convegni, laboratori per disabili, missioni nei lebbrosari, assistenza religiosa negli ospedali e nei luoghi di cura. Tutto per sostenere i diritti degli ammalati e umanizzare il trattamento negli ospedali. Ripete spesso: «Gli ammalati devono sentirsi gli autori del proprio apostolato». Dal 1962 al 1977 gli è affidata l’assistenza spirituale negli ospedali. Nel 1970-77 è direttore dell’Ufficio per l’assistenza spirituale ospedaliera della Cei.

Non mancano i riconoscimenti del Papi. Pio XII rileva nel suo carisma la missione dei malati nella Chiesa; Giovanni XXIII lo nomina «perito» del Vaticano II (1962-1965); Paolo VI dice agli infermi: «Se voi volete, potete salvare il mondo»; Giovanni Paolo II lo definisce «apostolo degli ammalati» e confida di aver inserito, nella lettera apostolica «Salvifici doloris» sul senso cristiano della sofferenza (11 febbraio 1984) e nell’esortazione apostolica «Christifideles laici» (30 dicembre 1988), «l’azione pastorale per e con i malati e i sofferenti» perché le sue iniziative sono inserite «in quel grande movimento di rinnovamento ecclesiale che, fedele al Concilio e attento ai segni dei tempi, ha trovato nuove energie per operare coraggiosamente nell’evangelizzazione in un ambito, quello della sofferenza, non facile e pieno di interrogativi». Benedetto XVI lo cita tra i «buoni samaritani» del XX secolo nel messaggio per 21ª Giornata del malato (11 febbraio 2013): «Di Luigi Novarese molti serbano vivo il ricordo. Nel suo ministero avvertì l’importanza della preghiera per e con gli ammalati e i sofferenti, che accompagnava spesso nei santuari mariani».

Muore a Rocca Priora (Roma) il 20 luglio 1984. Il processo canonico, iniziato il 17 settembre 1989, sfocia nella beatificazione di un sacerdote che ha lavorato per decenni in Segreteria di Stato e che, spinto dall’amore per i sofferenti, ha rifiutato ogni pietismo e ne ha fatto gli attori dell’evangelizzazione.

Nella documentata biografia «Luigi Novarese. Lo spirito che cura il corpo» (Edizioni Centro volontari della sofferenza, prefazione di cardinale Tarcisio Bertone vs), il giornalista Mauro Anselmo mette a fuoco l’innovatore in anticipo sui tempi: con laboratori e centri propone di integrare i disabili nella società; affronta il problema delle barriere architettoniche; organizza un programma radiofonico con i malati protagonisti; costruisce una casa di esercizi per disabili e malati a Re in Val Vigezzo; organizza pellegrinaggi dei sacerdoti infermi a Lourdes.

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