Dietro al voto per il Quirinale

Politica – Le votazioni del Parlamento per l’elezione del Presidente della Repubblica hanno certificato la frammentazione dello scenario politico nazionale. Anche attorno al nome di Mario Draghi, il premier che un anno fa veniva acclamato come salvatore della patria, gli schieramenti hanno rotto l’« unità» che reggeva, fino a ieri, il Governo di emergenza nazionale

60

La corsa per il Quirinale ruota attorno alla figura di Mario Draghi e divide, verticalmente e trasversalmente, il mondo politico: contrari alla sua elezione al Colle il leader della Lega, Salvini, il capo politico del M5S Conte, il fondatore di Forza Italia, Berlusconi, una parte significativa del Pd (Franceschini) e di Articolo uno (D’Alema). Le motivazioni sono diverse: anzitutto, le condizioni d’emergenza in cui vive il Paese, con la crisi della pandemia, la questione sociale con il caro-vita e la questione energetica, il rischio di guerra in Ucraina. Questo sconsiglia una crisi di governo (o elezioni anticipate); anzi, sollecita la massima operatività dell’esecutivo. C’è poi la preoccupazione di un ulteriore indebolimento del quadro politico, con il commissariamento dei partiti da parte dei super-tecnici, in primis l’ex presidente della Bce.

A favore di Draghi il segretario del Pd Letta, il ministro grillino Di Maio, il numero due della Lega Giorgetti, uniti nel segnalare la caratura internazionale del premier («una risorsa che non si può perdere») e nell’auspicare un accordo per un nuovo governo di ampia solidarietà (dai contenuti ancora indefiniti).

Le scaramucce tra gli schieramenti, con le votazioni in bianco, nascondono questa realtà: il passaggio, nell’arco di un anno, di Mario Draghi da ‘salvatore della patria’, chiamato da Sergio Mattarella, a personaggio in discussione. Comunque finiscano le votazioni, si è aperta una ferita nell’unità nazionale richiesta nel febbraio ‘21 dal Capo dello Stato.

Altrettanto significativa la conferma delle spaccature nelle coalizioni: a destra la Meloni è disposta a votare Draghi a patto di andare alle elezioni subito; a sinistra Conte si sta smarcando dall’accordo stretto con il Pd, con un nuovo dialogo con la Lega: buona parte dei grillini sarebbero disponibili ad eleggere la presidente del Senato, Maria Alessandra Casellati, o il candidato di Renzi, il centrista Casini, pur di bloccare l’ipotesi Draghi. In concreto si è riaperto il dialogo giallo-verde, come all’inizio della legislatura, con l’obiettivo di ritornare ad un sistema elettorale proporzionale, con uno spostamento al centro dell’intero quadro politico.

Resta aperta l’emergenza europea, perché Mario Draghi permane una garanzia per Bruxelles, sia per la gestione dei fondi europei, sia per la riforma del Patto di stabilità, che i paesi del Nord (con l’appoggio della nuova Germania) vorrebbero bloccare a danno del Sud dell’Europa; inoltre restano gli interrogativi sulla Lega di Salvini divisa tra il ‘sovranismo’ del leader e la scelta del Ppe da parte del ministro Giorgetti.

In ogni caso la confusione di queste ore conferma la validità della scelta di Mattarella sull’unità nazionale, che sarebbe cancellata dall’ipotesi di una ‘spallata’, con il rischio di una crisi politica senza soluzione.

L’interesse del Paese è per una legislatura che giunga alla sua scadenza, affrontando riforme ineludibili: la Giustizia, nel mirino di Bruxelles, quella delle pensioni, attesa da milioni di cittadini in ansia, perché la manovra economica 2022 ha semplicemente rinviato di un anno ogni soluzione; soprattutto i sindacati chiedono una definizione rapida delle nuove norme. C’è poi un tema etico-sociale rilanciato dalla «Civiltà cattolica»: l’autorevole rivista dei Gesuiti ha sottolineato i rischi del referendum sull’eutanasia promosso dai radicali, con un contenuto eversivo della tradizione giuridica italiana; «Civiltà cattolica» auspica in alternativa una nuova legge sul fine-vita che eviti l’avventura referendaria, gravida di conseguenze sul piano etico, sociale, culturale.

Ci sono poi le Regioni e i Comuni italiani che attendono la prima tranche dei fondi europei per avviare gli interventi già programmati sul territorio, con un obiettivo ‘volano’ per l’economia locale e nazionale. Tutti elementi che concorrono ad auspicare una stabilità del quadro istituzionale (Mattarella docet) ed invitano i partiti a guardare su un orizzonte più largo, evitando ‘vittorie di Pirro’, effimere e controproducenti. Non conta molto il numero delle sedute a Montecitorio, è essenziale la qualità politica della scelta dei mille elettori. L’inquilino dei Quirinale ‘governerà’ per sette anni e attraverserà tre legislature repubblicane.

Sui media la sfida per il Colle ha ricalcato le scelte della politica. Decisamente schierato per Draghi al Quirinale il Gruppo editoriale Fiat (Gedi-ex L’Espresso) con «la Repubblica», «La Stampa», «Il Secolo XIX». Molto spazio alla linea Letta, come il nuovo quotidiano di Carlo De Benedetti «Domani» e l’erede neo-centrista di Giuliano Ferrara «Il Foglio». Altrettanto ferma la critica alla discesa in campo di Berlusconi e ai tentativi di spallata di Salvini. Più cauto il «Corriere della Sera» sia con Draghi sia con Berlusconi, non preclusivo verso candidature ‘centriste’ (Casini, Amato, la stessa Casellati).

A destra «Il Giornale» e «Libero» hanno ovviamente sostenuto il tentativo (fallito) dell’ex Cavaliere, sia l’iniziativa del centro-destra per una candidatura autonoma. Ma la nota più rilevante viene da «Il Fatto Quotidiano» di Marco Travaglio, notoriamente vicino ai grillini. È stato il più acerrimo avversario della candidatura di Draghi al Colle, sulla linea Conte, contro Di Maio; segnalato anche il nuovo dialogo giallo-verde, modello primo governo Conte.

Ecumenico e super partes il quotidiano cattolico «Avvenire», sulla linea delle larghe intese promosse da Mattarella; ma, forse, le posizioni più sorprendenti sono giunte da due autorevoli media britannici, l’«Economist» e il «Financial Times»: inizialmente favorevoli all’ascesa al Colle del premier, hanno cambiato strategia sottolineando l’urgenza di mantenere Draghi a Palazzo Chigi per la priorità dell’attività di governo, anche in campo internazionale. Probabilmente i fogli legati all’alta finanza hanno colto il rischio del dibattito istituzionale Monarchia-Repubblica legato alla figura dell’ex presidente della Bce, con l’ipotesi, del tutto negativa, di una ‘rivalsa’ dei mille elettori con Draghi estromesso dal potere. Sarebbe un segnale molto pesante per l’Europa e i mercati.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

sette − 4 =