Don Bosco santo da 90 anni

1934 – Il fondatore della Congregazione Salesiana viene proclamato santo 90 anni fa da Papa Pio XI il giorno di Pasqua, 1° aprile 1934. Scrive Pio XI nel decreto di canonizzazione: «Le opere e le grazie che lo contraddistinsero resero universale l’opinione che, per provvidentissima disposizione divina, allo scopo di promuovere la restaurazione cristiana dell’umana società, deviata dal sentiero della verità, Dio avesse inviato Giovanni Bosco»

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Ha messo la questione giovanile nell’agenda dell’Italia unita: è il più grande merito anche civile di don Giovanni Bosco, proclamato santo 90 anni fa da Pio XI il giorno di Pasqua, 1° aprile 1934. Dice: «Se volete aiutare i giovani buttate un pallone sulla strada». Li ha fatti giocare, ha camminato con loro, sta sulla strada con questi maleducati che con il pallone rompono i vetri delle finestre. ha davvero avuto un cuore di «padre e maestro dei giovani», come l’ha proclamato Giovanni Paolo II.

Entra nei cantieri e nelle officine e litiga con i padroni per strappare contratti che sanciscano condizioni di lavoro dignitoso e giusto salario per i giovani. Prima dell’Unità d’Italia, l’8 febbraio 1852 predispone il primo contratto ufficiale di «apprendizzaggio» in carta bollata da 40 centesimi, tra un «mastro minusiere» (falegname) e un giovane dell’oratorio. Lo scrittore Nicolò Tommaseo, il 3 ottobre 1854, gli scrive: «So della generosa carità esercitata da lei e dai suoi nella malattia (il colera, n.d.r.) che minacciava specialmente i poveri della città; e anche di ciò le debbo ringraziamenti vivissimi come cristiano».

Giuseppe Benedetto Cottolengo e Giovanni Bosco sono splendide figure di «amici dei malati e dei giovani» ai quali Papa Ratti conferisce gli onori degli altari a conclusione dell’Anno Santo straordinario (1933-2 aprile-1934) nel XIX centenario della Redenzione. Il 19 marzo 1934 canonizza Cottolengo, umile e semplice figlio della buona e generosa razza contadina piemontese, nato nella «terra dei cavoli» di Bra (provincia di Cuneo e diocesi di Torino).

Don Bosco rimane per tutta la vita prete diocesano. Don Giuseppe Cafasso, un altro grande luminare della santità subalpina, lo invita al Convitto Ecclesiastico per completare la formazione. Di quattro anni più anziano, lo spinge a entrare in Seminario, lo chiama al Convitto («Qui si impara a diventare pret»), gli affida l’«Opera dei catechismi», lo introduce nel carcere minorile («La Generala»), lo invia tra i giovani, lo difende dalle malelingue, ne diventa il consigliere e il benefattore per 25 anni. A Giovanni, che vorrebbe andare missionario o farsi frate, don Cafasso dice che la sua missione è tra i «birichìn», immigrati e analfabeti, sfruttati da capimastri e datori di lavori, scapestrati e tenuti d’occhio dalla polizia. Lo difende dagli attacchi dei preti benpensanti e degli aristocratici prevenuti. A chi lo definisce «prete mungi-quattrini», don Cafasso replica: «Se sapeste quanto pesa quel don Bosco! Lasciatelo fare. Fa un grandissimo lavoro tra i giovani. Farà miracoli e il mondo parlerà di lui».

Mamma Margherita, umile contadina, che non aveva studiato, il giorno dell’ordinazione dice al figlio: «Oggi incomincerai a soffrire». Lo minaccia: «Se diventerai un prete ricco, non vorrò più vederti». Don Bosco guarda la realtà, si rimbocca le maniche, si spende per i giovani che rischiavano di finire assistiti da don Cafasso, che conforta i carcerati e accompagna i condannati a morte al patibolo al «Rondò della forca».

Don Bosco è il santo piemontese più famoso e fra i più noti in assoluto. Il Convitto, che frequenta dopo l’ordinazione nel 1841, è l’occasione provvidenziale per porre le fondamenta della sua originale opera educativa tra i giovani: l’incontro con Cafasso, formatore eccezionale che ne capisce le doti e ne stimola le potenzialità; la situazione sociale torinese che nel campo giovanile offre orizzonti impensati; la sua indiscutibile genialità, capace di inventare risposte nuove ai nuovi problemi incessantemente emergenti. La grande opera salesiana ha inizi modesti: dopo l’incontro l’8 dicembre 1841 con il muratorino astigiano Bartolomeo Garelli, don Bosco inizia a radunare al Convitto ragazzi e giovani per il catechismo. Concepisce l’oratorio come centro di formazione cristiana perché gli sta a cuore la «salvezza» dell’anima della gioventù: non si accontenta che in oratorio ci siano i giovani, si preoccupa di raggiungerli e incontrarli dove si trovano. Vuole formare «buoni cristiani e onesti cittadini. Non basta voler bene ai giovani, bisogna che percepiscano di essere amati. Il sistema preventivo si appoggia su ragione, religione e amorevolezza. State allegri, ma non fate peccati». Il santo di Valdocco, pedagogo, scrittore, editore, adornato di innumerevoli doni, padre di una miriade di giovani disagiati che educa al lavoro e alla vita cristiana in una Torino in piena febbre industriale, nel Piemonte risorgimentale dominato da liberali e massoni, anticattolici e mangiapreti.

Strega i due preti che vanno a Valdocco a conoscerlo e che diventeranno Papi. Giuseppe Sarto, futuro Pio X, incontra don Bosco a Valdocco il 15 agosto 1875 quando è parroco a Salzano (Venezia) ed entra tra i cooperatori salesiani. Nel settembre 1883 il «padre e amico dei giovani» e don Achille Ratti, 26enne dotto sacerdote e docente nel Seminario milanese, trascorrono due giorni insieme. Il prete ambrosiano è attirarlo dalla fama di santità e dalle originali iniziative apostoliche: visita l’Oratorio, ammira la scuola tipografica e il teatro, studia il funzionamento delle scuole professionali e serali. Parlano a lungo, pregano e mangiano insieme, siedono allo stesso tavolo da lavoro. Don Bosco gli racconta della sua ansia per i giovani, svela i suoi progetti e la sua pena per il dissidio tra Chiesa e Stato: «Sono stato – dirà Pio XI – tra quelli che ebbero da lui vivi e paterni segni di benevolenza e di paterna amicizia, come poteva esservi tra un veterano glorioso del sacerdozio e dell’apostolato cattolico e un giovane sacerdote. Dio ha inviato Giovanni Bosco, di umili natali, ignoto e povero, sospinto dalla sola carità verso Dio e verso il prossimo, zelantissimo della gloria di Dio, benemerentissimo della civiltà e della religione».

Nei discorsi ai Salesiani Pio XI conserva il ricordo edificante della «sua tavola penitente, più che povera». «Penitenza» che don Bosco aveva inflitto anche a mons. Sarto nel 1875 se il futuro Papa si era alzato da mensa dicendo al sacerdote che lo accompagnava: «Adesso andiamo a mangiare». Ed era il giorno dell’Assunta.

Anche Papa Francesco è un suo grande ammiratore: «Per migliaia di piccoli abbandonati, disperati, destinati a un’esistenza di stenti ed esclusione, ha tracciato la via di un avvenire di dignità e speranza».

Scrive Pio XI nel decreto di canonizzazione: «Le opere e le grazie che lo  contraddistinsero resero universale l’opinione che, per provvidentissima disposizione divina, allo scopo di promuovere la restaurazione cristiana dell’umana società, deviata dal sentiero della verità, Dio avesse inviato Giovanni Bosco».

Pier Giuseppe Accornero

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