Don Ciotti racconta cinquant’anni di Messa

La parrocchia della strada – I 50 anni dall’ordinazione sacerdotale del fondatore del Gruppo Abele: “la fede comporta il coraggio di vivere il Vangelo e non solo predicarlo, facendo della Parola di Dio un’etica, un modo d’essere”

508
Don Luigi Ciotti (foto Andrea Pellegrini)

Gli eventi «straordinari», nella vita di un prete, sono in realtà quelli dell’esistenza quotidiana. Ma ci sono delle ricorrenze che meritano di essere sottolineate, come i 50 anni dall’ordinazione sacerdotale. Ne parliamo col fondatore del gruppo Abele don Luigi Ciotti, classe 1945, prete dall’11 novembre 1972.

Come hai vissuto questo cinquantesimo?

Una tappa della vita da assaporare interiormente più che celebrare a livello pubblico. Ho voluto dedicare una giornata alla preghiera presso il Monastero Sacro Cuore di Moriondo delle suore Clarisse Cappuccine. Poi mi sono recato sulla tomba di Michele Pellegrino, il Vescovo che mi consacrò sacerdote affidandomi come parrocchia «la strada». Quel Vescovo che si faceva chiamare semplicemente padre e che per me è stato un secondo padre davvero. Fondamentale il suo sostegno affettuoso e concreto nei primi anni dell’impegno col Gruppo Abele. Su quella tomba umile, accanto alla madre, nel piccolo cimitero di Roata Chiusani ho ritrovato l’intensità del dialogo che ha segnato così profondamente la mia vita sacerdotale, offrendomi un esempio altissimo eppure estremamente umano di servizio con e per la Chiesa.

Ogni anno, il 1° novembre, ti si trova alla Consolata per celebrare la Messa in suffragio di don Franco Peradotto: un legame personale, che però significava anche la vicinanza di tutta una Chiesa…

Don Peradotto è stato un amico vero, sempre presente nei momenti difficili, generoso nel condividere progetti, nel costruire ponti, nel dare consigli. Ed è vero che il rapporto con lui simboleggia anche la vicinanza che la Chiesa torinese nel complesso non ha mai fatto mancare a me e al Gruppo Abele – così come ad altre realtà di base dell’impegno d’ispirazione cristiana. Ho già citato padre Pellegrino, ma anche chi venne dopo, da Anastasio Ballestrero fino a Cesare Nosiglia, dimostrò la stessa attenzione e comprensione per le istanze sociali che provavamo ad affrontare. C’è stata una continuità del magistero, pur nella diversità di stile, fra chi si è succeduto alla guida della Diocesi. E, malgrado alcune tensioni, alcune incomprensioni, mi sono sempre sentito accolto e ascoltato quando con umiltà ho provato a portare la voce degli ultimi, dei dimenticati, degli ammalati nel fisico e nell’anima.

Che cos’è fede per un prete oggi? E che cosa significa, 50 anni dopo, fedeltà?

La fede – oggi come in passato – comporta il coraggio di vivere il Vangelo e non solo predicarlo, facendo della Parola di Dio un’etica, un modo d’essere. La fede richiede coraggio, fiducia, perseveranza. Lo stesso vale per la fedeltà, che non è mai data una volta per tutti: ogni giorno il Vangelo mette alla prova la nostra coerenza, la nostra tempra morale. Fedeltà per me significa anche riconoscere di aver sbagliato. Di aver mancato. Di essere stato spesso debole, incostante, contraddittorio nel mio amore verso Dio e verso la Chiesa, nei modi in cui ho provato ad accogliere le persone in difficoltà incontrate lungo la strada. La fedeltà alla scelta sacerdotale ognuno la vive a suo modo. E mi ha commosso, ma confesso anche imbarazzato, l’attenzione dedicata a questo anniversario. Perché non mi sento diverso né certamente più importante dei tanti altri sacerdoti torinesi che come me hanno celebrato 50 anni fa la loro prima Messa.

A servizio della Chiesa e a servizio della «città degli uomini»…

Sì. Molti sacerdoti miei confratelli, a Torino come altrove, hanno portato sulle proprie spalle parrocchie difficili, i bisogni e le fatiche delle comunità a loro affidate. Magari hanno scontato un deficit di motivazione, di fronte a problemi sempre gravosi, all’allontanamento della gente dalla vita parrocchiale, al progressivo spegnersi del fermento che si respirava negli anni immediatamente successivi al Concilio. E però sono rimasti al loro posto, non sono venuti meno al ruolo e ai compiti che si erano assunti, con una presenza silenziosa ma preziosa accanto a tante persone e famiglie. È il modo concreto di rendere sempre disponibile, nei fatti, il tesoro più prezioso: la parola di Dio, la speranza che viene dal Vangelo. Purtroppo, malgrado questo bel fermento, Torino rimane una città profondamente diseguale, dove i diritti sono spesso subordinati al reddito. Una città che investe sull’innovazione tecnologica e sui servizi per il turismo, motori innegabili di sviluppo, senza vedere che i servizi e le tecnologie di base ancora mancano o sono insufficienti a tanti poveri, con difficoltà di salute o privi di una rete di relazioni. Proprio come 50 anni fa, la sfida è dimostrare che la solidarietà è importante, ma non può tamponare le falle di un sistema pubblico che lascia indietro troppa gente. Servirebbe meno solidarietà e più giustizia.

Negli anni il Gruppo ha accolto molti sacerdoti, torinesi e non, in difficoltà. Qual è il senso di questa esperienza?

Nello spirito di accoglienza che si vive al Gruppo la scelta di aprire in tutti questi anni le porte del Gruppo Abele ad un centinaio di sacerdoti che attraversavano un momento di crisi è venuta naturale e mai in polemica con la Chiesa. C’erano situazioni impreviste, delicate e anche dolorose; e non sempre le comunità di origine, né le loro famiglie, avevano saputo ascoltare e comprendere quella profonda crisi di coscienza. Al Gruppo Abele abbiamo offerto loro uno spazio di tregua e di riflessione, per fare chiarezza dentro se stessi e scegliere il modo migliore per restare fedeli al Vangelo, in maniera autentica e non soltanto formale. Alcuni di loro sono rimasti ma tutti ci hanno portato la ricchezza della loro fede, una fede che in contesti diversi non ha perso nulla del suo ardore e del suo desiderio d’impegnarsi per chi è povero, fragile, abbandonato.

Negli anni del Concilio sono nate nella Chiesa torinese esperienze importanti che durano tutt’ora. Perché?

Perché il cambiamento è l’essenza della vita, individuale e collettiva. Il Concilio in questo senso aveva lanciato stimoli incredibili, offrendo l’immagine di una Chiesa capace di stare dentro il tempo presente, di leggerlo nei suoi problemi ma anche nelle sue potenzialità, abbandonando certe rigidità. Lo spirito del Concilio è stato quello di una Chiesa che si è posta con forza il problema di sincronizzarsi con la Storia e con le speranze e i bisogni di milioni di persone tagliate fuori da uno sviluppo che di rado si trasformava in progresso. Esclusione e discriminazione che, dopo quasi sessant’anni, hanno raggiunto dimensioni intollerabili. E proprio a partire da Torino il mio impegno di quegli anni si è ampliato e ha innescato altri percorsi. Penso al Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza o alle esperienze di Libera contro le mafie e la corruzione, che trovano preziose adesioni in tante Diocesi; alla collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana e con il Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. E penso a come oggi questi percorsi abbiano trovato uno sviluppo di livello internazionale, coinvolgendo numerose realtà in Europa, Africa e America Latina. Droga, prostituzione, sfruttamento, mercato delle armi: dobbiamo continuare a combattere contro l’indifferenza sociale. Ancora oggi fa comodo pensare le mafie come un mondo a parte, mentre ormai sappiamo bene che la criminalità organizzata fa parte del nostro mondo, col quale intesse alleanze e rapporti di reciproco vantaggio, economico e non solo. Per questo è così importante l’impegno morale e civile di tutti. Lo scorso Natale papa Francesco ha voluto offrire alla Curia romana il libro «Passiamo all’altra riva», di cui egli stesso ha scritto la prefazione e io ho curato una postfazione. È la storia di Luigi Bonaventura, ex mafioso e ora collaboratore di giustizia: una vicenda esemplare perché aiuta a comprendere non solo l’estensione delle reti mafiose ma fa capire che spezzare questi legami, interrompere queste catene è possibile. E questa è la via non solo per «amministrare la giustizia» ma per costruire una società più giusta.

L’arcivescovo Repole ha chiesto alla comunità diocesana di interrogarsi sui «germogli», indicare e condividere i segnali di novità e di speranza presenti nella nostra Chiesa e nel territorio oggi. Qual è il tuo contributo?

Quello che, nel mio piccolo, cerco di dare, come cittadino e come sacerdote: aver cura e ascolto dei luoghi e delle esistenze dove la novità e la speranza di questi «germogli» si manifestano in una forma embrionale ancora impregnata di sofferenza, angoscia, disperazione. Parlo della strada come luogo d’incontro, di relazione, d’impegno. Parlo di quelle periferie urbane e esistenziali. Ma i giovani vanno accompagnati nelle loro esperienze, accolti nelle loro fragilità e ascoltati nei loro dubbi. Per questo i germogli di speranza li vedo nei percorsi educativi autentici, che affiancano ragazzi e adulti capaci di costruire insieme, imparando gli uni dagli altri, interrogandosi senza sconti non soltanto sul ‘cosa’ e sul ‘come’ del proprio impegno, ma anche sul ‘perché’, sul senso da dare a ogni scelta. Che è poi ciò che ci realizza come persone, a prescindere dalla strada che si imbocca, incluso il sacerdozio.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome