Il pinerolese don Giovanni Barra è venerabile

Cause dei Santi – C’è il pinerolese don Giovanni Barra tra i sei nuovi venerabili riconosciuti da Papa Francesco il 19 gennaio. Vide lontano il cardinale Arcivescovo di Torino Michele Pellegrino a San Lorenzo nella Messa di trigesima nel febbraio 1975: «Ho questa certezza: un giorno la Chiesa confermerà la santità di don Giovanni Barra»

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Venerabile don Giovanni Barra

C’è il pinerolese don Giovanni Barra tra i sei nuovi venerabili. Il 19 gennaio 2023 Papa Francesco ha autorizzato i decreti per il riconoscimento delle virtù eroiche di 3 sacerdoti (lo spagnolo Miguel Costa y Llobera, gli italiani Gaetano Francesco Mauro e Giovanni Barra); 2 suore (la spagnola Vicente López de Uralde Lazcano e l’italiana Maria Margherita Diomira del Verbo incarnato (Maria Allegri), la laica italiana Bertilla Antoniazzi.

Vide lontano e giusto il cardinale arcivescovo di Torino Michele Pellegrino in San Lorenzo nella Messa di trigesima nel febbraio 1975: «Ho questa certezza: un giorno la Chiesa confermerà la santità di don Giovanni Barra». Tra i concelebranti don Pier Giorgio Debernardi, rettore del Seminario di Ivrea. Divenuto vescovo di Pinerolo, il 5 giugno 2005 apre il processo canonico di don Barra, prete felice, acuto osservatore dell’animo umano, una parola di speranza per tutti, appassionato agiografo.

ANTICIPA IL CONCILIO VATICANO II – Giovanni Barra nasce il 14 gennaio 1914, penultimo di undici figli, a Riva di Pinerolo da famiglia contadina: il fratello don Giuseppe Cesare e la sorella Emilia tra i missionari della Consolata; Giovanni fa domanda ma è scartato per le non buone condizioni di salute. Studia in Seminario a Pinerolo e il 29 giugno 1937 è ordinato sacerdote dal vescovo Gaudenzio Binaschi: insegna lettere in Seminario e religione nella scuola media. Assistente dal 1942 del circolo «Silvio Pellico» di Azione Cattolica; opera all’oratorio San Domenico. Fonda a Pinerolo (1943) la Federazione universitaria cattolica (Fuci) e presiede la Conferenza di San Vincenzo. Un’azione pastorale travolgente: predicazione ai giovani; esercizi e direzione spirituale; pellegrinaggi mariani, congressi eucaristici e «Peregrinatio Mariae» (1949); convegni dell’Azione Cattolica; predicare e tiene conferenze in tutta Italia.

PARROCO, IL SUO SOGNO – Nel 1946 apre «Casa Alpina» a Soucheres Basses di Pragelato: vi trascorre i mesi estivi ospitando giovani, famiglie, gruppi. Nel 1948 è assistente dei Laureati cattolici e dell’Associazione Maestri cattolici. Nel 1962 il vescovo lo incarica di costruire la nuova parrocchia Madonna di Fatima: per sette anni spende le sue energie per creare una comunità cristiana. Ha due modelli, l’oratoriano padre Giulio Bevilacqua parroco a Brescia, maestro di Giovanni Battista Montini, e don Primo Mazzolari parroco a Brozzolo. Dal 1969 rettore del Seminario regionale delle vocazioni adulte a Torino, ultima stagione della sua vita,

PROMOTORE SPIRITUALE E CULTURALE – Porta a Pinerolo le voci più vive della cultura, non solo credenti. Intrattiene rapporti e corrispondenza con alcuni «apostoli», come il vescovo ausiliare di Lione Alfredo Ancel; ama i preti operai e ne diffonde pensiero e testimonianza; legge e consiglia romanzi, poesie, saggi e libri di ispirazione cristiana. Nel 1946 propugna la fondazione de «il nostro tempo», settimanale culturale di Torino fondato e diretto dall’amico e coetaneo mons. Carlo Chiavazza; è tra collaboratori di «Adesso», la rivista di don Primo Mazzolari. Numerosissime le pubblicazioni e le traduzioni di molti autori: libri di preghiere e di meditazioni, testimonianze di vita, convertiti e mistici, problematiche giovanili, figure di preti. Presenta un Cristianesimo di gioia, avventura, novità di vita, scelta eroica. Nel 1967, su invito del fratello missionario, compie un viaggio in Africa.

VOCAZIONI ADULTE – La contestazione invelenisce la Chiesa e la società. Turbato da una protesta troppo marcata e rabbiosa, vive di intensa preghiera, forte obbedienza, dedizione totale a Dio e alle persone. Accosta la Bibbia con grande intensità; predilige il colloquio personale, l’ascolto e il dialogo; rifugge da pettegolezzi e frettolosi giudizi. La mistica della Croce lo accompagna negli ultimi anni: sente in modo straziante la rinuncia al ministero di alcuni preti e tiene un corso di spiritualità all’Istituto piemontese di Teologia pastorale. Nel 1969, su proposta di Pellegrino, i vescovi del Piemonte lo nominano rettore del Seminario delle vocazioni adul­te, affiancato dal fossanese don Cesare Falletti, poi monaco cistercense, e dal torinese don Giuseppe Anfossi, poi vescovo di Aosta. Nonostante l’apparenza di uomo forte, pieno di vitalità, sempre sorridente e premuroso, con i capelli rapati a zero, è cagionevole di salute. Improvvisi dolori e svenimenti anche durante la Messa e la predicazione. Muore a 61 anni il 28 gennaio 1975. Nel testamento spirituale scritto: «Se guardo al passato sento in me un’ondata di gioia e di riconoscenza salirmi dal cuore. Sono veramente un prete felice del mio sacerdozio».

I PENSIERI DI UNO STIMATISSIMO SACERDOTE – Conosciuto in tutta Ita­lia e anche in Europa, il funerale nel Duomo di Torino è presieduto da Pellegrino con omelia di mons. Massimo Giustetti, vescovo di Pinerolo. Su di lui merita segnalare due libri: Vittorio Morero, prete pinerolese e direttore de «L’Eco del Chisone», «Don Barra ha giocato con Dio», Esperienze, Fossano, 1975; don Giorgio Grietti (morto recentemente) «Don Giovanni Barra sacerdote di Cristo», Vita-Marco Valerio, Pinerolo, 2013. Il suo animo trabocca dai pensieri autobiografici: «Il giorno della prima Messa un missionario mi disse: “Cercati un cortile e un confessionale”. Ho cercato il cortile e le associa­zioni giovanili; ho messo su una casa in montagna per stare con i giovani sempre, anche d’estate per trent’anni ho passato ogni settimana ore e ore ad accogliere la gioventù. Ai giovani che era­no lontani ho scritto migliaia di lettere, per i giovani ho scritto i libri che mi hanno dato più soddisfazione. I giovani non mi hanno deluso mai. I giovani han­no salvato il mio sacerdozio».

DI FRONTE A QUELL’OPERAIO – «Tornavo da una missione do­ve per otto giorni avevo fatto cin­que prediche e confessato tre o quattro ore. Mi pareva di aver fat­to qualcosa… ma di fronte a quel­l’operaio che si alza alle 5 e ritorna a casa alla sera dopo altre due ore di treno, mi sono sentito invadere da una paurosa vergogna. Se lo paragono a quello di tante mamme (penso alla mia con undici figli) e di tanti operai, il mio orario di prete è terribilmente comodo e borghese». «Mi vergogno di avere una casa per me, uno studio per me. Non sono povero. Non ar­riverò mai a essere povero come Gesù, come tanti sparsi per il mondo». «Qual è lo spettacolo più bello? Vedere Dio che entra nel cuore degli uomini e vi matura le più sconvolgenti rivoluzioni».

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