Don Peppe Diana, “coraggioso discepolo del Maestro”

19 marzo 1994 – «Il ricordo del tragico evento di 30 anni fa, quando don Giuseppe Diana, parroco a Casal di Principe (Caserta), fu barbaramente ucciso, suscita nell’animo di quanti lo hanno conosciuto e amato commozione e gratitudine a Dio per aver donato alla Chiesa questo ‘servo buono e fedele’ che ha operato calandosi nel deserto esistenziale di un popolo tanto caro, servito e difeso fino al sacrificio». Lo scrive Papa Francesco a mons. Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa

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Don Peppe Diana

«Il ricordo del tragico evento di trent’anni fa, quando don Giuseppe Diana, parroco di San Nicola di Bari a Casal di Principe (Caserta), fu barbaramente ucciso, suscita nell’animo di quanti lo hanno conosciuto e amato commozione e gratitudine a Dio per aver donato alla Chiesa questo “servo buono e fedele” che ha operato calandosi nel deserto esistenziale di un popolo tanto caro, servito e difeso fino al sacrificio».

«Coraggioso discepolo del Maestro» – Lo scrive Papa Francesco a mons. Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa: «A fronte della violenza e della prepotenza disumana che nega la giustizia e annulla la dignità delle persone, i cristiani annunziano il Vangelo e vivono la vocazione a essere con Cristo segno di un’umanità nuova, fecondata da fraternità e comunione. Nel ricordo di questo coraggioso discepolo del Maestro, invito a rafforzare la fede e la speranza in Dio. Esorto voi giovani, volto bello e limpido di codesta terra: non lasciatevi rubare la speranza, coltivate ideali alti e costruite un futuro diverso con mani non sporche di sangue ma di lavoro onesto».

Giuseppe (Peppe) Diana nasce il 4 luglio 1958 a Casal di Principe, provincia di Caserta e diocesi di Aversa, da una famiglia di proprietari terrieri. Nel 1968 entra in Seminario: liceo, teologia, licenza in Biblica e laurea in Filosofia. Sacerdote dal marzo 1982, è parroco di San Nicola di Bari nella natia Casal di Principe, dominio della camorra potenti e sanguinaria. L’epi­scopato campano, stimolato dal vescovo di Acerra mons. Antonio Riboldi, si schiera contro ­la camorra nel documento «Per amore del mio popo­lo non tacerò» (29 giugno 1982): «La forza liberante del Vangelo è la risposta al male»; parla di «responsabilità della comuni­tà ecclesiale per la carenza o insufficienza di una vera educazione sociale. Vogliamo non solo denunciare ma contribuire al superamento con una revisione e integrazione della pastorale».

La malavita è sempre più invadente: assalta la caserma dei Carabinieri di San Cipriano d’Aversa. Don Peppe organizza il convegno «Liberiamo il futuro» e una marcia contro la violenza. Puntuale l’intimidazione: colpi di pistola con­tro le finestre della canoni­ca. Decide che la festa patro­nale sia celebrata solo in chiesa eliminando le manifestazioni esterne pagate dai «capobastone»: processioni, spettacoli, banda, fuochi d’artifi­cio. Nel 1991 un giovane è ucci­so in un conflitto a fuoco e il Comune è sciol­to per infiltrazioni mafiose: il suo grido risuona forte e chiaro; sollecita maggiori controlli e scrive «Per amore del mio popolo» firmato dai parroci.

È un messaggio di rara intensità, grande attualità, coraggiosa testimonianza, impegno civile e pastorale nella lotta alla criminalità; grido di dolore e di amore per la terra; atto d’accusa contro la violenza dei prepotenti e l’indolenza dei pavidi: «Siamo preoccupati e assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come pastori ci sentiamo investiti dall’essere “segno di contraddizione”. Come Chiesa dobbiamo educare con la parola e la vita. La camorra è terrorismo che impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società».

Dopo due anni di commissariamento si vota per il Comune (novembre 1993). Don Diana invita i cittadini a partecipare; intima ai camorristi di «tenersi in disparte, non inquinate e non affossate ancora una volta questo nostro caro paese, che ha solo bisogno di risurrezione». Nel ballottaggio la lista civica «Alleanza democratica», appoggiata dai sacerdoti, ottie­ne la maggioranza, ma governa solo pochi mesi ed è di nuovo crisi. La Procura di Napoli convoca i sacerdoti per avere notizie e riscontri sull’appoggio dei camor­risti ai candidati. Don Peppe si present­a il 15 marzo 1994: nota alcuni giovani, in odore di camorra, che lo osservano.

Il 19 marzo, alle 7,30, mentre va a celebrare Messa, un uomo gli spara quattro colpi di pistola 7,65 e fugge in auto. Scatta il tentativo della «damnatio memoriae» con cui la camorra cerca di infangarne il ricordo, ma il calcolo fallisce: la limpidezza del testimone del Vangelo e pala­dino del popolo è sancita dall’inchiesta giudiziaria e dall’autorità ecclesiastica. La Corte d’Assise d’Appel­lo condanna come assassino il pregiudi­cato Giuseppe Quadrano: «La scelta di uccidere don Diana eb­be una forte carica sim­bolica, come segnale che avrebbe dovuto essere dirompente e risolutorio nella contrapposizione tra il gruppo De Falco-Quadrano e i Casalesi». Parafrasando il versetto evangeli­co: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se inve­ce muore, produce molto frutto» (Giovanni 12,24), sulla sua tomba c’è scritto: «Dal seme che muore fiorisce una messe nuova di giustizia e di pace».

Il bacio sulla stola di don Diana da parte di Papa Francesco è il suggello dell’amore della Chiesa per un prete di periferia. Il 21 marzo 2014, nella veglia per ricordare le vittime delle mafie a San Gregorio VII in  Roma, don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, fa indossare al Papa il paramento che il prete indossava quando è stato freddato da 5 colpi di pistola. Giovanni Paolo II all’Angelus del 20 marzo 1994 esprime vivo dolore per l’uccisione di don Diana «colpito da spietati assassini». Deplora «l’efferato crimine» e prega «per il generoso sacerdote. Il Signore faccia sì che il suo sacrificio sia come l’evangelico chicco che produce frutti di sincera conversione, di operosa concordia di solidarietà e di pace».

«Uomo di Dio, testimone coraggioso, appassionato e senza compromessi» lo definisce il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana: «La sua testimonianza, chiara e senza ambiguità, è luce nelle tenebre di una violenza vigliacca, che arma le mani e i cuori e che cresce

nell’indifferenza». Don Luigi Ciotti, suo grande amico, si augura «che arrivi presto la beatificazione perché sono davanti agli occhi di tutti il martirio e la capacità di dire parole coraggiose ma anche di fare proposte e azioni partendo dalla Parola di Dio: nella nostra mente e nei nostri cuori don Peppino è già santo». Nell’intervista a «La Voce e il Tempo» don Ciotti ricorda: «I boss si illudevano di chiudergli la bocca: trent’anni dopo, parla ancora. Aveva a cuore i giovani e sapeva quanto la droga fosse una trappola per molti. Quell’ampio “disfacimento delle istituzioni civili” che denunciava, purtroppo non è finito». I camorristi tentarono «prima di far passare l’omicidio come un fatto legato a vicende sentimentali e poi la carta delle collusione con i clan». Ma la sua memoria brilla per coraggio e lungimiranza.

Pier Giuseppe Accornero

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