Don Primo Mazzolari: “Il parroco d’Italia”

Profilo – La figura del sacerdote tratteggiata in un convegno al Polo del ‘900 di Torino: a più di 60 anni dalla morte il prete di Bozzolo resta una figura esemplare nell’annuncio del Vangelo

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Don Primo Mazzolari

Sono trascorsi tanti anni, oltre sessanta, dalla sua morte, ma don Primo Mazzolari resta un faro, una luce, un testimone di Cristo e dell’uomo che nella nostra epoca ha ancora molto da insegnare. Nelle scorse settimane si è svolto, dopo il rinvio causa pandemia, il tradizionale convegno di studi promosso dalla fondazione che porta il nome del parroco di Bozzolo. Questa volta è stata Torino, nella sede del Polo del ‘900 ad ospitare la due giorni «Cattolici al lavoro. Don Primo Mazzolari, cattolicesimo italiano e questione sociale nel secondo dopoguerra», legandola ad un tema molto affine al territorio ospitante, quello del lavoro di allora e di oggi. Un momento di confronto partecipato e di grande rilievo.

Il Comitato scientifico della Fondazione, come ha ricordato la presidente Paola Bignardi, organizza e approfondisce con questi convegni aspetti dell’attività e del pensiero di don Mazzolari collocandoli nel contesto in cui azione e pensiero sono maturati e si sono sviluppati. Questi incontri hanno avuto la caratteristica di essere dislocati in ambiti territoriali diversi, ambiti che simbolicamente si offrono per approfondire maggiormente un aspetto o un altro del ministero di don Primo; che non è stato solo il parroco di Bozzolo, ma il «parroco d’Italia», l’intellettuale che ha spaziato, con la predicazione e i contatti, per l’Italia intera, e oltre.

A Torino, città che il lavoro e la sua evoluzione hanno reso in qualche modo simbolo dell’occupazione e delle sue trasformazioni, quasi anticipatrice di una serie di fenomeni sociali ed economici indotti dal lavoro stesso, hanno portato il loro contributo, tra gli altri, storici di grande valore e competenza come l’infaticabile organizzatrice Marta Margotti, Giorgio Vecchio, Aldo Carena, Paolo Trionfini, Mariangela Maraviglia. I relatori e il pubblico presente si sono interrogati partendo dalla vita, dalla storia, oltre che dal pensiero di don Primo. Che fu soprattutto pastore, sempre, vicino alla vita dei lavoratori.

La foto della locandina del convegno lo ritrae in mezzo ai contadini. Tra le testimonianze su di lui raccolte in questo periodo, ve n’è una che racconta di come in una stalla vi fosse un contadino in difficoltà a far partorire una mucca. E don Primo non esitò ad andare con lui nella stalla, ad aiutarlo.

Tra gli spunti più interessanti del convegno, nella relazione di Marta Margotti si è analizzato il rapporto tra don Barra e don Mazzolari che favorì la ripetuta presenza della firma di Mazzolari sui giornali cattolici piemontesi. Don Barra fu infatti il collegamento e l’incalzante richiedente di articoli a don Primo da destinare sia al giornale di don Chiavazza, «il nostro tempo», sia ad altri giornali, soprattutto al quotidiano democristiano del Piemonte e della Valle d’Aosta, «Il Popolo Nuovo».

La ricostruzione delle collaborazioni mazzolariane alle testate subalpine nel secondo dopoguerra permette di considerare la loro frequenza e la loro distribuzione geografica, come pure i contatti che avvicinarono il prete cremonese ai giornali piemontesi, i temi al centro della sua riflessione e le amicizie nate grazie alla sua attività giornalistica. Attraverso l’analisi di queste collaborazioni, è possibile indagare quali scelte furono perseguite da don Primo per creare, anche attraverso i giornali e gli amici piemontesi, una rete di relazioni in grado di farlo uscire dal crescente isolamento costruito intorno a lui dalle condanne ecclesiastiche intensificatesi negli anni Cinquanta.

Don Bruno Bignami, responsabile della Pastorale sociale e del lavoro della Cei ha sottolineato come «se si guarda alla testimonianza evangelica di don Primo non si può dimenticare la sua riflessione sulla misericordia. La celebre omelia ‘Nostro fratello Giuda’ è datata 3 aprile 1958 ed è il punto di approdo di una meditazione lunga una vita intera. Tutta la predicazione di don Primo ha trovato nella parabola del figliol prodigo uno dei temi più sentiti. Dal ‘parroco dei lontani’ e dall’autore del libro ‘La più bella avventura’ (1934), cosa ci si poteva attendere di diverso? Da qui la sua inquietudine, che trasudava dalle pagine dei libri, dall’appassionato annuncio del Vangelo e dal coraggio del dialogo con tutti. Dove c’è l’uomo, lì non può mancare l’apostolo e chi fa l’apostolo è il cuore, l’apertura d’animo».

E ancora bellissima la relazione di Mariangela Maraviglia, che ha analizzato il rapporto tra don Primo Mazzolari e don Michele Do. «Le lettere conservate ci consegnano dunque l’intelaiatura dell’amicizia tra don Primo e don Michele Do, la scarna trama di frequentazioni e di rapporti attraverso i quali si sviluppò nel più giovane la conoscenza e la gratitudine per il messaggio del più anziano: si fondava su una comune sofferenza e comune resistenza alle durezze e alle opacità che avvertivano in un’istituzione ecclesiastica ancora sotto la gelata delle condanne antimoderniste. Una Chiesa da cui Mazzolari era stato tante volte ‘umiliato e offeso’, come ricordava don Michele, non risparmiando forti espressioni: ‘ascetismo duro e disumanizzante’, ‘autoritarismo dogmatizzante’, ‘pii suicidi intellettuali’».

E restano un punto di riferimento indelebili le parole di Papa Francesco, che risuonano limpide e luminose quando, pellegrino a Bozzolo, il 20 giugno 2017 affermava: «Sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto ‘scomoda’, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia, e lo ripeto. Quando sono i volti di un clero non clericale, come era quest’uomo, essi danno vita ad un vero e proprio ‘magistero dei parroci’, che fa tanto bene a tutti. Don Primo Mazzolari è stato definito ‘il parroco d’Italia’; e san Giovanni XXIII lo ha salutato come ‘la tromba dello Spirito Santo nella Bassa padana’. Credo che la personalità sacerdotale di don Primo sia non una singolare eccezione, ma uno splendido frutto delle vostre comunità, sebbene non sia stato sempre compreso e apprezzato. Come disse un altro santo, Paolo VI: ‘Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti’. La sua formazione è figlia della ricca tradizione cristiana di questa terra padana, lombarda, cremonese. Negli anni della giovinezza fu colpito dalla figura del grande vescovo Geremia Bonomelli, protagonista del cattolicesimo sociale, pioniere della pastorale degli emigranti. Non spetta a me raccontarvi o analizzare l’opera di don Primo. Ringrazio chi negli anni si è dedicato a questo. Preferisco meditare con voi – soprattutto con i miei fratelli sacerdoti che sono qui e anche con quelli di tutta l’Italia: questo era il ‘parroco d’Italia’ – meditare l’attualità del suo messaggio, che pongo simbolicamente sullo sfondo di tre scenari che ogni giorno riempivano i suoi occhi e il suo cuore: il fiume, la cascina e la pianura».

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