Don Puglisi, martire della mafia

Trent’anni da l’assassino – Don Pino Puglisi oggi avrebbe 90 anni. Il 15 settembre 1993 fu ucciso dalla mafia. La sua ultima omelia resta come il suo testamento: «Vorrei conoscere e sapere i motivi che vi spingono a ostacolare chi vuole educare i vostri bambini alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e dello studio. Chi usa la violenza non è un uomo. Chiediamo a chi ci ostacola di riappropriarsi dell’umanità»

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Don Pino Puglisi

Don Pino Puglisi oggi avrebbe 90 anni. Trent’anni fa la mafia lo ha ucciso. Nasce il 15 settembre 1937 a Palermo, rione Brancaccio, figlio di un calzolaio e di una sarta. A 16 anni in Seminario, a 23 prete in zona Brancaccio, confessore delle monache Basiliane e cappellano di un orfanatrofio. Comincia a capire i problemi dei giovani poveri, assoldati dai criminali: altrove li chiamano mafiosi; da quelle parti nessuno osa. A 33 anni parroco a Godrano, paese lacerato dalla rivalità sanguinosa di due famiglie mafiose. Vi resta 8 anni e, senza squilli, ottiene una vera riconciliazione. Nel 1978 il cardinale arcivescovo Salvatore Pappalardo lo nomina pro-rettore del Seminario e direttore del Centro regionale vocazioni. Anima e sostiene Azione cattolica, Fuci, Equipes Notre Dame; pensa a emarginati e ragazze madri.

Nel 1990 è parroco a San Gaetano, cuore di Brancaccio – dura solo 3 anni – e direttore spirituale in Seminario.

Segue i parrocchiani anche in carcere quando finiscono all’Ucciardone. Nel Natale 1993 scrive ai reclusi: «È nostra intenzione, se ci sarà permesso e se voi lo vorrete, venire a trovarvi e portarvi una parola di conforto. Vorremmo che, quando sarete finalmente liberi, questo contatto continui con il “Centro Padre nostro” perché riteniamo che incontrandoci e parlandoci si possano creare le condizioni di spirito per vivere con quella serenità necessaria ad affrontare in maniera diversa le difficoltà della vita. Serenità che porterebbe la pace a voi e alle vostre famiglie».

In queste poche righe c’è tutto don Pino e la semplicità ed umiltà con le quali, senza clamore, va come «uomo in mezzo ai lupi» della mafia. Parroco che si impegna a svolgere la sua missione tra la gente, soprattutto rivolgendosi ai giovani. Racconta un suo ex giovane: «Con lui avevamo un rapporto veramente eccezionale: riusciva a unire l’impegno nel sociale all’aspetto formativo. Aveva capito che bisognava coinvolgere la popolazione, convincere le persone a non sottostare alle regole dettate dalla mafia».

Nel 1993 apre il «Centro Padre Nostro» per i giovani: catechismo, diritti civili, fede e amore, rifiuto di collusioni e di silenzi. Bisogna fermarlo: gli bruciano l’auto; incendiano il portone della canonica; gli spaccano un labbro con un pugno; lo deridono per strada; da una grossa moto lanciano bombe molotov contro un furgone della ditta che restaura la chiesa. Dall’altare alla Messa li chiama al dialogo: «Vediamoci in piazza. Se mi ammazzano non mi interessa». Dalla Curia molti inviti alla prudenza. Racconta suor Carolina: «Non era semplicemente un prete antimafia o contro qualcuno. Faceva molto di più: avrebbe voluto avvicinare anche i cattivi e insegnare loro la dolcezza e la fermezza. La guerra alla mafia scaturiva perché credeva alla giustizia e all’onestà». Disoccupazione, evasione scolastica, droga, rischio di finire arruolati da Cosa Nostra e l’usura sono le povertà cui fanno fronte tanti sacerdoti siciliani modellando la loro attività sulle esigenze della parrocchia. Questa è diventata anche la strategia del volontariato siciliano che non opera «a pioggia» ma si muove in ambiti circoscritti e su specifiche realtà.

Nell’estate 1993 le stragi di Falcone e Borsellino e le bombe a Firenze e Roma. Il 25 luglio con i suoi ragazzi organizza una marcia: «Sì alla vita, no alla mafia».

In settembre i giornali definiscono Brancaccio «il quartiere di Palermo a più alta densità mafiosa». Il Paese reagisce alle stragi. Quell’estate a Palermo, con l’operazione «Vespri siciliani», arrivano 6.000 agenti, a Brancaccio non se ne vede uno. Il 12 settembre mentre celebra Messa gli bucano una gomma davanti a tutti in piazza. Il 14 settembre, festa dell’esaltazione della Croce, celebra Messa tra le ragazze madri della «Casa Madonna dell’accoglienza» e spiega perché Gesù suda sangue nell’Orto degli Ulivi: «Quando la paura diventa angoscia insopportabile, si rompono i capillari. Gesù sudò sangue per la paura del dolore che lo attendeva. Questo ce lo fa sentire come fratello. Da questo abbiamo conosciuto l’amore di Dio: ha dato la vita per noi e anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. È difficile morire per un amico, ma morire per i nemici è ancora più difficile. Cristo è morto per noi quando ancora eravamo suoi nemici».

La sua ultima omelia resta come il suo testamento: «Vorrei conoscere e sapere i motivi che vi spingono a ostacolare chi vuole educare i vostri bambini alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e dello studio. Chi usa la violenza non è un uomo. Chiediamo a chi ci ostacola di riappropriarsi dell’umanità». Riceve l’ennesima minaccia ma non si spaventa e non arretra.

Mercoledì 15 compie 55 anni. Al mattino va in Municipio a sollecitare per l’ennesima volta i servizi di quartiere. Esce per andare e dalle suore. In giro ci sono quattro 4 compari: Luigi Giacalone, Cosimo Lo Nigro, Carmelo Spatuzza – il caposquadra, si saprà che è esperto nello strangolare la gente – e Salvatore Grigoli «il cacciatore». Hanno l’ordine di far fuori il prete. Spatuzza lo indica – «È lui!» – ai compari che lo aspettano. Racconterà Grigoli: «Arrivò, io e Spatuzza siamo scesi dalle macchine: si accingeva ad aprire il portone di casa. Spatuzza lo affiancò, gli mise la mano sul borsello e gli disse: “Padre, questa è una rapina”. Non si era accorto di me. Non posso dimenticare, perché ogni volta che ci penso mi viene in mente il padre che sorrise. Non capii se fu un sorriso ironico o altro. Sorrise e disse: “Me l’aspettavo”. Gli sparai un colpo alla nuca: morì senza neanche accorgersi».

Il viaggio di Papa Francesco a Palermo, il 15 settembre 2018, nel 25° dell’omicidio è un riconoscimento al metodo di annunciare il Vangelo nel quotidiano senza azioni straordinarie. Rende onore a un parroco martire, a un prete che ha offerto la vita per amore. Già alla beatificazione il 25 maggio 2013 disse: «Don Puglisi è stato sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo, li sottraeva alla malavita, e così ha cercato di sconfiggerlo  uccidendolo. In realtà è lui che ha vinto, con Cristo risorto».

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