Donat-Cattin, la vita e le idee di un democristiano scomodo

Biografia – Al giornalista e storico cuneese Giorgio Aimetti riesce l’impresa di pubblicare la corposa (540 pagine) biografia «Carlo Donat-Cattin. La vita e le idee di un democristiano scomodo» (Rubbettino editore) alla scadenza di importanti anniversari: il centenario della nascita (26 giugno 1919) e il 30° della morte (17 marzo 1991)

115
Carlo Donat-Cattin

«Senza dubbio lo Statuto dei lavoratori è una legge democratica, l’affermazione del diritto dei lavoratori a essere cittadini italiani in ogni parte del territorio nazionale e in ogni loro funzione». Carlo Donat-Cattin lo ha sempre raccontato così rivendicando i meriti del «faticoso arco quindicennale della politica di centro-sinistra».

Al giornalista e storico cuneese Giorgio Aimetti riesce l’impresa di pubblicare la corposa (540 pagine) e interessantissima biografia «Carlo Donat-Cattin. La vita e le idee di un democristiano scomodo» alla scadenza di importanti anniversari: il centenario della nascita (1919-26 giugno-2019) e il 30° della morte (1991-17 marzo-2021).

Scrive lo storico Francesco Malgeri nell’introduzione: «Aimetti ci offre un serio e importante contributo che ripercorre il lungo cammino sindacale e politico di Donat-Cattin nel corso di mezzo secolo, inquadrandolo nel contesto politico, sociale e culturale dell’Italia del secondo Novecento, con significativi squarci che ci aiutano a cogliere e a valutare i momenti più rilevanti di una lunga stagione politica che ha consentito al nostro Paese di realizzare un eccezionale sviluppo civile, democratico ed economico. Aimetti vi aggiunge un’intensa partecipazione alla vicenda umana e politica di Donat-Cattin e una viva passione civile, che non condizionano la serietà scientifica della ricerca, condotta con tutti i crismi e con il rigore che richiede il lavoro dello storico», come hanno rilevato tutti i relatori – in particolare lo storico Bartolo Gariglio – alla presentazione del volume al Polo torinese del Novecento.

«Non sono un ragazzo del coro»; «ministro dei lavoratori», «cristiano scomodo senza paura né vergogna». Il 26 giugno 1919 nasce a Finale Ligure (Savona) Carlo Donat Cattin, giornalista, sindacalista, politico e ministro. Il padre Attilio, di origini savoiarde-torinesi, è impiegato di banca; la madre Maria Luisa Buraggi discende da famiglia nobile. Soldato nella Grande Guerra, Attilio è ferito e destinato al distretto di Savona, dove conosce e sposa la contessa Buraggi il 1° maggio 1916. Hanno 5 figli: Camillo, Carlo, Anton Paolo, Flaminio, Mariapia. A Torino dopo la guerra, Attilio è esponente del Partito Popolare e dirigente dell’Azione Cattolica. Carlo frequenta l’oratorio salesiano della Crocetta e la Gioventù di Azione Cattolica con Carlo Carretto e Armando Sabatini. Consegue la maturità classica al «Gioberti». Si iscrive a Filosofia ma non frequenta. Dialoga con il Cenacolo do­menicano; si appassiona ai filosofi francesi Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier; studia economia politica. Chiamato alle armi, il 25 luglio 1943 lo coglie ufficiale dei Granatieri a Montefiascone (Viterbo). Rientrato in Piemonte, è assunto all’Olivetti di Ivrea (Torino), entra in con­tatto con la Resistenza e di­rige il settimanale «Il Popolo canavesano». La sua prima passione è il giornalismo: dagli anni Trenta collabora ai quotidiani «L’Avvenire d’Italia», «L’Italia», «Il Popolo nuovo». Redattore sin­dacale del quotidiano democristiano tra redattori di qualità: Domenico Agasso senior, Bona Alterocca, Gian Aldo Arnaud, Carlo Bramardo, Carlo Chiavazza, Giorgio Calcagno, Carlo Casalegno, Beppe Del Colle, Anna Rosa Gallesio Girola, Domenico Garbarino, Piero Onida, Achille Valdata. Nel 1958 Amintore Fanfani, segretario Dc, chiude «Il Popolo nuovo». Donat-Cattin appartiene alla scuola della «presenza nel sociale» dei cattolici italiani, di cui Torino e il Piemonte è una roccaforte con i «santi della socialità»: non sono solo preti, frati e suore fondatrici ma anche laici, padri e madri di famiglia, giovani. Nati in famiglie cristiane, cresciuti nelle parrocchie e negli oratori, forgiati nelle associazioni giovanili, lanciati nel sindacalismo cattolico, esponenti nell’Azione Cattolica, nel Partito Popolare e nella Democrazia Cristiana. Fa la gavetta sindacale nella Torino industriale e operaia. Ha come maestri spiccate personalità come il genovese-novarese Giulio Pastore e come l’astigiano Giuseppe Rapelli. Punta alla costruzione di un sindacalismo collegato all’insegnamento sociale della Chiesa; difende il sindacato dai potentati economici, denunciando i cedimenti filo-padronali («sindacato giallo») alla Fiat di Vittorio Valletta; ha un’attiva presenza nelle Acli. Negli Anni Cinquanta nel Pinerolese un’azienda vuole ristrutturarsi sbarazzandosi di buona parte del personale. Una grigia domenica alla vigilia di Natale quel cristiano spigoloso e sindacalista coriaceo varca i cancelli, si unisce agli operai che occupano lo stabilimento, parla e mangia con loro, li fa sentire meno soli, li invita a non mollare. Quando stringe le mani per andarsene è ormai buio fitto.

Dal sindacato alla politica il passo è breve. Tre i suoi ideali: 1) crede fermamente e applica il dettame di Paolo VI: «La politica è la forma più alta di carità»; 2) considera la Dc nell’ottica sturziana del «partito di liberi e uguali»; 3) dice al congresso Dc 1986: «Dovete avere pazienza e comprensione, ma io non sono un ragazzo del coro». Consigliere comunale e provin­ciale di Torino, nel 1954 è eletto nel Consiglio na­zionale Dc e nel 1959 nella direzio­ne del partito. Deputato dal 1958 e senatore dal 1979, è vicesegretario nel 1978-1980 e rappre­senta la sinistra sociale. Capo incontrastato dal 1964 di «Forze nuove», ha pre­se di posizione nette, capar­bie e franche, talora aspre. Ha un rapporto privilegiato con Aldo Moro – e Aimetti lo mette bene in risalto – e il legame si con­solida nell’esperienza del cen­tro-sinistra e si inten­sifica dopo il 1968. Pietre miliari sono i convegni annuali, in particolare quelli a Saint-Vincent in Valle d’Aosta, e le riviste «Settegiorni» (1967-74) che segna una stagione di vivace confronto; e dal 1983 in omaggio a Moro, che ne ave­va coniato l’espressione, «Terzafase». Con il terrorismo e l’assassinio di Moro il 9 maggio 1978 le cose cambiano. Al XIV Congres­so nazionale Dc del 1980 con il «Pream­bolo», Donat-Cattin ribalta la maggioranza che guida la Dc – area di Zaccagnini più Andreotti – e mette una pietra tombale sulla «solidarietà nazionale» e sul «compromesso storico» Dc-Pci, maturato dal traumatico sequestro e assassinio di Moro. Avversa l’alleanza Dc-Pci perché vede in essa la saldatura fra i potentati economici, come la Fiat di Gianni Agnelli, e i comunisti interlocutori del capitalismo perché detentori del potere nelle fabbriche.

Molto forte l’azione come ministro (17 volte). Sottosegretario alle Partecipazioni statali (1963-1968) si impone all’attenzione come ministro del Lavoro (1969-­72). È una fase molto acuta dello scontro sociale, il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, le bombe nere a Piazza Fontana a Milano (16 dicembre 1969) e sui treni, la strategia fascista della tensione. La gestione dell’«autunno caldo» (1969) e l’approvazione dello «Statuto dei lavoratori» (14 maggio 1970) fanno del ministro del Lavoro e della Previdenza sociale un protagonista.

Nel 1968-69 il mondo del lavoro esplode ed erutta come un vulcano: scioperi, proteste, picchetti e rivolte. A Torino Gianni Agnelli è bersaglio degli operai furibondi: gli dedicano più filastrocche che a «Che» Guevara, più caricature che a Giulio Andreotti, più minacce che al segretario neofascista Giorgio Almirante. I giovani rivoluzionari salgono sui bus gridando «Paga Agnelli» e ritmano sui tamburi: «Agnelli, l’Indocina ce l’hai nell’officina. Pagherete caro, pagherete tutto». Con la mediazione del ministro d’acciaio, il 21 dicembre 1969 si firma il contratto dei metalmeccanici: 40 ore settimanali, aumenti salariali, diritto di assemblea. Sempre dalla parte dei lavoratori, innovatore nelle relazioni industriali, è consapevole dei pericoli di una incontrollata conflittualità. Lo «Statuto dei lavoratori» è il suo capolavoro, che divide a metà con il predecessore al Ministero, il socialista Giacomo Brodolini. Questi ne ha l’intuizione, Donat-Cattin lo perfeziona.

Ministro per gli interventi straor­dinari nel Mezzogiorno (1973-1974), si schie­ra contro le «cattedrali nel deserto». Ministero dell’in­dustria (1974-1978) sviluppa un progetto di politica industriale, attivan­do un primo programma di risparmio energetico. Ministro della Sanità (1986-1989), si impegna per la creazione di un sistema sanitario equo e non ha paura di sviluppare forti interventi in difesa del diritto alla vita e sul problema dell’Aids. Nel settembre 1986 lancia l’allarme sull’inverno demografico che da tempo colpisce la Penisola: «Lo dico con tutta l’anima: è meglio avere figli, anche se ti fanno sanguinare il cuore. Perché questa è la vita, questo il contributo nel sacrificio, nell’amore, nella pena e nella gioia di vivere, che offre la continuità che dobbiamo dare al mondo, ai doni che da Dio abbiamo ricevuto». L’ultimo impegno di governo dal luglio 1989 lo vede ancora ministro del Lavoro impegnato nella revisione del sistema pensio­nistico e presso la Comunità europea dove caldeggia politiche per la famiglia e per il lavoro.

Con la sposa, signora Amelia, va a confidare tutto alla Madonna Consolata nel suo santuario nel cuore di Torino. La sofferenza più devastante è la vicenda del figlio Marco coinvolto in fatti di terrorismo, arrestato, condannato, detenuto. Il ministro  immediatamente si dimette. Il Pci di Enrico Berlinguer non gli perdona la fine del «compromesso storico» e lo ripaga con una volgare campagna. Dopo la tragica morte del figlio nel 1988 su un’autostrada mentre tenta di scongiurare un tamponamento, Donat-Cattin scrive al presidente della Repubblica: «Caro Cossiga, ti ringrazio del biglietto che hai voluto con tanta premura e tanto affetto farmi giungere dopo la morte di Marco. La fede è faticosa per la mia logorata umanità. Eppure “tutto è grazia”. La prova più problematica è quella di mia moglie: un figlio, giovane, ma figlio che vivo lacera il cuore, viene ripreso giorno per giorno, per anni di carcere (tutti quelli stabiliti, senza privilegi né consentite condizionali), recuperato da un amore senza confini. Ti ringrazio per il pensiero che le hai dedicato. Cerchiamo di pregare. Ti abbraccio».

Lontano anni luce dai salotti, trainante e coraggioso nel portare avanti i suoi convincimenti con assoluta franchezza e onestà, disposto anche alla impopolarità, è persona di grande concretezza e di acuto intuito. Il suo cuore cede il 17 marzo 1991 a Montecarlo. Cristiano scomodo tutto d’un pezzo, democristiano atipico, canta fuori dal coro. Lo riconosce il cardinale arcivescovo di Torino Giovanni Saldarini ai funerali di Stato in Cattedrale, presente il presidente della Repubblica Francesco Cossiga: «Era cristiano, diciamolo pure con chiarezza, cattolico e non aveva né paura né vergogna. Era contento di esserlo, era contendo di dirlo. Partecipe assiduo alla vita religiosa della Chiesa, scelse di collocarsi tra coloro che facevano proprio l’insegnamento sociale della Chiesa e che lo consideravano come una delle componenti ispiratrici essenziali per il suo modo di far politica».

Pier Giuseppe Accornero

*Giorgio Aimetti, «Carlo Donat-Cattin. La vita e le idee di un democristiano scomodo», Rubbettino, pagine 540, euro 29

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

quattro × 1 =