“È il momento di tornare in Terra Santa”

Patriarca di Gerusalemme dei Latini – Il cardinale Pizzaballa, in visita a Torino il 4 e il 5 maggio, ha annunciato che i pellegrinaggi sono tornati sicuri: servono a sostenere le popolazioni sofferenti. GALLERY 

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Cardinale Pierbattista Pizzaballa

«Niente sarà più come prima. Questa guerra, molto più lunga delle altre che hanno segnato la Palestina negli ultimi 80 anni, sta lasciando nei popoli segni e ferite che non si potranno cancellare facilmente. Dovremo cominciare a ricostruire non solo le case, ma le relazioni fra le persone e i popoli. Dovremo ricominciare dai cuori». Il 4 e 5 maggio il patriarca di Gerusalemme dei Latini ha regalato alla Chiesa e alla città di Torino due giorni intensi di incontri e di fraternità, e una testimonianza – malgrado tutto – di speranza. L’occasione della sua visita era rappresentata dalla festa liturgica della Sindone e dalla celebrazione dei cento anni di attività dell’Opera diocesana Pellegrinaggi.

Sono state giornate intensissime, iniziate con i giornalisti, gli accompagnatori dell’Opera e gli operatori turistici (sabato pomeriggio: al Polo Teologico la vicesindaca Michela Favaro e la direttrice del Turismo della Regione Piemonte, Paola Casagrande, erano presenti a nome di Città  e Regione). Domenica l’incontro con il Sermig all’Arsenale della Pace, con i giovani a Valdocco e con la famiglia del Cottolengo. Nella Messa in Duomo, alle 18 di sabato, l’Arcivescovo Repole ha salutato «con grande gioia» la visita del cardinale, ricordando come in questo momento il legame con la Chiesa di Gerusalemme è cruciale proprio perché la guerra genera una sofferenza e una preoccupazione che toccano tutti.

Sindone. Nell’omelia il cardinale Pizzaballa ha invitato a guardare al centro di questo tempo di Pasqua: la risurrezione. «Non si può essere figli della Risurrezione se non siamo capaci di legare la parola giustizia alla parola perdono. In fondo la Pasqua, che la Sindone ci richiama, è un annuncio di salvezza e ci dice che, nonostante tutto quello che noi siamo stati e tutto quello che abbiamo fatto, siamo amati, perdonati, accolti, e questo deve diventare vita. Non possiamo annunciare la salvezza, se non ci sentiamo salvati, se non abbiamo fatto noi esperienze di salvezza. Non posso parlare di perdono, se il perdono non mi ha raggiunto. E tutti abbiamo bisogno di perdono. Allora la Sindone ci richiama a tutto questo. È un segno che ci riporta alla Gerusalemme di duemila anni fa e però da quella Gerusalemme ci riporta lungo tutta la storia della Chiesa fino ad oggi, e ci dice che in ogni tempo, in ogni epoca, in ogni circostanza, in ogni situazione non c’è nulla, nessuna realtà dove Dio non possa essere presente, dove il Risorto non possa arrivare. Ma il Risorto ha bisogno della Chiesa, ha bisogno della testimonianza mia, tua, nostra, individuale sicuramente ma soprattutto di Chiesa, di una comunità che non sarà mai perfetta, ma nella quale scorre la vita, dove nonostante tutto si è capaci di amarsi gli uni gli altri, perdonarsi gli uni gli altri, e sostenersi gli uni gli altri».

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Abbiamo bisogno di segni che ci parlino, insieme al Vangelo, ci portino a comprendere. «Noi a Gerusalemme – ha detto il cardinale – abbiamo il Santo Sepolcro, che è un segno». E segno è la Sindone, affidata alla custodia della Chiesa di Torino. La Sindone, «che non spiega la Risurrezione però è un segno che ci fa entrare dentro quel mistero della Risurrezione di Gesù. Quindi i segni sono importanti, abbiamo bisogno sempre dei segni lungo tutta la nostra storia. Nella nostra vita abbiamo bisogno di qualcosa che ci introduca nella conoscenza di Cristo: i sacramenti sono dei segni. Ecco abbiamo bisogno – siamo carne e ossa – di toccare».

Consolata. Di risurrezione il patriarca di Gerusalemme è tornato a parlare nel santuario della Consolata, evocando un ricordo personale: quando, giovane francescano, studiava all’università ebraica di Gerusalemme era entrato in amicizia con alcuni ebrei osservanti, e avevano cominciato a leggere insieme il Vangelo. Una ragazza era affascinata dalla «figura meravigliosa di Gesù». «Perché –  chiese la ragazza al frate – dovete farlo risorgere? Senza la Risurrezione resta affascinante quell’Uomo e bellissimo quel libro». Ricorda Pizzaballa: «Io risposi come da manuale e vidi, lessi nei suoi occhi, la delusione. Non aveva capito nulla. E questo mi ferì profondamente. Fu un momento importante nella mia storia personale, perché io ero un sacerdote, insomma ho studiato Teologia… e non sono stato capace di spiegare la Risurrezione».

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L’incontro alla Consolata – organizzato in collaborazione con «La Voce e Il Tempo» – è stato segnato da una grande affluenza e partecipazione di pubblico: l’Arcivescovo Repole e l’Ausiliare Giraudo, preti, gente delle parrocchie e delle comunità cristiane ma anche torinesi richiamati dall’attualità della testimonianza che il nome del cardinale prometteva. Il patriarca non ha nascosto nulla sulla durezza della guerra, e sulle sofferenze della popolazione, a Gaza come nei Territori Palestinesi e in Israele. Nella Striscia sono le condizioni sanitarie a preoccupare più di tutto: le suore della parrocchia cattolica hanno tutte l’epatite, perché non si trova più acqua pulita. Ai morti nei combattimenti e nei bombardamenti si aggiungono, e non era mai successo negli ultimi anni, i decessi per fame.

Sollecitato da decine di domande del pubblico il cardinale ha toccato gli aspetti di questa guerra che colpisce tutti: perché il conflitto scatenato da Hamas ha davvero cambiato le carte in tavola. A casa loro gli israeliani non si sentono più sicuri; i palestinesi (200 mila) che lavoravano come pendolari in Israele sono rimasti a casa – senza lavoro, senza soldi; gli israeliani sono schiacciati dal ricatto degli ostaggi, che tiene in scacco l’intero Paese e rallenta ogni prospettiva di tregua; in Occidente la guerra è diventata motivo di divisione anche violenta («Non capisco – ha detto il cardinale – il motivo del boicottaggio alle attività accademiche. Abbiamo bisogno di dialogo sincero, non di pregiudizi»).

Soluzioni? Secondo Pizzaballa nessuno al momento potrebbe prevedere l’esito del conflitto. Di sicuro c’è Gaza praticamente rasa al suolo, e dunque un imponente lavoro di ricostruzione, che dovrà essere discusso, preparato e realizzato non solo da Israele. Ma la presenza di forze sovranazionali implica anche valutazioni ampie che coinvolgono tanto le istituzioni mondiali (Nazioni Unite, agenzie del sistema) quanto i protagonisti, dagli Stati Uniti all’Unione europea, dalla Cina all’India alla Russia… Il cardinale non ne ha parlato ma non ce n’era bisogno: il rischio di «saldare le guerre» dall’Ucraina al Medio Oriente è una prospettiva che comunque va tenuta presente.

E la Chiesa? «La Chiesa – ha detto Pizzaballa – non fa politica. I cristiani di Terra Santa sono una minoranza, che ha sì il suo ruolo e il suo peso ma non ha alcun ruolo diplomatico. Il nostro primo impegno sono le persone. Accompagnare i popoli feriti, non solo i cristiani, la prima missione in cui ci sentiamo impegnati. In Terra Santa si tratta di ricostruire la fiducia, di aprire nuove strade di speranza. E questo diventa possibile solo con la cooperazione del resto del mondo e dell’Occidente in particolare: gli aiuti concreti, materiali, sono molto. Ma la vicinanza nella preghiera, la condivisione delle conoscenze e delle informazioni è altrettanto fondamentale. Per questo rilancio l’invito a venire a trovarci, a vivere con noi nella terra di Gesù. C’è paura, e vero: ma questo è il momento in cui si deve esprimere la solidarietà alla Chiesa di Terra Santa; il pellegrinaggio in Terra Santa è sicuro, ed è tempo di far vedere il nostro amore per la persona di Gesù, i luoghi santi e la comunità che li custodisce».

Valdocco, Sermig e Cottolengo. Agli incontri in Duomo e alla Consolata nella giornata di sabato si sono aggiunti altri momenti belli e importanti: il cardinale Pizzaballa ha celebrato Messa nella basilica di Maria Ausiliatrice, dialogando con i giovani delle comunità salesiane; si è incontrato con le fraternità del Sermig all’Arsenale della Pace di Borgo Dora, «perché il Sermig – ha detto – anima da tanti anni uno dei suoi ‘Arsenali’ in Giordania, nel territorio del Patriarcato di Gerusalemme».

Nel pomeriggio al Cottolengo Pizzaballa ha presieduto la celebrazione del Vespro solenne, cui hanno partecipato tutte le componenti delle comunità della Piccola Casa. «Ho iniziato la mia visita a Torino – ha detto nell’omelia – contemplando la Sindone che è segno dell’immagine di Cristo, della Sua Passione, della Sua morte e della Sua Risurrezione. La termino qui al Cottolengo dove c’è l’altra immagine di Cristo, quella dei poveri e dei piccoli del Vangelo. Non basta, infatti, contemplare l’immagine di Cristo nei segni visibili, come il Santo Sepolcro, i luoghi Santi e la Sindone; Cristo ha bisogno di essere contemplato, amato e servito nell’immagine viva che sono i piccoli e gli ultimi».

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