È risorto, gioia incontenibile

Commento alle letture della III Domenica di Pasqua (14 aprile) – Vangelo Luca 24,35-48

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L’evangelista Luca, scrittore dei sentimenti di Cristo della sua misericordia e della sua compassione nel brano pasquale di questa Domenica dopo Tommaso ci riporta invece i sentimenti pasquali dei discepoli. Quali sono i sentimenti pasquali dei discepoli? La narrazione lucana è collocata appena dopo l’apparizione ai discepoli sulla strada di Emmaus. Dal loro incontro con il Signore si propaga l’annuncio anche a tutti gli altri. Quest’annuncio precede sempre la presenza di Gesù in mezzo ai suoi. La Scrittura ci rimanda dunque all’importanza fondamentale dell’annuncio del kerigma come preparazione alla fede e come suo fondamento.

Dirà a tal proposito san Paolo non molti anni dopo questi scritti: come potranno credere senza qualcuno che annunci il Cristo? Gli avvenimenti pasquali riguardanti Gesù, non ultimo quello di cui hanno parlato le donne corse al sepolcro, non sono di facile comprensione e d’immediato riscontro: questi avvenimenti sembra che abbiano cancellato dalla memoria anche dei suoi più intimi tutte le parole e le promesse del Maestro. Se la memoria però, sembra vuota tuttavia il cuore è sicuramente in subbuglio.  per questo mi addentro nella descrizione dei sentimenti pasquali dei discepoli. Innanzitutto sono sconvolti e pieni di paura perché sembra si trovino di fronte ad un fantasma, meglio ad un’immagine proiettata del loro Maestro. Non è la prima volta che si trovano in questa situazione con il loro Maestro. Lo sconvolgimento indica che ci si trova di fronte ad una realtà che non è prevista e neppure programmata. In altri contesti lo spavento nasce dall’incapacità di riconoscere la persona di Gesù e la sua presenza. Lo sconvolgimento inziale fa nascere quei dubbi che tanto saranno essenziali nel cammino della scoperta di Dio: «Se l’uomo dubita, significa che esiste, se non dubitasse di nulla avrebbe delle certezze, ma al contrario il sapere di dubitare è l’unica certezza che l’uomo ha» (sant’Agostino).

Per prima cosa voglio anche io insieme agli apostoli essere spaventato e pieno di timore e lasciare per una volta le certezze inossidabili che mi accompagnano così da poter avvicinare la presenza rivoluzionante del Signore che mi conduce.

Anche agli altri discepoli, così come a Tommaso, il Risorto offre un gesto semplice, quello del guardare e del toccare per sentire la consistenza del Signore. Questa consistenza la ritrovano nell’esperienza della vita con Lui. Il guardare e il toccare sono segno del riportare alla memoria le sue parole, i suoi sguardi, i suoi gesti. Intuisco qui come valida proposta di fede a questo mondo non l’altisonanza dell’annuncio e neppure la grandiosità delle opere. Ma piuttosto la capacità di riportare alla memoria del mondo, dei nostri ambienti e delle nostre comunità le parole, i gesti così come i sentimenti dell’unico Maestro. Quanto impatto per tutti se fossimo così nel nostro annunciare il Vangelo!

Lo spavento e il timore lasciano spazio alla gioia, una gioia tanto incontenibile da non crederci. Siamo di fronte ad uno di quei paradossi evangelici di cui non è facile accorgersi ad una prima osservazione: la gioia così eccessiva da non credere. La gioia è sempre collegata al credere mentre nel testo evangelico è motivo di dubbio ma questo non credere non lo si deve intendere nel senso di sfiducia ma come l’abbandonare le convinzioni su Dio che ci siamo costruiti, tutte convinzioni  che producono una gioia contenuta «normale» troppo composta per essere vera gioia. La gioia qui descritta è «non composta» che getta via le mille precauzioni che prendiamo per credere, per fidarci, la gioia che disintegra gli abiti logori dell’abitudine di non permettere a Dio quello che invece deve fare: rivivere con Lui.

Mangiare insieme il pesce arrostito ricorda il tempo che fu, ma rimanda anche alla comunità cristiana felice di annunciare il suo Signore Risorto e presente è questa presenza oggi che mi fa essere nella gioia al di là di tutto.

padre Andrea MARCHINI 

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