Ebrei salvati nei conventi di Roma, ritrovati i documenti

Storia – Al Museo della Shoah di Roma, alla vigilia dell’8 settembre, è stata presentata la documentazione rinvenuta nell’archivio del Pontificio Istituto Biblico con l’elenco di coloro – ebrei e non – che furono protetti e salvati dalle Congregazioni femminili e maschili che offrirono loro rifugio

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Foto Avvenire

Al Museo della Shoah di Roma, alla vigilia dell’8 settembre, è stata presentata la documentazione rinvenuta nell’archivio del Pontificio Istituto Biblico con l’elenco di coloro – ebrei e non – che furono protetti e salvati dal nazifascismo dalle Congregazioni femminili e maschili che offrirono loro rifugio. Un altro duro colpo ao coloro che vaneggiano di «leggenda nera» di Pio XII. Sarà bene tenere a mente La documentazione «Salvati. Gli ebrei nascosti negli istituti religiosi di Roma (1943-1944)» il prossimo mese che verrà ricordata la razzìa dei nazifascisti nel «ghetto».

Cento Congregazioni femminili e 55 maschili coinvolte – dicono il Pontificio Istituto Biblico, la Comunità Ebraica di Roma e dello «Yad Vashem» – il cui elenco «era già stato pubblicato dallo storico Renzo De Felice nel 1961» (autore anche di «Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo», Einaudi, 2005) – tuttavia la documentazione integrale era stata considerata perduta». Gli elenchi si riferiscono – «a oltre 4.300 persone, delle quali 3.600 identificate per nome: 3.200 sono con certezza ebrei, come emerge dal confronto con i documenti conservati nell’archivio della Comunità Ebraica di Roma». Di questi si sa dove furono nascosti e «in talune circostanze, i luoghi di residenza prima della persecuzione. La documentazione – il cui accesso al momento è riservato per motivi di privatezza – incrementa significativamente le informazioni sulla storia del salvataggio di ebrei».

Fu il gesuita italiano Gozzolino Birolo, economo dell’Istituto Biblico (1930-45) a compilare la documentazione tra il giugno 1944 e la primavera 1945. Rettore del Biblico era il gesuita tedesco Augustin Bea, cardinale dal 1959, noto per il suo impegno nel dialogo ebraico-cattolico e nel dialogo cattolici-protestanti soprattutto prima e dopo il Concilio Vaticano II (1962-65). Nei nove mesi (10 settembre 1943-4 giugno 1944) di occupazione nazista di Roma sono deportati e uccisi 2.000 persone, compresi centinaia di bambini e adolescenti.

La «leggenda nera» su Pio XII è smentita anche per il periodo prima della razzia nel ghetto del 16 ottobre 1943. Numeri, date, testimonianze dimostrano che Pio XII aveva cominciato ad aiutare gli Ebrei romani già prima, promuovendo una rete di assistenza che non ha pari in altri Paesi. Lo dimostra anche lo studio di qualche tempo fa di Dominiek Oversteyns che lavora su fonti primarie. Come le testimonianze delle famiglie italiane o dei religiosi dei conventi romani che si trovano negli archivi dei monasteri e nel Centro di Cultura Ebraica di Roma. Prima del 16 ottobre – dice questo studioso – a Roma c’erano certamente 8.195 o 8.207 ebrei; altri parlano di 10-15 mila. Di questi – calcola – 925 erano già fuggiti dalle loro case a Roma o fuori: 18 o 30 sono accolti in Vaticano o in edifici extraterritoriali; 393 nei paesi dei Colli laziali; 368 in case private di amici; 500 in 49 conventi romani e 44 in parrocchie e collegi pontifici. Pio XII aiutò 152 ebrei nascosti in case private sotto la protezione della Delegazione per l’assistenza degli emigranti ebrei (Delasem). Secondo Oversteyns in tutto, Pio XII protegge il 54 per cento degli ebrei romani. Gli studiosi ebrei accolti in Vaticano lavorano nei Musei e negli Archivi: i più famosi sono la signora Hermine Speier (in Vaticano dal 1934), Fritz Volbach dal 1939, Erwine Stuckold. Per loro vengono usate anche le auto vaticane, come quella di mons. Alfredo  Ottaviani. Varie testimonianze sottolineano come Pio XII chiedesse di aprire i monasteri già prima del 16 ottobre 1943 e ordinò di apporre il cartello che li dichiarava «zona extraterritoriale vaticana»: Hermine Speier nel monastero delle Oblate Benedettine; Fritz Volbach, il senatore Giacobbe Isaia Levi e sua moglie e Giacomo Terracina nel monastero di Santa Maria Bambina. E questo tra mille difficoltà e pericoli.

«Sul ruolo di Pio XII e dei cattolici durante le deportazioni naziste i pregiudizi sono duri a morire» scrive lo storico gesuita Giovanni Sale che da anni studia i documenti degli Archivi vaticani e ha scritto numerosi articoli su «La Civiltà Cattolica» e numerosi libri – «Hitler, la Santa Sede e gli ebrei» (Jaca Book, 2004); «La Chiesa di Mussolini» (Rizzoli, 2011), bellamente ignorati dai denigratori di Papa Pacelli.

«Fu lo stesso Pio XII – scrive Sale – a chiedere ai religiosi e alle religiose di Roma di aprire ai perseguitati le porte delle loro case e conventi». Tra i documenti c’è l’istruzione segreta «Opere et caritate» che inviò ai vescovi nel 1943. Alcuni studiosi non prevenuti affermano che nell’autunno 1943 almeno 4.500 ebrei – senza contare antifascisti, renitenti alla leva e altre categorie – furono salvati dalle istituzioni cattoliche: dal Collegio di Propaganda Fide al Seminario romano; dall’Ospedale dermopatico dell’Immacolata alle Catacombe di San Callisto. Nel palazzo del Laterano furono ospitati i componenti del Comitato di Liberazione nazionale al completo, compreso il socialista Pietro Nenni. In Vaticano per anni lavorò come bibliotecario Alcide De Gasperi, nonostante le rimostranze del regime fascista.

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