Ecuador, la guerra dei Narcos

A un passo dalla guerra civile – In diverse città dell’Ecuador, anche nella capitale Quito, è esplosa un’improvvisa e cruenta ondata di violenza con rivolte carcerarie (numerosi agenti di polizia sono stati rapiti mentre erano in servizio), saccheggi in negozi e centri commerciali, sparatorie in strada contro auto della polizia, rapimenti e omicidi

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L’Ecuador è a un passo dalla guerra civile. In diverse città del Paese andino, anche nella capitale Quito, è esplosa un’improvvisa e cruenta ondata di violenza con rivolte carcerarie (numerosi agenti di polizia sono stati rapiti mentre erano in servizio), saccheggi in negozi e centri commerciali, sparatorie in strada contro auto della polizia, rapimenti e omicidi.

Il caos è scoppiato il 9 gennaio, dopo che il Presidente Daniel Noboa – 35 anni, centrodestra, eletto lo scorso ottobre, ma in carica solo da novembre – ha deciso di decretare lo «stato di emergenza per 60 giorni», in seguito all’evasione dal carcere del re dei narcos. Si tratta di Adolfo Macias, detto Fito, capo dei Los Choneros – banda narco-criminale legata con i colombiani e i messicani, strategica per il traffico di droga verso Usa ed Europa – condannato nel 2011 a 34 anni di pena per criminalità organizzata, traffico di droga e omicidio. Da anni l’Ecuador fa i conti con la piaga del narcotraffico, in mano a potenti cartelli criminali: nel decreto presidenziale sono elencati ben 22 gruppi del crimine organizzato transnazionale.

Le immagini drammatiche dell’assalto alla tv di stato Tc Television a Guayaquil, nel pomeriggio di martedì, durante una diretta, hanno fatto il giro del mondo: un gruppo di uomini incappucciati e armati con mitragliatrici e granate ha fatto irruzione nello studio televisivo e preso in ostaggio i giornalisti, minacciandoli di morte. L’arrivo delle Forze speciali della polizia ha evitato il peggio. Non così è andata a un commissariato di polizia, sempre a Guayaquil, colpito da un attentato: il primo bilancio è di otto morti, ma il numero è destinato a salire. Il Presidente Noboa ha ordinato l’evacuazione del Parlamento.

Di fronte all’ondata di violenza che sta travolgendo il Paese, il Consiglio presidenziale della Conferenza episcopale ecuadoriana (Cee) ha fatto appello all’unità, alla pace e alla fraternità. «Non cadiamo nel panico sterile che fa il gioco dei violenti dando credito a qualsiasi immagine allarmistica condivisa sui social network», avvertono i Vescovi ecuadoriani nel messaggio «La violenza non prevarrà», rilanciato dall’Agenzia Sir. Nel rifiutare la violenza, «da qualsiasi parte provenga», la Cee afferma che le attuali circostanze eccezionali «devono trovarci uniti, con lo sguardo rivolto al futuro e con la forza necessaria per rendere l’Ecuador ciò che è sempre stato, un luogo di pace, di lavoro, di fraternità». La Chiesa è inoltre esplicita nell’affermare che «qualsiasi attività in contrasto con la legge, a qualsiasi livello della società e dello Stato, deve essere considerata un tradimento dei valori più sacri della nostra identità ecuadoriana (…)».

Tra i paesi della fascia andina, cioè di quella regione dell’America Latina più dinamica, l’Ecuador rimane indietro: bassa crescita economica, instabilità politica e sociale, crescente criminalità. Restando in equilibrio precario tra gli Stati Uniti e la Cina, ricordiamo che l’Ecuador ha rappresentato uno degli avamposti della penetrazione cinese in America Latina sotto la lunga presidenza di Rafael Corona (2006-2017). Adesso quest’onda di violenza ha messo in allarme anche i paesi vicini, dalla Colombia al Perù, che ha già chiuso le frontiere a nord. La speranza della comunità internazionale è che non divampi in una guerra.

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