Ecuador, Mons. Crameri: “Un Paese lasciato in mano ai Narcos”

Intervista – Dopo il “narcogolpe” il Paese è caduto in una feroce spirale di violenza. Parla il Vescovo cottolenghino del Vicariato Apostolico di Esmeraldas mons. Antonio Crameri

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«Ho trovato una città con molta violenza lasciata in mano ai narcotrafficanti, come un po’ in tutto il Paese, che si approfittano della gente offrendo facili guadagni per tenere il controllo del territorio». Così nell’ottobre 2021 aveva dichiarato a «La Voce e Il Tempo» il neo Vescovo del Vicariato Apostolico di Esmeraldas in Ecuador mons. Antonio Crameri, cottolenghino, classe 1969. Parole di oltre due anni fa che aiutano a comprendere cosa sia successo la scorsa settimana quando in tutto il Paese andino è esplosa una cruenta ondata di violenza con sanguinose rivolte carcerarie (oltre 200 agenti in ostaggio e poi liberati). Mons. Crameri martedì 9 gennaio allo scoppio di quella che si può definire la «guerra dei narcos» si trovava nell’epicentro degli scontri a Guayaquil. È poi riuscito nei giorni successivi a rientrare ad Esmeraldas, sede del Vicariato apostolico che guida come Vescovo. Lo abbiamo raggiunto al telefono.

Mons. Antonio Crameri, cottolenghino, Vescovo del Vicariato Apostolico di Esmeraldas in Ecuador

Mons. Crameri, si aspettava un’escalation di violenza come quella che si è verificata?

Lunedì 8 gennaio, il giorno precedente lo scoppio degli scontri e delle rivolte nelle carceri, ho viaggiato da Esmeraldas a Guayaquil (460 km): sulla strada abbiamo trovato diverse automobili bruciate, oltre a uomini della polizia di Stato sequestrati dai narcotrafficanti. Grazie a Dio la Divina Provvidenza ci ha accompagnati e siamo arrivati sani e salvi a destinazione. Il giorno dopo, il 9 gennaio, sembrava si fosse scatenato il diavolo e l’inferno. Casualmente sono passato molto vicino alla sede televisiva nazionale dove uomini armati hanno fatto irruzione aprendo il fuoco in diretta tv come mostrato dai media. In strada si vedeva gente correre, le serrande dei negozi che si abbassavano, minacce di attentati ovunque. In città i terroristi sono entrati in almeno tre ospedali e hanno saccheggiato numerosi negozi. È comunque improprio parlare di crisi «improvvisa» in quanto è esplosa una situazione che si trascina da anni e anni: un Paese sempre più povero, senza prospettive di sviluppo, dove manca il lavoro, lasciato in mano a bande criminali che si approfittano della povera gente, dei giovani in particolare, e controllano il territorio.

Cosa la preoccupa di più?

Queste bande mandano al fronte persone non preparate. Siamo molto preoccupati soprattutto perché i gruppi del crimine organizzato, hanno dichiarato di volersi unire sotto un unico generale contro lo Stato. Il Governo ha decretato il «teletrabajo», il telelavoro, e il coprifuoco dalle 23 alle 5. Sono state sospese le scuole (lezioni sono in modalità on line). Io sul territorio del Vicariato Apostolico ho dato indicazioni di non celebrare le Messe in presenza ma di riprendere a trasmetterle in streaming come avveniva nel periodo della pandemia. Misure di cautela perché i narcos in questa fase non guardano in faccia a nessuno. Anche nei mesi scorsi ci sono stati omicidi nelle chiese, un aspetto che non è mai trapelato nel racconto dei media internazionali. Ripeto, gli scontri hanno colto all’improvviso il mondo, ma qui quotidianamente, da anni, viviamo in un clima di paura a causa di gruppi della criminalità organizzata che ostacolano lo sviluppo del Paese promettendo facili guadagni, ma con soldi macchiati di sangue. Ora il mondo sta vedendo, seppur nei pochi istanti dei Tg internazionali, che cosa è diventato l’Ecuador, un tempo Paese simbolo di pace in America Latina.

Secondo lei dove vanno ricercate le cause del fenomeno?

Posso affermare di aver assistito ad un peggioramento della situazione negli ultimi due anni fino ad arrivare all’esplosione in questi giorni. Dobbiamo però analizzare le cause, che sono quelle che da sempre regnano in Ecuador: la disuguaglianza e l’ingiustizia che non permettono a zone povere, come per esempio le bidonville di Esmeraldas e di Guayaquil, alcuna possibilità di sviluppo. Questo a causa di un sistema economico che lascia indietro i poveri alimentando quella che Papa Francesco definisce «la cultura dello scarto». Un sistema che non può più reggere e che ora è arrivato al collasso. I poveri sono sempre più poveri, mancano reali possibilità di crescita sociale. Ed ecco che le bande criminali occupano spazi bloccando la crescita del Paese.

Come è stata preparata la rivolta dei narcos?

Durante il periodo di Natale abbiamo assistito a fenomeni aberranti. Per ottenere il consenso e l’appoggio dei poveri i narcos hanno portato giocattoli e dolci ai bambini e ai ragazzi; hanno offerto cene di Natale e feste alla gente più povera bloccando gli ingressi dei barrios. Questi beni sono frutto della delinquenza, di estorsioni, omicidi e sequestri di persone dietro pagamento di riscatto. La gente povera, non vedendo la presenza dello Stato, si lascia quindi adescare dalla criminalità che continua in un turbinio di violenza a generare vittime innocenti.

Il Governo ha deciso di reagire?

Io direi che lo Stato, con i Governi che si sono succeduti negli anni, è rimasto addormentato per molto tempo. Esmeraldas, per esempio, è sempre stata una provincia abbandonata a se stessa, rimasta ai margini della vita sociale e politica. Le file dei poveri continuano ad allargarsi, è necessario dare lavoro «vero», investire sull’istruzione e la formazione professionale, affidandosi anche ad aiuti della comunità internazionale per sconfiggere la criminalità. La rivolta nelle carceri è terribile in tutto il Paese, abbiamo visto immagini di esecuzioni di guardie carcerarie, per fortuna grazie all’azione congiunta di polizia ed esercito nazionale ora sono stati rilasciati gli ostaggi. Allo stesso tempo sono preoccupato sulla decisione del Governo di concedere l’immunità agli uomini in divisa, ovvero la possibilità di sparare a chiunque considerando chiunque un terrorista, senza poi essere processati e condannati per le proprie azioni.

I Vescovi della Conferenza episcopale equadoriana (Cee) il 9 gennaio hanno diramato l’invito a non cedere alla violenza…

«La violenza non prevarrà». È il cuore del messaggio che come Vescovi abbiamo lanciato al Paese invitando all’unità per costruire cammini di pace. La strada della violenza genera solo altra violenza. Dobbiamo allora rifiutare la violenza da qualsiasi parte provenga. Le attuali circostanze eccezionali devono trovarci uniti, con lo sguardo rivolto al futuro e con la forza necessaria per rendere l’Ecuador ciò che è sempre stato, un luogo di pace, di lavoro e di fraternità.

Qual è dunque la risposta della Chiesa in questa situazione di grave sofferenza e paura?

La Chiesa locale, come dice il Papa, deve essere presente sul territorio come un «ospedale da campo». Siamo chiamati a lavorare per ricostruire la pace, la giustizia e la riconciliazione tra tutta la popolazione. Dobbiamo costruire processi di cultura e di incontro che favoriscano un cambio di mentalità per offrire a tutti, soprattutto ai poveri e agli scartati, opportunità di riscatto sociale, ma soprattutto opportunità di essere parte di un cambiamento che dice no alla violenza e all’illegalità. Tra il 2020 e il 2021, per 18 mesi, sono stato Vescovo Ausiliare di Guayaquil. Insieme all’Arcivescovo abbiamo portato avanti la «Pastorale della presenza» che proseguo ora ad Esmeraldas. Consiste semplicemente nell’essere presenti tra la gente, fra i poveri e gli emarginati. Spesso mi reco nella parte più povera di Esmeraldas per stare con le persone, dialogare con loro. È il primo passo per recuperare la giustizia e l’uguaglianza che qui manca moltissimo. Le persone che vivono nelle zone più povere si lamentano in quanto le istituzioni passano in questi territori solo per la «campagna elettorale». Come Chiesa cerchiamo poi di stare vicino alle vittime della criminalità che hanno subìto estorsioni, sequestri, omicidi di familiari e loro cari, attraverso un cammino di accompagnamento. Per un cambiamento efficace dobbiamo, infatti, partire dal piccolo e incentivare e accompagnare un cammino che porti il Paese a tornare alla pace e alla fraternità.

Le comunità del Cottolengo presenti nel mondo stanno pregando per Lei, per le missioni cottolenghine presenti in Ecuador e per tutto il Paese…

La preghiera come diceva il santo Cottolengo è il primo e il più importante lavoro nella Piccola Casa. Invito dunque le comunità a catene di preghiera per la pace. Pregare affinché le menti di coloro che devono prendere decisioni si facciano guidare dal vero bene. Anche qui in Ecuador invito alla preghiera con la certezza che sotto le macerie dell’ingiustizia e della disuguaglianza sociale, che come abbiamo visto possono trasformare questo mondo in un inferno, c’è un seme di speranza e di carità che può rinascere.

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