Educazione affettiva nelle scuole?

Dibattito anche a Torino – La proposta del ministro Valditara con il progetto “Educare alle relazioni” dopo l’ondata di femminicidi, i veti incrociati della politica, il problema di formare gli insegnanti

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Il progetto «Educare alle relazioni», lanciato dal ministro Giuseppe Valditara, proseguirà senza garanti, mantenendo il dialogo con le associazioni rappresentative di genitori, docenti e studenti. Dopo le pressioni esercitate all’interno della maggioranza, da Lega e Fratelli d’Italia, ma provenienti trasversalmente anche da sinistra, il titolare dell’Istruzione («troppe polemiche, la scuola ha bisogno di serenità») ha infatti deciso di non assegnare l’incarico a suor Monia Alfieri, Paola Concia e Paola Zerman.

Il susseguirsi e purtroppo il moltiplicarsi della violenza che si manifesta in Italia con crescente frequenza (dalla violenza sulle donne al bullismo giovanile, dalle aggressioni a sfondo razzista alla prepotenza di giovani studenti verso gli insegnanti e all’innalzarsi degli scontri verbali, e molto altro si potrebbe aggiungere) spinge a interrogarsi se, accanto alle definizione di norme giuridiche di tutela più rigorose e soprattutto più efficaci e tempestive, non sia anche urgente un’azione educativa preventiva contro quella che sembra una preoccupante deriva verso l’imbarbarimento della vita sociale e dei rapporti personali.

Sopraffatta dalle emozioni immediate legate a casi particolarmente dolorosi – come nella recente vicenda dell’omicidio di Giulia Cecchettin – nell’opinione pubblica si sono intensificate le raccomandazioni per potenziare l’iniziativa dei due principali ambienti che incidono sulla formazione di ragazzi e giovani, la famiglia e la scuola. Una buona educazione comincia presto ed è il frutto combinato di tanti fattori (il clima familiare, l’intesa tra i genitori, un buon rapporto con la scuola, la partecipazione attiva a gruppi giovanili e sportivi). Lo scopo – non sempre, purtroppo, raggiunto – è quello di crescere figli ed allievi forniti di una testa pensante e farne degli adulti capaci di senso critico o, più semplicemente, di buon senso.

Questa affermazione sembra scontata, ma oggi è a rischio perché sugli stili di vita di ragazzi e giovani (compresi tanti adulti fermi alla loro adolescenza) incidono e non poco condizionamenti esterni sconosciuti fino a qualche anno fa – come la facilità dell’impiego dei strumenti comunicativi, l’influenza dei social, la rete delle ‘amicizie’ virtuali che spesso sfuggono alla vigilanza adulta – che rendono più problematica e faticosa l’azione famigliare e scolastica. Purtroppo, poi, come tutti sappiamo né il mondo familiare (dalla frantumazione di molte famiglie alla diffusa e maldestra convinzione che basti provvedere i figli di beni materiali per educarli fino, nei casi più gravi, alla irresponsabile indifferenza genitoriale) né la scuola (afflitta a sua volta dalla perdita di autorevolezza riconosciutele fino a qualche decennio fa) godono di buona salute. La situazione peggiora ulteriormente quando tra i genitori e gli insegnanti non c’è intesa, ciascuno pronto a difendere le proprie ragioni senza preoccuparsi di sentire anche le ragioni altrui.

In questa complicata realtà è forte, inseguendo le emozioni del momento, la tentazione di trovare delle scorciatoie per educare alla pratica delle relazioni buone e del rispetto altrui, sperando in tal modo di sgonfiare la carica di violenza. Ed è esattamente quanto è accaduto e sta accadendo in queste settimane. Lascio da parte le questioni di educazione familiare, che necessiterebbero di un apposito approfondimento. Mi concentro sulle due proposte-scorciatoie che sono rincorse con maggior frequenza in merito a quanto potrebbe fare la scuola: la creazione di un apposito spazio extracurricolare dedicato all’educazione all’affettività e il reclutamento di un nutrita squadra di psicologi (l’Ordine degli psicologi da anni si batte per assegnare uno psicologo a ciascun istituto) per contenere i disagi degli studenti più fragili. Il ministro dell’Istruzione Valditara si è orientato, sia pure molto prudentemente, in questa duplice direzione: con una nota ha autorizzato le scuole a predisporre su base volontaria corsi di educazione affettiva da realizzare in collaborazione con l’Ordine degli psicologi.

A fine anno si potrà stendere il bilancio di questa iniziativa che, per ora, non sembra sia stata accolta entusiasticamente dal mondo scolastico per la buona ragione che l’educazione all’affettività si aggiunge alle tante altre ‘educazioni’ (alla cura dell’ambiente, alla salute, alla cittadinanza attiva, stradale, finanziaria, ecc.) che già affollano le aule, incrociando e sottraendo spazi destinati allo svolgimento dei normali programmi. La maturazione dell’affettività è inoltre un processo complesso che chiama in causa soprattutto i genitori e che non si risolve con un corso di 30 ore come si dovesse prendere la patente per guidare l’auto.

Quanto alla eventuale e capillare presenza degli psicologi – le cui competenze sono preziose e necessarie in presenza di situazioni di particolari fragilità – essa potrebbe scivolare verso l’indebolimento della figura del docente e spostare la scuola verso una dimensione a forte curvatura protettiva che l’allontanerebbe dalla sua naturale funzione di centro di vita culturale e professionale e cioè di trasmissione ordinata del patrimonio del passato intrecciato con le necessità del presente.

Scorciatoie di questo genere, al di là delle migliori intenzioni, rischiano inoltre di portare a conseguenze indesiderate perché a pagare i costi dell’indebolimento dell’istruzione sono quegli allievi le cui famiglie non si possono permettere interventi di sostegno per integrare una eventuale insufficiente preparazione. Chi ha i mezzi per farlo, già oggi invia i giovani rampolli in costosi collegi americani, inglesi o svizzeri che preparano all’iscrizione nelle Università più prestigiose che a loro volta, aprono le porte a professioni altamente qualificate e sontuosamente remunerate.

Se non fosse segno di presunzione proporrei al ministro Valditara di lavorare sui tempi lunghi e a largo raggio, cominciando a investire prima di tutto sulla formazione dei docenti visti non solo come esperti del sapere ma anche come figure adulte capaci di attivare buone relazioni e cioè relazioni generative di rapporti positivi che alla violenza e alla sopraffazione oppongono il ragionamento, la composizione dei conflitti e l’esperienza della vita in comune. Migliorare le relazioni interne alla scuola (docenti-allievi, ma anche docenti-docenti) spinge a ‘sentirsi gruppo’ e farne un luogo accogliente ove si respira un’aria buona, tenendo lontano la tossicità del male.

Senza maestri e professori bravi, competenti, disponibili al dialogo, rigorosi nei giudizi ma anche pronti a capire che lo studio è faticoso e impegnativo, la scuola non va da nessuna parte. Forse allargando le maniche si potranno migliorare le statistiche, ma non certo la qualità dell’educazione degli allievi. Bisogna invertire le vie seguite negli ultimi decenni, quando gli organici scolastici si sono saturati da una certa quantità di docenti occasionali, in cerca di un impiego qualsiasi e garantito nel tempo. Un cattivo reclutamento porta con sé conseguenze che durano purtroppo decenni.

Bisogna invece puntare sui giovani, incoraggiare i laureati migliori a scegliere l’insegnamento, pagarli il giusto e ridare alla professione docente quel riconoscimento sociale ed economico che oggi manca, prevedere concorsi non a test, ma imperniati sul dialogo personale per sondare la personalità del candidato e non solo accertarne la competenza nozionistico-disciplinare. Sono queste le premesse perché le scuole siano affollate di insegnanti in grado di creare un clima positivo nel quale essi stessi sono esempio e veicolatori di relazioni buone.

La seconda pista di lavoro dovrebbe prevedere l’incremento tra i docenti delle competenze non disciplinari, quelle definite le soft skills. Incalzati da logiche economiche tese a ridurre la scuola al servizio del mercato, i docenti sono stati sollecitati in passato soprattutto a perfezionate nuovi metodi e pratiche d’insegnamento. Ma in questo sforzo hanno perso un po’di vista (non tutti, si parla in generale) i pilastri della formazione della personalità umana, i cosiddetti big five: la capacità a cooperare, la disponibilità e il rispetto verso gli altri, la perseveranza e coscienziosità nel lavoro, l’equilibrio emotivo, una visione positiva del futuro. Bisogna recuperare il tempo perduto e incoraggiare gli insegnanti ad avere ben presente che il loro compito non si esaurisce (come forse accadeva in passato) nell’insegnamento di una materia, ma include anche la promozione di quelle disposizioni etiche che sono alla base della convivenza sociale.

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