Elemosine ai senza dimora, Nosiglia: “serve una comunità più umana”

Dichiarazione – L’Arcivescovo di Torino interviene in merito alla quesitone delle elemosine ai clochard emersa in questi giorni sui giornali cittadini invitando “ad aggiornare o cambiare i nostri punti di vista”

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Mons. Nosiglia la sera della vigilia di Natale 2020 con alcuni senza dimora nel centro di Torino (foto Pellegrini)

Non è una società perfetta che stiamo inseguendo, ma una comunità più umana. Credo che sulla questione delle elemosine ai clochard emersa ancora una volta sui giornali dobbiamo, prima di tutto, aggiornare o cambiare i nostri punti di vista. Più avanziamo nella crisi più siamo circondati da notizie inquietanti: perché «dietro» i clochard ci sono, ormai, gli anziani soli, le famiglie monoreddito prive di sussistenza, le persone che da un giorno all’altro hanno perso il lavoro. E ogni giorno veniamo sollecitati da altre notizie di altre persone in difficoltà, da «categorie» che sono state dimenticate dai provvedimenti e aiuti.

C’è, io credo, una “lezione di solidarietà” che dobbiamo tutti ancora apprendere e studiare: perché ogni gesto di vicinanza a chi ha bisogno è un “segnale” che lanciamo alla città intera. Ma solidarietà non è la moneta buttata là mentre si prosegue il cammino sotto i portici: se nessuno può mettere in discussione il valore e il significato dell’elemosina, è anche vero che quel gesto da solo non basta, non “mette a posto” nessuna coscienza individuale e nessuna responsabilità civica. La sofferenza che ci accomuna davvero e nel profondo è la solitudine; e il male contagioso a cui siamo esposti è l’indifferenza, il pensare che “non ci riguarda”. Il “decoro della città”, di cui è anche giusto preoccuparsi, va confrontato con le obiettive condizioni di disagio e insicurezza delle persone e non sempre le soluzioni pensate a tavolino sono anche quelle che aiutano realmente a integrare e non discriminare i cittadini, garantendo a tutti – clochard e no – quella libertà che continua a rimanere il nostro patrimonio prezioso.

La tradizione di fraternità e solidarietà della nostra città e dei santi sociali può esserci maestra anche nell’affrontare questa questione. È legittimo e opportuno che ciascuno di noi, nelle varie responsabilità che gli competono, accetti di lasciarsi interpellare da una presenza che è fondamentalmente una domanda. Ed è bene provare a costruire soluzioni che mettano in campo tutte le forze sane della città. Ma la soluzione non può essere trovata solo nelle strutture organizzative. Il fratello che pernotta nei cartoni di via Roma ha anzitutto la necessità di essere considerato un fratello o una sorella, e quindi di ricevere l’attenzione del cuore che si rende disponibile a promuovere percorsi prima che imporre soluzioni dall’alto.

Le persone più fragili hanno bisogno di essere accompagnate a maturare scelte, ad intravvedere quale sia il proprio vero bene e sentirsi parte della città e non osservati speciali. Certo Torino non ritrarrà la mano silenziosa dell’aiuto fraterno, ma è necessario che questa mano si muova con un cuore intelligente aiutando le persone a liberarsi dalla impossibilità di risolvere i loro problemi mediante vie di emancipazione. Occorre l’impegno comune per creare le condizioni necessarie perché questi nostri fratelli e sorelle sappiano cogliere le opportunità che la nostra comunità mette a loro disposizione e dall’altra trovino la forza di una nuova speranza capace di mettere in campo le loro resilienze.

La qualità del nostro stare davanti a loro per parlare, ascoltare, avviare anche una piccola ma efficace relazione, la libertà dai falsi pregiudizi, la verità del farsi prossimo invece che nel delegare gli altri, sono gli impegni su cui dobbiamo insistere nel rapportarsi con loro. Questo sarebbe un grande investimento di futuro, per evitare di ritrovarci di tanto in tanto a discutere di soluzioni che lasciano in ombra le persone.

+ Cesare NOSIGLIA, Arcivescovo di Torino

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