«Lei e io siamo accomunati dalla mancanza della mamma morta in giovane età» si sente spesso dire il monaco Enzo Bianchi dall’arcivescovo di Torino Michele Pellegrino, due giganti del cattolicesimo subalpino, personaggi che hanno incarnato le riforme del Concilio Vaticano II (1962-65). Bianchi è morto a 83 anni il 1° settembre 2026; Pellegrino morì 40 anni fa il 10 ottobre 1986 a 83 anni.
Le origini di Enzo Bianchi: l’infanzia e la famiglia
Enzo Bianchi, nasce a Castel Boglione (Asti, diocesi di Acqui Terme) il 3 marzo 1943. Il papà Giuseppe (Pinèn), figlio di russi fuggiti alla Rivoluzione bolscevica e in Italia cambia nome in «Bianchi», è ateo e comunista ma ha un profondo senso della giustizia ed è attento ai più poveri, sostiene i partigiani. Mamma Angela, con profonda fede accetta la maternità, nonostante la precaria salute. «Tutti le dicevano: sei malata, abortisci, ma lei si è rifiutata». All’anagrafe è registrato Enzo – perché il papà non vuole il nome di un santo – ma la mamma fa aggiungere Giovanni. In punto di morte promette al figlio di 8 anni: «Di là potrò fare per te molto di più di quello che ho fatto di qua». La guerra fa sentire la sua morsa nel piccolo paese abitato da poveri vignaioli.
L’educazione cristiana, i primi studi e la giovinezza
Il piccolo Enzo deve fare i conti con la mancanza della mamma. Della sua educazione cristiana si occupano la maestra Elvira Amelia e la postina Norma Anselmo di Cella Monte. Il parroco lo chiama a fare il chierichetto, gli insegna il latino «e ci diceva di tirare sassi ai protestanti che venivano a vendere la Bibbia. Partecipai a un culto valdese e il parroco mi censurò pubblicamente». Al paese in autunno i Cappuccini passano con un carretto a raccogliere vino e ragazzi per il noviziato. Enzo entra in Seminario ad Acqui ma un paio di vite scappa perché la disciplina è troppo rigida. Allora in Seminario, unica possibilità di proseguire gli studi, la segregazione era totale. «Ero avviato alla carriera politica, ma mollai tutto e mio padre si arrabbiò. Fu rottura per 13 anni». Studente di Economia e commercio all’Università di Torino, dal 1963 ospita a casa sua in via Piave cattolici, valdesi, battisti per leggere la Bibbia.
La nascita della Comunità di Bose a Magnano
Si ritira in solitudine nella cascina «Le buche» a Bose, villaggio abbandonato, a pochi passi da una chiesa romanica in rovina, nel Comune di Magnano, provincia di Vercelli (oggi Biella) e diocesi di Biella, sulla Serra di Ivrea. L’8 dicembre 1965, giorno in cui finisce il Vaticano II, è colpito dal messaggio dei padri conciliari ai giovani: «Lo sentii indirizzato anche a me, che avevo 22 anni». Abbandona carriera universitaria e attività politica. La frequentazione con le esperienze monastiche, la scoperta della teologia e della spiritualità francese; l’anelito per l’unità della Chiesa; la vocazione monastica ispirata a san Basilio e la voglia di radicalità evangelica, nel crogiuolo dei tre anni di solitudine, temprano il desiderio di vita monastica. Vive in povertà, senza riscaldamento, acqua potabile, elettricità. Il 3-6 agosto 1968 il Capitolo di fondazione. Inaugura la comunità sottoponendo il progetto a Michele Pellegrino che – di fronte alla Conferenza episcopale e al vescovo di Biella, Carlo Rossi – si fa garante dell’ortodossia del gruppo e della comunione con la Chiesa. È una comunità monastica, ecumenica, laicale; si ispira ai trappisti francesi di Tamié in Savoia, ai monaci ortodossi di Monte Athos in Grecia, ai fratelli riformati di Taizé in Francia; fa riferimento a figure di grande levatura come Athenagoras, patriarca ecumenico di Costantinopoli. Nell’ottobre 1968 i giovani cattolici Domenico Ciardi e Maritè Callioni e il pastore riformato svizzero Daniel Attinger si uniscono a fratel Enzo nella vita comune, assieme a una sorella della comunità riformata svizzera di Grandchamp. La comunità si ispira agli Atti degli apostoli 2,42: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere». Fratel Enzo redige la regola, Nella Pasqua 1973 sette fratelli e sorelle emettono la professione monastica. Tre i punti focali: Bibbia, liturgia, ecumenismo. Lasciano case e famiglie; condividono stipendi e offerte; zappano l’orto; coltivano amicizia, accoglienza, ospitalità; si incontrano per la preghiera e per i pasti. Non è una fuga dal mondo e non hanno paura di sporcarsi le mani. Celibi e vergini, vivono di preghiera e lavoro. Bianchi non ha mai voluto ricevere alcun ordine liturgico «ma restare un semplice cristiano, laico come i monaci»: ecco perché è sbagliato chiamarlo «padre» o, peggio, «don»; molto meglio «fratel» Enzo. Predicatore della Parola di Dio in Italia e all’estero, uno dei più autorevoli pensatori cristiani contemporanei, relatore in dialogo con la cultura e la laicità, è appassionato dell’unità della Chiesa.
La crescita di Bose, le pubblicazioni e l’impegno ecumenico
La comunità arriva a 92 membri tra fratelli e sorelle di cinque nazionalità: Bose, Gerusalemme (fino al 2016), Ostuni (Brindisi), Assisi, Cellole-San Gimignano (Siena) e Civitella San Paolo (Roma). Fonda l’editrice Qiqajon, pubblica libri di spiritualità biblica, patristica, liturgica e monastica. È membro delle Fondazioni per le Scienze religiose di Bologna e di Bruxelles, dell’International Council of Christians and Jews (Londra), delle riviste «Concilium» e di «Parola spirito e vita»; collaboratore di giornali e riviste. Consultore del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, membro del Comitato cattolico per la collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e orientali, è nella delegazione inviata a Mosca nell’agosto 2004 da Giovanni Paolo II per offrire al patriarca Aleksij II l’icona della Madre di Dio di Kazan; partecipa come «perito», ai Sinodi dei vescovi sulla Parola di Dio (2008), sulla nuova evangelizzazione (2012), sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale (2018). Bose è il recapito naturale del movimento studentesco, dei partiti di sinistra, dei giovani arrabbiati e contestatori.
Il legame con l’arcivescovo Pellegrino e gli ultimi anni
«Sono consapevole del grande debito che io e la mia comunità abbiamo verso di lui. Con lui ho avuto non solo conoscenza, ma anche assidua frequentazione e profonda amicizia: un legame approfondito anche delle sue omelie a sant’Alfonso e sant’Anna quando io, studente universitario, alloggiavo in via Morghen. Ho avuto la grande fortuna di averlo come responsabile della comunità di fronte ai vescovi piemontesi che hanno sempre rispettato la mia posizione. Vere controversie dogmatiche non ci sono mai state. Una volta mi chiamò con speciale urgenza: ero entrato nel mirino del Sant’Offizio per una conferenza a Padova. Volle la registrazione, si occupò di confutare le obiezioni». Alla morte di Pellegrino 40 anni fa dichiara: «È stato un padre della Chiesa. Uomo delle fonti, con una formazione ascetica spirituale, è stato soprattutto un uomo di preghiera e di dialogo con gli uomini. La sua meditazione più assidua era quella sulla passione del Signore. Ha saputo sfuggire a onori e reconocimenti per essere povero tra i poveri con una intransigenza non sempre capita. Non ha mancato di dire una parola chiara ed evangelica dove e quando la verità lo richiedeva. Ha conosciuto l’incomprensione e la solitudine senza restarne amareggiato, traendo forza dalla preghiera assidua. Ha amato la Chiesa, ha lavorato instancabilmente per la comunione, ha sofferto con pazienza, sicuro della misericordia di Dio».

A Bose «abbiamo avuto, come comunità monastica, molti “pedagoghi in Cristo”, non abbiamo però avuto altro “padre” che Michele Pellegrino: lo possiamo dire senza adulazione per chi ci ha accompagnati quale “episkopos” garante della nostra comunione con la Chiesa». Una simpatia che scatta subito: nel 1967 lo nomina nella prima Commissione ecumenica regionale, insieme a don Massimo Giustetti, che diventerà vescovo. «Il rapporto non è mai stato faticoso, anche se la nostra formula monastica lasciava perplessi per la sua novità. A volte ci ha richiamato con forza ma non ci è mai stato difficile obbedirli». Enzo Bianchi è stato priore di Bose dalla fondazione al gennaio 2017, quando si dimette e gli subentra fratel Luciano Manicardi. Nel maggio 2020 fratel Enzo deve lasciare la comunità, su decreto del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin «approvato da Papa Francesco» dopo la «visita apostolica». Decisione accolta «con molta amarezza».
Pier Giuseppe Accornero



