Equador, Crameri: “dopo il Covid l’emergenza povertà e lavoro”

Intervista – Parla mons. Antonio Crameri, cottolenghino, nuovo Vescovo del Vicariato Apostolico di Esmeraldas in visita al Cottolengo di Torino: “ho trovato una città con molta violenza lasciata in mano ai narcotrafficanti che si approfittano della gente offrendo facili guadagni per tenere il controllo del territorio”

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Mons. Antonio Crameri ad Emeraldas

Mons. Antonio Crameri, cottolenghino, dal 2 settembre nuovo Vescovo del Vicariato apostolico di Esmeraldas in Ecuador, lo scorso fine settimana ha visitato il Cottolengo di Torino dove sabato 9 ottobre ha presieduto la Messa in cui una novizia esmeraldegna della Congregazione suore di S.G.B. Cottolengo ha emesso la prima professione religiosa; domenica 10 ottobre ha poi celebrato l’eucaristia nella parrocchia torinese dedicata al Cottolengo in corso Potenza, in occasione della festa patronale.

Mons. Crameri, classe 1969, nato a Locarno in Svizzera, formatosi alla Piccola Casa di Torino dove fu ordinato sacerdote l’8 giugno 1996, prima di diventare Vescovo per oltre 17 anni ha prestato servizio in diverse parrocchie dell’Ecuador, dove sono presenti diverse missioni cottolenghine, dapprima ad Esmeraldas e poi a Flavio Alvaro nella diocesi di Portoviejo. Il 20 dicembre 2019 Papa Francesco lo ha nominato Vescovo Ausiliare di Guayaquil, ministero che ha svolto per 18 mesi, fino allo scorso 5 luglio quando il Pontefice gli ha affidato la guida del Vicariato apostolico di Esmeraldas sull’oceano Pacifico.

Mons. Antonio Crameri con la neo professa suor Lisette Paola Velasco Montano

Mons. Crameri, il suo servizio come sacerdote missionario cottolenghino partì nel 2002 proprio da Esmeraldas dove poi rimase per 14 anni, fino al 2016, operando nella missione del Cottolengo in un quartiere poverissimo, messo ora ancora più in ginocchio dal Covid e da tutte le sue conseguenze. Che cosa ha provato a tornare ad Esmeraldas da Vescovo e che città ha trovato?

È stata una vera sorpresa che non mi aspettavo, giunta dopo solo 18 mesi di ministero da Vescovo Ausiliare in una diocesi enorme, Guayaquil, che conta oltre 3 milioni e mezzo di abitanti e 7 vicarie, dove le prime due ondate di Covid hanno lasciato un’ecatombe, insieme ad un tessuto sociale sfaldato. Stavo cominciando a muovermi nelle due vicarie a me affidate, le più lontane da Guayaquil destinate a diventare future diocesi, Santa Eléna e Daule, quando la Provvidenza ha pensato diversamente affidandomi una porzione di Chiesa che conosco bene, dove ho operato come sacerdote cottolenghino per 14 anni. Sono stato accolto con la tipica ospitalità esmeraldegna, con grandi festeggiamenti, alla Messa di Ingresso hanno concelebrato 21 vescovi, ma ho anche trovato una città con una violenza cresciuta di gran lunga rispetto a cinque anni fa, possiamo quasi dire «una terra di nessuno» lasciata in mano ai narcotrafficanti e a persone senza scrupoli che si approfittano della gente povera e debole offrendo guadagni facili per tenere il controllo del territorio: è uno degli effetti più devastanti della pandemia, oltre le migliaia di morti che hanno lasciato le prime due ondate, terribile.

A Guayaquil dove lei è stato Vescovo Ausiliare a inizio ottobre si è verificato il peggior massacro della storia carceraria dell’America latina: 118 morti in scontri avvenuti nel carcere della città, 6 persone sono state decapitate, violenze inaudite scoppiate per lotte di potere. Dalle sue parole apprendiamo che un clima di violenza serpeggia anche ad Esmeraldas e un po’ in tutto il Pese. Come legge questo fenomeno?

Il massacro avvenuto nel carcere di Guayaquil riflette ciò che si verifica quotidianamente nella società equadoregna, e di gran parte dell’America latina: lotte di potere fra bande per il controllo del territorio dove vige la legge del più forte, per il momento questi gruppi si ammazzano fra di loro ma c’è il pericolo concreto che gli scontri possano colpire persone innocenti. Nei primi giorni del mio ministero di Vescovo ad Esmeraldas, a inizio settembre, ho incontrato i sacerdoti e le comunità religiose; dopo l’incontro con le religiose in Vicariato mentre le sorelle stavano tornando a casa, a pochi centinaia di metri dalla cattedrale, hanno assistito ad un omicidio: due giovani in moto si sono avvicinati ad un’automobile e hanno sparato ad una persona uccidendola sul colpo: le religiose sono state testimoni e certamente hanno scampato un pericolo concreto. I motivi di queste violenze sono legati al narcotraffico che sta coinvolgendo sempre più i giovani.

Cosa può fare la Chiesa locale in questa situazione?

Prima di tutto è importante mettere al primo posto la preghiera per la nostra gente: il Cottolengo credeva molto nella centralità della preghiera. In secondo luogo dobbiamo poi porre al centro la crescita dei giovani. Come ho detto all’equipe di Pastorale giovanile non mi interessano le masse di ragazzi agli incontri diocesani, ma la nostra sfida è riuscire a far capire ai giovani qual è il loro posto nella società e nella Chiesa, e dunque il senso della vita: in poche parole scoprire la propria vocazione che non può essere quella della violenza e della distruzione. Giovani dunque che si impegnino contro l’ingiustizia: questo è il primo passo per il benessere di una società. A me piace moltissimo l’espressione cottolenghina «siamo qui per trasformare questa terra, fosse anche una brutta copia del Paradiso». Penso che sia dunque questa la sfida della Chiesa esmeraldegna e di tutto l’Ecuador, a partire dai giovani.

Lei ha iniziato il suo ministero episcopale ad Esmeraldas in una data significativa per la Piccola Casa…

Ho avuto la grazia di poter scegliere la data dell’Ingresso nel Vicariato Apostolico: il giorno in cui si fa memoria dell’ispirazione ricevuta da san Giuseppe Benedetto Cottolengo a fondare la Piccola Casa 194 anni fa, il 2 settembre 1827. È il giorno in cui il Cottolengo, chiamato al capezzale di una donna, madre di tre bambini e in attesa del quarto, non accolta in nessuno degli ospedali cittadini, è spettatore della sua morte. Decide allora di dare inizio ad una piccola infermeria per evitare il ripetersi di casi simili. A Torino, come in Ecuador, è l’invito a mettere al centro i poveri, i dimenticati, gli esclusi. Certamente una data di buon auspicio per la mia missione.

Lei amministra un Vicariato apostolico e non una diocesi, che differenza c’è? E come è organizzato?

Le funzioni sono le stesse, abbiamo un maggiore aiuto economico da parte della Santa Sede, e come recita il Codice di diritto canonico «il Vescovo governa una determinata porzione del popolo di Dio in nome del Sommo pontefice» (canone 371 §1). Ad Esmeraldas ci sono 25 parrocchie che si estendono su territori molto estesi, il Vicariato apostolico è diviso in quattro zone: nord, sud, centro e la costa. Abbiamo 60 preti e 98 religiosi suddivisi in 33 comunità, la maggior parte femminili. Nucleo importante dei sacerdoti è rappresentato dai Missionari comboniani del Cuore di Gesù che 60 anni fa hanno fondato la Chiesa di Esmeraldas, io sono il primo Vescovo non comboniano. Poi ci sono 11 preti locali (creoli) e gli altri o fidei donum o appartenenti a congregazioni religiose o al cammino dei neocatecumenali. Sono poi numerosi i movimenti ecclesiali nel Vicariato (legionari, focolari, neocatecumenali…). Prima di partire per l’Italia ho incontrato i dirigenti di tutti i gruppi, circa un centinaio e ho insistito molto sulla comunione: è uno degli aspetti su cui puntare, uniti nelle differenze verso l’unico obiettivo di portare la buona notizia del Vangelo alla nostra gente, certamente con i carismi di ciascuno. Assistiamo purtroppo anche al problema del diffondersi di sette di matrice religiosa che fanno leva su persone fragili.

La situazione legata alla pandemia sta migliorando?

Il nuovo Presidente dell’Ecuador, Guillermo Lasso, insediatosi lo scorso 24 maggio, aveva promesso che nei primi 100 giorni di governo avrebbe vaccinato 9 milioni di persone. Sembrava un’utopia ma così è stato: la campagna vaccinale ha avuto successo riuscendo finalmente ad abbattere i contagi e i morti, anche se c’è sempre allerta in particolare per la diffusione della variante Delta. Gli Stati Uniti, il Canada e alcuni Paesi dell’Unione Europea hanno sostenuto la campagna inviando dosi. Alcuni Comuni hanno poi adottato strategie come regalare un cesto pieno di viveri a chi avesse concluso il ciclo vaccinale. La pandemia, come accennato, è stata devastante, anche perché il sistema sanitario nazionale non funziona, soprattutto nelle zone più povere. Ora però c’è da ricostruire il tessuto sociale, frenare la violenza, ridare il lavoro. Sono tantissimi coloro che hanno perso la propria occupazione. La stragrande maggioranza della nostra gente vive alla giornata come venditori ambulanti, dunque se si lavora si mangia, altrimenti si muore di fame. C’è anche stato un virus che ha colpito le piantagioni di palma africana, importante coltivazione nelle nostre terre. La povertà è cresciuta in modo esponenziale.

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