Etiopia e Somalia alla fame: le ragioni della grave carestia

Analisi – Com’è possibile che la regione Nord dell’Etiopia sia affetta da una gravissima crisi alimentare? Com’è possibile che delle 750mila persone che il Programma alimentare mondiale (Pam) ritiene siano prossime a rischiare la vita per fame, ben 400mila si trovino nella regione etiope del Tigray?

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«In un Paese dove la stampa è libera non c’è la carestia», affermava Amartya Sen. Il premio Nobel per l’economia in un meticoloso lavoro di ricerca ha dimostrato che un Paese con «un regime democratico e una stampa relativamente libera, non ha mai sofferto una carestia».

Quindi com’è possibile che la regione Nord dell’Etiopia sia affetta da una gravissima crisi alimentare? Com’è possibile che delle 750mila persone che il Programma alimentare mondiale (Pam) ritiene che siano prossime a rischiare la vita per fame o in conseguenza di fame ben 400mila si trovino nella regione etiope del Tigray? E poi, al di là degli aiuti internazionali, un Paese di oltre 100 milioni di abitanti non sia in grado di soccorrerne 400mila?

Il Tigray (ma anche alcune zone di Afar e Amhara) sembra essere l’epicentro di una crisi che riguarda tutta l’Africa orientale, Somalia in primis, dove 89 milioni di persone sono da considerare «insicure dal punto di vista alimentare», secondo il direttore regionale del Programma alimentare mondiale per l’Africa orientale, Michael Dunford, un numero che è cresciuto di quasi il 90 per cento nell’ultimo anno. E «purtroppo, non vedo nessun rallentamento, anzi, sembra vi sia un ulteriore accelerazione della crisi».

Secondo Dunford per quanto riguarda la Somalia «i finanziamenti inadeguati hanno ostacolato gli sforzi per imparare dalla carestia del 2011. Stiamo vedendo bambini morire davanti ai nostri occhi, vedendo popolazioni che hanno perso i loro mezzi di sussistenza. Non è che non abbiamo imparato le lezioni del 2011; c’è stato molto da imparare da quella crisi. È solo che non siamo stati in grado di implementarlo nella misura richiesta a causa della mancanza di fondi».

Ma per l’Etiopia il Programma alimentare mondiale evidenzia la necessità «di un movimento completo e illimitato dei rifornimenti attraverso le linee di controllo. Questo include l’apertura di altri due corridoi nel Tigray, il modo più efficace per massimizzare la consegna di aiuti nell’Etiopia settentrionale».

Come ha dichiarato Brian Lander, vice direttore del Pam, «non c’è assolutamente alcun motivo per cui le persone muoiano di fame oggi. C’è abbastanza cibo nel mondo per sfamare tutti, ed è per questo che è fondamentale agire ora per prevenire la fame». Nel Tigray nell’ultimo anno, secondo il Pam, «è arrivato solo il 10 per cento degli aiuti richiesti, la recente tregua sta migliorando la condizione, ma la situazione resta imprevedibile».

Stanno agendo diversi fattori politici e speculativi che alimentano anziché ridurre il problema, come spiegano gli operatori umanitari «i prezzi dei carburanti e del cibo hanno iniziato a salire prima della guerra in Ucraina».

Già vent’anni fa il professor Girma Kebbede aveva chiarito che in Etiopia «la carestia storica del contadino etiope è spesso spiegata dal maltempo o da altri fenomeni naturali avversi. Sebbene nessuno possa negare gli effetti negativi del maltempo, tuttavia, il tempo da solo non può essere considerato un fattore importante in nessun resoconto delle frequenti carestie dell’Etiopia.

Dietro ogni calamità naturale avvenuta in Etiopia si nascondono fattori istituzionali o strutturali (sociali, economici e politici) che hanno esacerbato i fattori naturali. In altre parole, i fattori istituzionali sono un elemento primario della vulnerabilità della popolazione. Si devono esaminare il contesto socio-economico e le condizioni politiche in cui si verificano i disastri per capire perché le persone sono vulnerabili».

Ma come sempre la stampa libera può svegliare uno che dorme, non uno che fa finta di dormire.

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