Etiopia, Suor Betty: “Giovani mutilati, servono farmaci”

Intervista – L’appello della religiosa della Congregazione Suore di S.G.B. Cottolengo che dal 2014 opera ad Adua nella missione di Kidane Meheret. Ripresi gli scontri dopo la terribile guerra civile: il Tigrai è sull’orlo della carestia. “La fraternità è l’unica ‘arma’ che dà futuro e speranza”

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Il Tigrai, nel nord-ovest dell’Etiopia, dopo la sanguinosa guerra civile, iniziata nel novembre 2020 nel pieno della pandemia e conclusasi due anni dopo, oggi è sull’orlo della carestia. Il conflitto fra il Tigrai e il Governo centrale etiope ha provocato la morte e lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone e la distruzione di infrastrutture strategiche. La siccità e un’invasione di locuste hanno ulteriormente aggravato la situazione.

Lo scorso luglio nella regione settentrionale di Amhara si sono riaccesi scontri tra le forze federali e una milizia locale nazionalista, che accusava il Governo di Addis Abeba di minare la sicurezza della regione. La ripresa del conflitto, in parte sedato, ha portato il Parlamento etiope a dichiarare lo Stato di emergenza che ha conferito al Governo federale il potere di imporre il coprifuoco, limitare i movimenti delle persone e vietare le riunioni pubbliche.

Il Parlamento a inizio febbraio ha poi prorogato di 4 mesi lo stato di emergenza per rispondere ad una nuova insurrezione nella regione di Amhara che ha provocato morti.

Alla Piccola Casa di Torino abbiamo incontrato suor Betty, della Congregazione Suore di S.G.B. Cottolengo, che insieme alla consorella suor Pauline e ad alcune suore salesiane con suor Laura Girotto, torinese, dal 2014 opera ad Adua nella missione di «Kidane Meheret» dove è presente un ospedale, ancora in costruzione, entrato in funzione a dicembre 2020 proprio in seguito all’emergenza generata dalla guerra civile nel Tigrai. Suor Betty, in particolare, presta servizio nel reparto di fisioterapia e riabilitazione. Il Centro è diventato un vero e proprio «ospedale da campo», unico punto di riferimento e speranza per una popolazione che ha perso tutto.

Suor Betty della Congregazione Suore di S.G.B. Cottolengo con i bambini della missione di Kidane Meheret ad Adua – Etiopia

Suor Betty, quali sono le emergenze nel Tigrai dopo la terribile guerra civile che prosegue con nuovi scontri?

Durante i due anni di guerra civile e dopo la fine ufficiale del conflitto la popolazione di Adua e del Tigrai è cresciuta in modo esponenziale: sono centinaia gli sfollati dalla città di Humera, occupata dai soldati di Amhara ed eritrei, che sono fuggiti dalle loro terre e non sono più potuti tornare. Si tratta di famiglie, molte del ceto medio, che hanno perso tutto ed ora sono rifugiate ad Adua nelle tende o nelle scuole nei pressi dell’ospedale dove operiamo.

La guerra ha devastato la regione, raso al suolo numerose infrastrutture, lasciato alla fame la popolazione. Tutte le industrie della zona sono andate distrutte. Inoltre, le coltivazioni sono andate in rovina, gli animali da allevamento uccisi, i macchinari agricoli derubati. Le banche non esistono più, per cui più nessuno ha soldi, a parte quelli che si riescono a racimolare con piccoli lavoretti. L’inflazione ha causato l’aumento vertiginoso di tutti i beni di prima necessità, anche più del doppio. Insomma si muore di fame: vediamo davanti agli occhi gli effetti devastanti della guerra in cui, come sottolinea Papa Francesco, tutti perdono, tutto viene distrutto. E questa però è una guerra «che non fa notizia», sia per la censura che era stata messa in atto nei mesi acuti del conflitto, sia perché evidentemente non interessa all’Occidente.

Per fortuna la Provvidenza qui non manca e si tocca con mano, grazie all’impegno delle congregazioni religiose che operano nella regione e a medici e infermieri italiani che volontariamente prestano servizio nel nostro ospedale e ridanno un futuro a tante persone che sarebbero andate incontro alla morte.

Com’è la situazione nell’ospedale che gestite?

L’ospedale, una delle poche infrastrutture risparmiate dalla guerra, anche se più volte è stato in pericolo, è diventato l’unico punto di riferimento per migliaia di famiglie, sfollate e residenti, che si rivolgono a noi per ogni necessità: vediamo come la violenza abbia distrutto tutto, ma non la fraternità, l’unica «arma» che dà futuro e speranza.

Non mancano le difficoltà soprattutto nel reperimento delle medicine. Il Governo, infatti, blocca negli aeroporti i farmaci che arrivano da Paesi extra africani. Impossibile far arrivare medicinali via mare, con i container, per le elevate tasse che vengono chieste alla dogana. Per l’ospedale possiamo contare su pochi farmaci che si trovano in loco più che quelli che compriamo e facciamo arrivare dal Kenya. Ma spesso mancano i materiali per effettuare esami come l’elettrocardiogramma o l’ecografia. Grazie a Dio ci sono diversi medici italiani, che vengono a prestare servizio volontario. Nelle ultime settimane il Governo ha offerto un sostegno all’ospedale assumendo medici specialisti per far fronte, in particolare, all’emergenza dei mutilati di guerra.

Sono tanti i mutilati di guerra?

Sono migliaia stipati in diversi centri del Paese, tra cui la maggior parte ragazzi e giovani. Il Governo, infatti, arruolava tutti coloro che avevano dai 12 anni compiuti in su, sia maschi che femmine. Venivano mandati allo sbaraglio. Chi è riuscito a sopravvivere presenta gravi danni fisici, oltre a quelli psicologici.

Vengono nel nostro ospedale a gruppi di quattro alla volta perché non ci sono altre strutture sanitarie nella zona per gli interventi di cui hanno bisogno, e soprattutto per la fisioterapia.

Gli interventi più delicati vengono effettuati da medici italiani volontari, provenienti dal Veneto o dall’Emilia Romagna, che utilizzano la chirurgia robotica a sostengo dell’ortopedia.

Recentemente abbiamo accolto e curato quattro ragazze che avevano perso una gamba: dopo l’intervento di protesi e la fisioterapia ora hanno ripreso a camminare. Attualmente abbiamo altri pazienti a cui mancano braccia o gambe.

C’è poi la grande malattia della depressione per chi non ha più nulla, neanche gli arti, e deve ritrovare il senso del vivere.

Per esempio seguiamo un giovane di 25 anni di Adua che lavorava come infermiere all’ospedale di Macallè. Durante la guerra fu raggiunto da numerosi colpi di pistola; una pallottola lo colpì alla testa rendendolo semiparalizzato. È salvo per miracolo, ora ha ripreso l’uso delle braccia, ma non ancora delle gambe. Lo abbiamo aiutato non solo nel percorso sanitario ma soprattutto a riprendere in mano la sua vita puntando su quello che gli era rimasto, con cui può ancora fare del bene, sul fatto che aveva il dono grande della vita.

Infine il dramma dei bambini nati con disabilità a causa della denutrizione e malnutrizione nei primi mesi di vita. Nei villaggi, infatti, era tutto distrutto e non si trovava nulla da mangiare. E dopo la guerra la situazione non è migliorata, anzi. Ci occupiamo di ciascuno di loro garantendo cure e sostegno nella crescita.

Come vive la gente ad Adua, attorno al vostro ospedale?

Il cortile dell’ospedale ogni giorno si riempie di famiglie che vengono a chiedere un aiuto per mangiare. Con i sostegni che riceviamo dalla Provvidenza distribuiamo cibo e acqua potabile che spesso manca nelle case o nelle tende. Abbiamo poi affittato degli alloggi per accogliere gli sfollati.

In particolare abbiamo ridato un futuro ad una donna scappata dalla regione di Amhara, completamente distrutta dal male dell’uomo: accolta da noi dopo che i soldati eritrei uccisero il marito davanti ai figli piccoli, dopo la fine della guerra volle tentare di tornare a casa sua. Nel tragitto fu violentata dai militari e rimase in cinta. Tornò da noi, voleva farla finita. Non c’erano parole; allora abbiamo usato i gesti di amore nei suoi confronti e dei suoi figli. Abbiamo affittato una casa per lei e ora continuiamo a sostenere i suoi figli nelle spese scolastiche e in tutto ciò di cui hanno bisogno.

Il Cottolengo avviò la sua opera nella Torino dell’Ottocento perché nessuno si sentisse solo, ma amato. Come vivete il carisma del Santo fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza nel contesto in cui operate?

Caritas Christi urget nos (2 Cor 5,14). Il versetto paolino, divenuto il motto della Piccola Casa, è ciò che ci dà la forza per resistere e continuare a portare speranza, annunciando il Vangelo con la nostra vita. Come dice il nostro santo non siamo lì per risolvere i problemi, che sono insormontabili, ma per farci carico dei nostri fratelli e sorelle più fragili e poveri, guardando alla persona nella sua unicità e sacralità. La chiave è certamente quella della fraternità che va riscoperta.

Stefano DI LULLO

Per sostenere la missione delle suore cottolenghine ad Adua, in Etiopia: bonifico intestato a Piccola Casa della Divina Provvidenza, Iban IT52 X030 6909 6061 0000 0062 850 – causale «Suore Missione Adwa – Etiopia». Deo gratias!

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